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horrordoor
Il portale della paura...
12 dicembre 2007
Ecco a voi la lista di tutti iilm, vecchi e nuovi, recensiti dalla redazione

2000 MANIACS !
di
Herschell Gordon Lewis

Il sadismo esplode inesorabile in questa opera, "2000 Maniacs!" che occupa le prime file della pole position dei film tremendi degli anni 60. Il nostro caro nonnino dello splatter Lewis realizza questo film con una cattiveria inaudita. Forse meno splatter delle altre opere ma con delle uccisioni che sono una macchina infernale a combustione di sangue umano. Tre coppie, a causa di una deviazione messa nella strada di proposito, arrivano in un paese in festa dove vengono accolti calorosamente da tutti gli abitanti del luogo. E' la festa del centenario della fine della guerra di secessione, ma gli abitanti del paese sono dei maniaci assassini (risorti dalla tomba solo per il giorno di festa!!!) che uccideranno i loro graditi ospiti. Questi verranno scannati nei modi più pittoreschi: amputazione di un braccio con colpi di accetta, caduta libera da una collina in una botte piena di spuntoni affilati, smembramento degli arti con dei cavalli impazziti e tiro al bersaglio stile luna park ad un masso gigante posto in bilico sopra una ragazza legata. A prima vista gli abitanti sembrano degli onesti contadini, poi si tramutano in spietati assassini! Tutto il paese è una reincarnazione fantasma tornata in vita per festeggiare nel sangue il centenario della loro scomparsa. Tutta colpa della guerra tra nordisti e sudisti, gli ospiti infatti sono degli abitanti del nord e la festa è una terribile vendetta da parte dei paesani (sudisti massacrati durante la guerra) ai loro danni. Guardando il film anche lo spettatore diviene partecipe alla sadica festa di questi contadini ed alla sua solita maniera Lewis ci fa intendere quanto sia salutare e divertente guardare un buon splatter gore movie come questo. Rispetto al precedente "Blood Feast" la recitazione e la messa in scena sono ben più curate ed addirittura (udite!udite!) la telecamera accenna a movimenti, evitando gli allucinanti e noiosissimi piani sequenza fissi. Mi fa divertire da matti "2000 Manics!". Mi fa sentire partecipe tra questi 2000 maniaci...venite a far parte anche voi di questo rituale folle all'insegna del divertimento..

2001 MANIACS
di
Tim Sullivan

Il cult del 1964 “2000 Maniacs !” diretto dal padre dello splatter H.G. Lewis, ha il suo remake, datato 2005, in questo “2001 Maniacs” che si rivela essere un prodotto divertente e piuttosto fedele allo spirito del suo predecessore. Sullivan fa un buon lavoro a livello di sceneggiatura, riprendendo il soggetto originale ed attualizzandolo, lasciando però intatto lo spirito goliardico e lo humor nero. E cosi abbiamo dei teenagers in vacanza che s'imbattono in Pleasant Valley, paesino sperduto del sud degli States, dove la popolazione di 2001 anime sta per celebrare il Guts and Glory Festival con un enorme barbecue e con danze e musica. I giovani, invitati a restare alla festa, si troveranno ben presto in balia di un intero villaggio di pazzi sadici assassini, il cui unico scopo è di ucciderli e divorarli. Miscelando gli stereotipi dell'attuale cinema horror assieme al vecchio animo reazionario e genuinamente esuberante di “2000 Maniacs”, la pellicola scorre piacevolmente con un buon equilibrio fra ironia,splatter ed un pizzico di erotismo. La regia di Tim Sullivan è puramente narrativa, sobria, priva di virtuosismi ma perfettamente in tono con la vicenda e l'ambientazione. Il budget di 3 milioni di dollari è ben gestito, nonostante una certa povertà di scenografie, ed una nota di merito va data all'intero cast del film, con in testa un Robert Englund piacevolmente istrionico. Massiccia la dose di splatter, supportato dai buoni fx di Pat Tantalo (“Slugs”) con almeno due omicidi da segnalare: uno squartamento con la vittima legata a dei cavalli ed un impalamento molto doloroso. In definitiva un prodotto divertente, privo di pretese, che intrattiene per un'ora e mezza senza mai prendersi sul serio. Prodotto da Eli Roth (“Cabin Fever”, “Hostel”), Scott Spiegel (“Intruder”, “Dal Tramonto all'Alba 2” ) e dall'originario producer di “2000 Maniacs!” David F. Friedman

4 MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO
di Dario Argento

Con il 1971 si conclude la famosa "trilogia degli animali" grazie alla terza opera della non più “solo promessa” ma esaltante realtà di Dario Argento:
"Quattro mosche di velluto grigio".
Se con i primi due film "L'uccello dalle piume di cristallo" ed "Il gatto a nove code" aveva sovvertito le regole del thriller ed il modo di fare cinema in Italia, ora estremizza ancor più le sue abituali tematiche inserendo frammenti di fantastico - irrazionale nel thriller più puro. Questo è dovuto alla geniale, ma non plausibile, soluzione finale secondo la quale con un apposito macchinario si può scoprire l'ultima immagine della vittima rimasta impressa nella sua retina e che porta alla scoperta dell'assassino, anche se in realtà nel film non avviene così poichè quello rimasto impresso riguarda una sequenza di quattro mosche, così che i protagonisti vengono ancora una volta beffati e con loro lo spettatore. La soluzione talmente innovativa, per quanto assurda, diventò all'epoca un caso che però si sgonfiò presto dovuto anche alla netta smentita da parte della medicina ufficiale.
E' qui che inizia quello che sarà da ora in poi il marchio di fabbrica della filmografia argentiana: la famiglia mostro che partorisce l'assassino. Infatti mentre ne "L'uccello dalle piume di cristallo" l'omicida era spinta in seguito alla visione di un quadro che dipingeva la sua stessa aggressione subita da bambina e ne "Il gatto a nove code" la molla criminale era inserita nella conformazione cromosomica dell'assassino (uno dei ricercatori dell'istituto), da ora in avanti la causa scatenante è da ricercarsi in molti casi all'interno della stessa famiglia, che siano rapporti ambigui tra genitore e figlia (come in questo caso dove il padre che aveva sempre desiderato un maschio picchia la figlia e la fa rinchiudere in manicomio con la sola colpa di essere una donna), tra madre e figlio (coppia omicida in
"Profondo Rosso" dove tutto l'incubo nasce dall'omicidio del padre ad opera della moglie la quale doveva essere rinchiusa in un ospedale psichiatrico), ancora tra madre e figlio in "Phenomena" dove quest'ultimo (mostruoso frutto di una violenza sessuale ad opera di uno squilibrato) si accanisce su povere collegiali di un istituto svizzero con l'assenzo-aiuto della madre ed istitutrice, mentre tracce di psicopatia sessuale all'interno della famiglia si trovano anche in "Opera". La cosa poi inquietante, riguardo al film in questione, è il parallelismo tra la vita reale del regista e la pellicola, poichè più di una persona all'interno della troupe aveva intravisto una non lieve somiglianza tra sua moglie Daria e la protagonista (l'inglese Mimsy Farmer ottima nella parte), la finzione si mescola con la realtà e con il protagonista che a poco a poco si accorge che colei con cui condivide il letto matrimoniale è una persona misteriosa. Argento a riprese ultimate si separerà dalla Nicolodi.
In questo film assoluta dominante è l'incertezza, dato che già dal primo omicidio si scopre in seguito che di tale non si è trattato ma l'uomo verrà in seguito ucciso a metà film; l'investigatore omosessuale che pensa di avere intrappolato l'assassino in un bagno pubblico, viene a sua volta ucciso con un colpo in testa ricevuto da una sbarra di ferro e finito con una puntura di veleno nel cuore; la moglie amata si rivela il peggiore dei tuoi incubi.
Si svela poi da ora anche l'altra passione del regista, quella per il teatro e tutto ciò che lo circonda: tutta la sequenza iniziale dove Roberto (il protagonista) inseguendo lo sconosciuto da cui era pedinato entra proprio in un vecchio teatro, dove comincia una collutazione con il misterioso uomo uccidendolo accidentalmente con un coltello appartenente alla vittima (tutto questo sotto gli occhi di una persona mascherata che fotografa l'accaduto); in "Profondo rosso" la sequenza iniziale sul congresso di parapsicologia si svolge in un teatro ed è da lì che comincia l'incubo;in "Suspiria" non si parla di teatro nel vero senso della parola, ma tutte le scenografie sono di ambientazione teatrale, così come in "Inferno"; in "Opera" infine è il teatro di per sè fattore dominante. Come sempre Argento non è innovativo solamente nello svolgimento della trama, ma anche sotto il punto di vista puramente tecnico dato che l'ultima sequenza del film, venne girata al rallentatore con una cinepresa fino ad allora usata solamente per lavori scientifici la quale può riprendere fino a 6.000 fotogrammi al secondo invece dei normali 24, ed il risultato finale è entusiasmante e straziante come la morte rappresentata.
Non c'è che dire: oramai Argento, diventato un regista di levatura mondiale, si apprestava, dopo la non felice parentesi de "Le cinque giornate", a realizzare il suo capolavoro con il quale sarà sempre ricordato nel mondo: "Profondo rosso".

SEI DONNE PER L'ASSASSINO
di Mario Bava

Immaginatevi chiusi tra quattro mura lisce e senza la minima apertura, da soli, a farvi compagnia solo una soffusa luce rossa, della quale non riuscite ad individuare la fonte; una sola certezza: dovete morire, e non di certo per mano vostra. Che sensazioni provereste? Probabilmente le stesse che vi assaliranno guardando questo film, che rispetto alla scena descritta prima ha solo una scenografia più ampia e un numero maggiore di vittime, per il resto, luce rossa e opprimente senso di morte compresi, vi ritroverete davvero chiusi in quella stanza, della quale solo il maestro Bava conosce l'uscita, e credetemi, lui di certo non vi lascerà scappare via! Stanze chiuse a parte, questa variazione sul tema del "Delitto perfetto" del grande regista italiano è davvero molto valida e spicca per le brillanti doti narrative e tecniche, luce rossa in primis. Del resto, pur trattandosi di un classico tema del cinema giallo e del terrore, risultati così buoni era lecito aspettarseli da un artista che non manca mai di infondere alle proprie opere il suo personalissimo stile. Dario Argento stesso, nelle sue prime tre opere, dimostrerà d'aver appreso appieno tale lezione di cinema. L'ennesima dimostrazione dell'eccelso e prolifico genio creativo di Mario Bava
SETTA NOTE IN NERO
di Lucio Fulci

Virginia è una donna dotata di poteri paranormali che le danno la possibilità di vedere un omicidio, per la precisione lei vede (in soggettiva) una persona che rantola allo stremo delle forze che viene murata viva. La tipa incomincia ad indagare per scoprire l'assassino ma capirà troppo tardi che quel che ha visto non appartiene al passato. Difatti si tratta di una premonizione e purtroppo sarà proprio lei la vittima dell'allucinante delitto. Un film carico di tensione e con una trama molto accattivante, vagamente ispirata al "Gatto nero " di Edgar Allan Poe. Ottima la fotografia e brava Jennifer O'Neil nel ruolo da protagonista inquieta ed angosciata. Un Fulci in gran forma insomma che ci regala un bel thriller parapsicologico che (dichiarandolo in più di un'intervista) ha sempre considerato come una delle sue opere più riuscite nonostante lo scarso successo, che ai tempi, ebbe nelle sale cinematografiche

28 GIORNI DOPO
( 28 DAYS LATER )
di Danny Boyle

Danny Boyle ( “Piccoli omicidi tra amici” , “Trainspotting”, “The Beach” ecc…) si tuffa, con il suo tipico stile di regia, in questa storia che incrocia horror e fantascienza catastrofica. Alcuni animalisti fanno irruzione in un centro di sperimentazione scientifica sulle scimmie. Con orrore, il gruppo scopre gli atroci esperimenti cui sono soggette le povere bestie e decide di liberarle. Mal gliene incoglie poiché gli animali sono infetti ed in grado di trasmettere un terrificante virus che tramuta, in pochi secondi, gli umani in ossessi sbavanti e feroci. 28 giorni dopo , assistiamo al risveglio di un ragazzo di nome Jim che era ricoverato, in stato comatoso, all’ospedale di Londra. Jim, che nulla sa della tremenda epidemia, inizia a vagare per la città deserta alla ricerca di qualcuno ancora in vita. Da qui ha inizio l’odissea del giovane che incontrerà branchi di feroci “infetti” ed alcuni umani “sani” che si difendono per sopravvivere. Inoltre, la radio capta una sola stazione che manda a rotazione un appello, da parte di un gruppo militare di Manchester, che invita tutti i sopravvissuti in circolazione ad unirsi a loro. L’atmosfera desolata ed angosciante della Londra devastata, la fotografia fredda e sgranata e l’ottima colonna sonora (a cui ha collaborato Brian Eno) rendono i primi 20 minuti di questo film decisamente terrificanti e disperati. Poi la pellicola ridimensiona la sua riuscita poichè la tensione cala progressivamente, l’originalità latita ed il finale non convince del tutto. Eppure, nonostante ciò, è piacevole notare l’atmosfera “europea” di questo film che prende le distanze dall’aurea patinata di molti prodotti “made in USA” che imperversano nelle nostre sale cinematografiche. Interessante anche la scelta di Boyle di adoperare sia la pellicola che il digitale per trasmettere sensazioni diverse. Il digitale difatti viene usato per conferire al film un taglio “realistico” e decisamente crudo. Le citazioni abbondano (“Demoni” di Bava , “Resident Evil” e la trilogia sugli zombie di Romero) anche se, a mio parere, non sempre risultano ben inserite nel contesto e spesso anche i “messaggi morali” che il regista ci invia, lungo il corso della vicenda, sono forzati e forse un po’ ruffiani. Anche se non ci troviamo dinanzi ad un capolavoro, questo “28 Giorni Dopo” risulta essere un film interessante che merita la visione

976 - CHIAMATA PER IL DIAVOLO
( 976 EVIL )
di Robert Englund

Esordio di Robert Englund (il Freddy Krueger della serie "Nightmare" tanto per intenderci) alla regia. La storia vede un ragazzo deriso da tutti e molto remissivo che chiamando un numero telefonico che promette un oroscopo dell'orrore si trova invece in contatto direttamente col demonio. Cosi' il giovane vende la sua anima in cambio di poteri soprannaturali che userà a scopo di vendetta nei confronti dei suoi vessatori. La trama è tutta qua ma comunque il film diverte ed è dotato di buoni effetti speciali. Nonostante il film sia stato stroncato dalla critica del settore io, personalmente, l'ho trovato spassoso e abbastanza coinvolgente. E' vero che la tensione latita e che la sceneggiatura è approssimativa, ma c'è anche da dire che ho visto molte altre pellicole ad alto budget che hanno ottenuto risultati ben più scadenti. Resta comunque l'unica prova da regista per il simpatico Englund..

THE ADDICTION
di Abel Ferrara

Gioiello dark diretto da Abel Ferrara che dipinge il vampirismo come una forma di tossicodipendenza. Una studentessa di filosofia viene aggredita di notte in strada da una donna misteriosa che la morde sul collo. La ragazza, dopo questa tremenda esperienza, inizierà a manifestare chiari sintomi di vampirismo. Inconsapevole e spaventata da ciò che gli sta accadendo la giovane cercherà di lottare contro la parte oscura che si cela nel suo animo e che la spinge a nutrirsi di sangue. Ma inesorabilmente il suo lato malvagio prenderà il sopravvento tramutandola in uno spietato "succhiasangue". Girato in un bianco e nero sgranato ed angosciante, "The Addiction" si segnala come uno dei film più originali sul tema del vampirismo degli ultimi anni. Complesso, carico di dialoghi sospesi fra realtà e citazioni filosofiche, cupo e permeato da un'atmosfera molto triste. Ferrara dipinge lo squallore di New York come non mai e crea scene di vampirismo d'impatto assai crudo (una su tutte l'incredibile finale in cui una festa che si trasforma in carnaio ad opera di un branco di vampiri). Da brivido anche la sequenza in cui la vampira si nutre di sangue prelevandolo da un cadavere con una siringa appartenuta ad un tossicodipendete. Eccellente l'interpretazione di Lili Taylor (ottima attrice coinvolta poi nel pessimo "The Haunting") e carismatico il cameo di Christopher Walken. Infine da menzionare la parte audio del film, che contribuisce non poco all'atmosfera dello stesso, con musiche gelide ed un doppiaggio caratterizzato da un eco pastoso quasi ipnotico. Consigliatissimo !

AFTERMATH
di Nacho Cerdà

Medio-metraggio splatter girato con tecnica sopraffina sul tema della necrofilia. La storia vede una ragazza perire in un incidente autostradale a causa di un cane che ha attraversato improvvisamente la strada. Il suo cadavere viene poi trasferito all'obitorio dove dovrà essere analizzato tramite autopsia. Purtroppo la salma non ha finito le sue tristi peripezie poiché il medico che cura le autopsie stesse è un necrofilo che sezionerà con morboso gusto il corpo prima di accoppiarsi disgustosamente con esso. Nel finale ,dopo aver ripulito la sala dell'obitorio da sangue frattaglie con cura meticolosa (che evidenzia una chiara abitudinarietà) il necrofilo prenderà il cuore della defunta giovane ed una volta a casa lo darà in pasto al suo cane. Ad aumentare il senso di disgusto e malattia alienante contribuisce il fatto che il corto si svolge senza un dialogo ed ha come unico commento alle scene un sottofondo di musica classica. Tecnicamente davvero impeccabile con uno stile ed una fotografia gelide "Aftermath" è un vero shock per lo spettatore. Il senso di disgusto e tristezza che la pellicola lascia è davvero spiazzante. Nonostante il contenuto trasgressivo questo medio-metragio è stato pluripremiato in diversi concorsi per cineasti emergenti.

L'ALBA DEI MORTI VIVENTI
( DAWN OF THE DEAD )
di Zack Snyder

Ecco a voi il tanto atteso remake del cult romeriano “Zombi (Dawn of the Dead)” che dopo aver ottenuto ottimi esiti al box office americano, approda anche in Italia. La storia parte da premesse similari al suo predecessore, con il contagio ed il gruppo di superstiti che si rifugia nel supermercato. Qui i nostri, fra discordie, incomprensioni ed incidenti vari, cercheranno di sopravvivere ai morti viventi e di mantenere l'equilibrio mentale mentre il mondo sembra ormai irrimediabilmente devastato. C'è ancora speranza di fuga ? C'è ancora speranza di una nuova vita ? Il giovane regista esordiente Zack Snyder dirige con ritmo aggressivo la vicenda, rivelando le sue origini “videoclippare” accompagnate però da un'ottima tecnica e dalla capacità di creare reali attimi di tensione. Non starò qui a paragonare questo “remake” con l'inarrivabile film di Romero anche perché i due film hanno identità ben distinte e differenti. Il messaggio sociale di “Zombi” non viene tenuto troppo in considerazione dallo sceneggiatore James Gunn, che privilegia il ritmo serrato e i colpi di scena, creando una sorta di action/horror di sicuro intrattenimento. Se si chiude un occhio su alcuni passaggi pretestuosi dello screenplay e sulla psicologia piuttosto stereotipata di molti personaggi, si deve dar atto a Gunn di aver imbastito una storia carica di orrore e angoscia, con un finale sorprendentemente nero. La confezione è impeccabile grazie anche alla gelida fotografia ed al montaggio molto dinamico. Buona anche la prova recitativa del cast in cui spicca soprattutto il granitico Ving Rhames. Lo splatter abbonda e gli fx sono ottimi, cosi' come il make-up degli zombies. Come in “Resident Evil”, “28 Giorni Dopo”, “House of the Dead”, “Undead” (e potrei citare altri film del neo-filone sugli zombie), i morti viventi invece che deambulare lentamente, corrono e saltano come forsennati. La cosa ormai non stupisce più di tanto ma anzi da il via ad una mia buffa riflessione. Lo stereotipo dello zombi che corre è il riflesso stesso del moderno cinema (e, in fondo, del ritmo odierno della vita)
dove tutto è ossessivamente veloce, dalla regia al montaggio e pertanto gli stessi morti viventi non possono fare a meno di adeguarsi, no ?

L'ALBERO DEL MALE
(THE GUARDIAN)
di William Friedkin

Ottima favola horror che vede come protagonista una baby-sitter che adora un albero mostruoso al quale sacrifica i bambini che gli vengono affidati in custodia dagli ignari genitori.Una famiglia ingaggera' una spietata lotta contro la pianta malefica e la sua demoniaca discepola. Atmosfere cupe ed ottimi effetti speciali curati da Steve Johnson fanno da sfondo ad una storia avvincente e diretta con mano sicura da Friedkin. Affascinante anche la figura dell'albero, antico culto pagano che racchiude in se l'universo delle paure infantili. Infine davvero da incubo la sequenza finale nella quale il vegetale viene letteralmente mutilato e smembrato a colpi di motosega fra urlacci e fiumi di sangue

L'ALDILA'
(THE BEYOND)
di
Lucio Fulci

Lucio Fulci rappresenta quanto di piu' controverso ci sia nella cinematografia horror italiana. Da molti (all'estero) considerato un genio e da altri (in Italia) considerato solamente un artigiano rozzo e senza fantasia. Un regista in grado di creare capolavori (come il qui presente "L'Aldilà") ma anche filmetti di infimo livello come "I fantasmi di Sodoma" oppure "Demonia".
La vicenda si svolge all'interno di un albergo che (in stile "Suspiria") cela in esso il cancello dell'inferno. Ovvie le terrificanti conseguenze. Volendo essere obbiettivi la storia non e' originale e la sceneggiatura quanto di piu' sconclusionato possa esistere (lo stesso Fulci disse che l'originale, scritta da Dardano Sacchetti, ammontava a sole 30 pagine e che fu stravolta completamente in fase di realizzazione del film), ma il genio di Fulci spunta di colpo e stravolge le carte in tavola. Visionario, allucinato, macabro, usa la telecamera come un occhio spettrale che guarda i personaggi vagare fra incubi, zombi e fiumi di sangue. Alto il livello di splatter, con alcuen scene memorabili (più volte verrà imitata in vari horror d'oltreoceano, la sequenza dei ragni che divorano uno sfortunato Michele Mirabella) e nonostante il basso budget, l'atmosfera che si respira è estremamente cupa ed efficace.
Il finale e' quanto di piu' vicino possa esitere ad un quadro apocalittico e le musiche di Fabio Frizzi, commentano tutto il film con pezzi enfatici e macabre litanie

ALIEN
di Ridley Scott

Si può discutere per ore su questo cult...horror, fantascienza...di che genere si tratta? Alien é in realtà uno degli esempi più riusciti di commistione tra questi due generi, Scott crea un'atmosfera claustrofobica e al tempo stesso angosciante, muovendosi con sicurezza in uno dei set più complicati che siano mai stati realizzati, l'interno della famosa astronave "Nostromo". Difatti il maestoso set fu costruito su tre livelli, proprio per permettere agli attori di muoversi liberamente. Il film riesce a creare nello spettatore una crescente sensazione di terrore, grazie anche alla splendida (e cupissima) fotografia di Derek Vanlint accompagnata dalle gelide musiche di Jerry Goldsmith.
La nave spaziale "Nostromo" sta tornando sulla terra dopo un lungo viaggio, a bordo 5 uomini e due donne, immersi in un letargo indotto, unico modo per affrontare il viaggio senza morire di vecchiaia.
Il computer di bordo riceve uno strano messaggio da un vicino pianeta e sveglia l'equipaggio che scende a controllare il di cosa si tratti. Uno di loro, durnate la perlustrazione, verrà assalito da una strana creatura e... Non posso proprio andare oltre, Alien va visto, non raccontato!
Forse il miglior Ridley Scott di sempre, grande Sigourney Weaver nello storico ruolo da agguerrita protagonista. Eccellenti gli effetti speciali, con l'originale terrificante alieno (alla cui figura s'ispireranno, e si ispirano tutt'ora, decine di successive creature aliene cinematografiche) creato dal "nostro" Carlo Rambaldi e dal folle genio di H.R. Giger.
MAESTOSO

ALIEN VS PREDATOR
di Paul W. S. Anderson

Una spedizione scientifica, finanziata da un miliardario, parte alla volta dell'Antartide dopo aver scoperto una misteriosa piramide sepolta sotto i ghiacci perenni. Ma purtroppo per loro, una mortale minaccia li attende. Difatti degli esseri alieni usano la piramide come luogo di caccia ai danni di un'altra razza extraterrestre e cosi' gli umani si troveranno nel mezzo di una vera e propria guerra. Il leggendario “crossover” , fra i due miti del moderno fanathorror, prende vita grazie alla regia di Anderson (“Resident Evil”) e grazie ad un sonante budget di oltre 60 milioni di dollari. Dopo una serie a fumetti ed un videogioco, e dopo numerose rinunce di case di produzione a finanziare il progetto cinematografico, ecco giungere nelle nostre sale il punto d'incontro fra la serie “Alien” e quella di “Predator”. Il risultato però non è eccelso, sia a causa di una sceneggiatura fin troppo scarna e sia per lo spessore della pellicola stessa, più adatta ai teenagers che ad un pubblico adulto. Se la prima mezz'ora di girato riesce a trasmettere un senso d'attesa ed una buona atmosfera, il resto del film può vantare solo un buon ritmo e degli effetti speciali possenti. Una lunga serie di stereotipi infarcisce la vicenda in cui i personaggi sono abbozzati a malapena e le citazioni talmente copiose, da risultare stucchevoli e forzate. Non ci si annoia (il film è una pura macchina per l'intrattenimento più fragoroso) ma di certo le figure dell'alieno e del predatore vengono rivisitate nella loro chiave più superficiale e diretta. Le angosce cupe e futuristiche, succo di “Alien”, ed il confronto spietato uomo-mostro, di “Predator”, lasciano il posto ad una sarabanda di effetti speciali, corse a perdifiato e botti di capodanno. In fondo “Alien vs Predator” non dice nulla di nuovo allo spettatore né tantomeno soddisfa la maggior parte degli “aficionados” del passato, ma si pone come un gigantesco videogame per giovanissimi. Comunque non mancano momenti d'impatto; uno su tutti, il primo duello fra l'alieno sbavante ed il predatore armato di lame: botte da orbi!

ALLIGATOR
di Lewis Teague

Buon film che s'inserisce nel filone dei "beast movies" dove l'animale feroce di turno è questa volta un enorme alligatore. Sfruttando la celebre leggenda metropolitana che narra di coccodrilli che vivono nelle fogne newyorkesi, la pellicola è caratterizzata da un buon uso della tensione e degli effetti speciali. Un cucciolo di alligatore, vinto ad una fiera, viene gettato nelle scarico di un bagno e finisce nei canali delle fogne. Qui il rettile inizia a cibarsi di rifiuti e carogne varie. Fra queste vi sono alcune carcasse di cani su cui sono stati fatti esperimenti genetici. Il simpatico alligatore subirà una mutazione che lo renderà enorme e ferocissimo. Stanco delle carogne trovate nelle fogne, il "nostro" deciderà di risalire in superficie (memorabile la scena in cui l'alligatore sfonda l'asfalto ed emerge in mezzo ad una strada pubblica) per assaggiare la prelibata carne umana. Un poliziotto, con un debole per l'alcool, ingaggerà una lotta all'ultimo sangue con la creatura. La regia solida riesce a dar ritmo ed un crescendo di suspense davvero buoni e la seconda parte del film, quella in cui il mostro vaga per la città, è davvero ben riuscita. Gli effetti speciali sono buoni , gli attori credibili ed i mezzi produzione, non enormi, vengono comunque gestiti al meglio. Il buon vecchio trucco di sfruttare la paura comune che la gente ha nei confronti di animali feroci, centuplicandone la cattiveria, ("lo Squalo" docet) funziona appieno in questa pellicola. Il film, realizzato nel 1980, ottenne un buon esito commerciale e dieci anni dopo è stato realizzato anche un sequel dal titolo "Alligator 2 : The Mutation".

ALLUCINAZIONE PERVERSA
(JACOB'S LADDER)

di Adrian Lyne

Jacob Singer, reduce del Vietnam tormentato dai ricordi di guerra e dalla morte del figlioletto, incomincia a vedere strani esseri ovunque: la metropolitana e le strade di New York si rivelano luoghi non più tranquilli e tutti, compresa la sua compagna, sembrano avere qualcosa da nascondere. Scoprirà che anche i suoi ex-commilitoni hanno lo stesso problema, e che a tutti loro fu somministrata una potente sostanza in grado di aumentare la ferocia durante i combattimenti. Comincia come l’ennesimo “Vietnam movie”, ma ben presto il film si trasforma in un viaggio perverso e allucinante dentro i meandri della psiche umana: da un regista mediocre come Lyne non ci si aspettava un’opera così densa, profonda e ricca di significati come questa. Dimenticate l’insopportabile stile patinato di robe come “Flashdance” e “Nove settimane e mezzo”: qua il regista dimostra di saperci fare, e sa condurre il gioco fino all’ambigua soluzione finale. Un horror adulto, quindi, suggestivo e coinvolgente: tutte qualità rare negli ultimi anni.

L'ALTROVE
(THE DARKNESS BEYOND)
di Ivan Zuccon

Il ventottenne Ivan Zuccon è il regista di questo horror dagli interessanti spunti e dalla pregevole confezione. Siamo nel 1571 a Baghdad quando un filosofo arabo traduce e trascrive le pagine che si trovano nel Necronomicon, il famigerato libro dei morti. All'improvviso una presenza invisibile aggredisce l'uomo e l'uccide. Con un balzo temporale ci troviamo avanti di 500 anni con il mondo sconvolto da un'assurda guerra perpetrata da gruppi di folli invasati ai danni dell'umanità. Si tratta di umani posseduti dai Grandi Antichi che intendono spazzar via la razza umana per sempre. Un manipolo di soldati si troverà a vivere un'orrenda avventura fatta di incubi, torture e terrificanti rivelazioni sull'origine del nostro mondo. Carico di immagini orripilanti e di sequenze di ottimo impatto visivo, "L'Altrove" si snoda in una serie di agghiaccianti situazioni. Il regista Zuccon si dimostra sicuro dietro la macchina da presa ed ha uno stile molto interessante. Di certo si nota l'abilità acquisita dopo essersi "fatto le ossa" con diversi cortometraggi, con il bizzarro film "De Generazione" e dopo aver fatto da assistente a Pupi Avati nel 1999. Inoltre i numerosi riferimenti a Lovecraft donano al film in questione un alone molto tenebroso e suggestivo. Realizzato con diversi supporti (16mm, Betacam e "cinepresa" digitale) "L'Altrove" si avvale di una fotografia onirica e di una recitazione alquanto professionale. L'unica critica che si può muovere al film è che lo stile da videoclip inficia un po' sul risultato finale. Difatti (per quanto questa sia una ovvia scelta del regista) la storia tende a frammentarsi in scene di indubbio impatto visivo ma anche di esile collegamento logico. Numerosi gli spunti e le citazioni lungo il corso del film: si va dai cenobiti di Clive Barker ai film di Fulci con una sequenza finale che mi ha ricordato molto "Hardware di Richard Stanley. Intelligente anche la trovata di non dare alla vicenda un vero e proprio protagonista, difatti ogni qualvolta che lo spettatore crede di aver identificato il personaggio principale della storia questi puntualmente viene ucciso.

L'ANGOSCIA
(ANGUISH - ANGUSTIA)
di Bigas Luna

Prodotto nel 1987 e distribuito l' anno successivo, ma approdato in Italia (nell' indifferenza generale) solamente alla fine del 1990, questo film rappresenta l' unica incursione nel fantastico da parte dello spagnolo Bigas Luna, solitamente regista di pellicole erotiche. Il titolo è quantomai appropriato, dato che di angoscia, almeno all' inizio, se ne prova davvero tanta. Una madre fanatica, interpretata da Zelda Rubinstein (ricordate la nana dei tre "Poltergeist"?), domina telepaticamente lo sventurato figlio, costringendolo a compiere malsane efferatezze; dopo circa mezz' ora di narrazione si scopre però che si tratta solo della proiezione cinematografica di un "film nel film", al quale uno degli spettatori, alla faccia di chi tenta di sostenere che la violenza sullo schermo non genera reale follia, ha deciso di ispirarsi per compiere un massacro ai danni del pubblico. Ma il finale regalerà una nuova sorpresa, mettendo in dubbio (neanche tanto velatamente) la veridicità dell' intera vicenda. Ricco di analogie (quasi sicuramente involontarie) col "Démoni" di Bava, "L' angoscia" è un onesto e maturo tentativo di sondare a trecentosessanta gradi l' affascinante potere dell' illusione cinematografica. Alcuni raccapriccianti accoltellamenti,con successiva estrazione dei bulbi oculari delle vittime, ne fanno un film da ricordare dal punto di vista del gore

ANTROPOPHAGUS
(THE GRIM REAPER)
di Joe D'Amato

Questo film segna il passaggio all'horror "totale" da parte del maestro Joe D'Amato, dopo le contaminazioni sexy di "Emanuelle e gli ultimi cannibali" ed i thriller ultra-gore "La morte ha sorriso all'assassino" e "Buio Omega". Lo scenario è "ufficialmente" l'isola greca di Poros,ma in realtà molte scene furono girate nella più "economica" Sperlonga,nei pressi di Latina. Un gruppo di giovani in vacanza, arrivano in Grecia su invito di una loro amica della quale non trovano traccia! In realtà tutto il paese è desolatamente deserto, e dopo varie sparizioni di alcuni ragazzi della comitiva, si svela la leggenda di Klaus Weltman (in alcune versioni,chiamato Niko Tanopulos!!),che si dice essere diventato cannibale dopo aver divorato la moglie ed il figlioletto, rimasti con lui sperduti in mare aperto. L'unica abitante dell'isola è la misteriosa sorella di Weltman che cerca in tutti i modi di convincere i giovani ad andare via, e che finisce suicida dopo l'ennesimo tentativo di persuasione. Uno ad uno i giovani vengono massacrati dal cannibale che alla fine viene sconfitto dall'eroe di turno (uno "statico" Saverio Vallone) e che prima di morire "ci concede" un ultimo regalo: infatti il pazzo morente, si "autodivora"! Tecnicamente il film è artigianale ma molti momenti sono di reale tensione,soprattutto la prima apparizione dell'orendo cannibale, interpretato da uno straordinario George Eastman, che in questo caso "mortifica" il proprio proverbiale fascino per rendersi assolutamente mostruoso. Eastman(il cui vero nome è Luigi Montefiori,oggi sceneggiatore di fiction)è stato per molti anni collaboratore fisso di Joe D'Amato,sceneggiando ed interpretando diversi film dal controverso "Porno Holocaust" all'interessante esperimento di "Le notti erotiche dei morti viventi",da "Emanuelle e Francoise le sorelline",a "Sesso nero",sino ad "Endgame". Joe D'Amato ricambierà la collaborazione con Eastman,producendogli il suo unico film da regista,"DNA",uscito con poca fortuna nel 1989. Degli altri attori c'è da segnalare l'esordio di Serena Grandi "pregnant" con lo pseudonimo di Vanessa Steiger, che andrà incontro alla morte più estrema del film e ormai passata alla storia (il feto strappato con forza dal ventre e divorato dal mostro!!), e poi c'è la bravissima Zora Kerova,(già vista in "Cannibal Ferox","American Fever" e "Lo squartatore di New York") e Tisa Farrow sorella della più famosa Mia, e che si dice oggi faccia la tassinara a New York!!! Il film avrà anche un seguito,legato parzialmente a questa storia, "Rosso Sangue" diretto dallo stesso D'Amato(con protagonista l'immancabile George Eastman) e in seguito due "tributi" nel tedesco "Antropophagus 2000" e l'italiano "Sick-o-pathics",film da ricordare esclusivamente per il cast da "cinefili" del cinema di genere:infatti troviamo tra gli altri Lucio Fulci,Luigi Cozzi,David Warbeck,Rick Gianasi e Sergio Stivaletti!! La colonna sonora di Antropophagus,scritta da Marcello Giombini è stata riarrangiata dalla band,"The Transistors"(della quale faccio parte!!) che hanno proposto una rilettura "beat" nel loro brano intitolato "Terror en el Mar Egeo". Due piccole curiosità: 1)Nel 1987 Geroge Eastman e Serena Grandi saranno nuovamente insieme,protagonisti del film di Lamberto Bava,"Le foto di Gioia". 2)Se siete in possesso dell'ultimo thriller girato da Joe D'Amato,"La iena",fate caso al film che la protagonista Cinzia Roccaforte guarda terrorizzata alla televisione:si tratta proprio di "Antropophagus"....... Negli ultimi anni è avvenuto finalmente un "recupero" della filmografia di Joe D'Amato,grazie a "Nocturno Cinema",tanto che oggi è facile trovare il vhs del film,un tempo introvabile. In definitiva un film che,tutti devono aver visto almeno una volta

ANTHROPOPHAGOUS 2000
di Andreas Schnaas

Schnaas con questa pellicola stabilisce lo spartiacque fra il suo cinema amatoriale improvvisato degli inizi e quello che sarà il suo futuro modo di girare più curato e con budget più consistenti. La storia si svolge in Italia ( uno dei motivi di questa location è il buon seguito di fans che il tedesco possiede nella nostra penisola ) ed è una sorta di remake del cult "Antropophagus" di Joe D'Amato (nei credits iniziali è citato come fonte della sceneggiatura originale il duo Massaccesi-Montefiori) miscelato assieme alla cronaca dell'infausta vicenda del mostro di Firenze. Un gruppetto di ragazzi decide di passare le vacanze in un paesino della toscana, ovvero Borgo San Lorenzo, e si trova vittima di uno psicopatico sanguinario. Il "mostro" ha subito un tremendo shock a seguito di un naufragio durante il quale, vinto dai morsi della fame, divorò la moglie e la figlia. Sarà un inferno per i ragazzi che periranno fra atroci supplizi. Girato con supporto digitale e con un buon montaggio al computer, il film di Schnaas si segnala per una cura ben maggiore rispetto alle sue precedenti tre pellicole e segna il passo per quel che sarà la summa (fino ad ora) dei suoi progressi, ovvero "Violent Shit 3". La pellicola non è esente dai difetti, anzi spesso le stesse inquadrature sono tirate via e poco curate (notevoli comunque le carrellate nel bosco!). Lo splatter abbonda come sempre e questa volta è funzionale ad una storia che tutto sommato ha un intreccio ed una sceneggiatura (cose del tutto assenti nei suoi gore-movies precedenti). Notevole la scena-rifacimento del feto strappato alla donna incinta e quella delle interiora che vengono estratte direttamente dalla bocca di un malcapitato.

L'ARCANO INCANTATORE
di Pupi Avati

Piccolo gioiello del cinema "nero" nostrano, "L'arcano incantatore" passa sotto gli occhi della critica suscitando ben pochi clamori. In effetti, non è ai livelli de "La casa dalle finestre che ridono" dello stesso Avati, molto più incisivo e coinvolgente, specialmente per quanto riguarda la trama e la narrazione. Ma i meriti e le peculiarità di questo film del 1996 sono altri. Ciò che spicca maggiormente è l'atmosfera cupa e di mistero che aleggia sulle vicende dei protagonisti, un occultista ed il suo aiutante, ma soprattutto su una Emilia Romagna, luogo dove avvengono gli strani eventi raccontati dalla pellicola, resa davvero "magica e arcana" dal bravo regista. Da segnalare l'ottima prova recitativa di Stefano Dionisi, volto del personaggio chiave del film, e la fotografia, impeccabile nel sottolineare sensazioni e stati d'animo che trasudano dai personaggi e dai luoghi della storia

AUDITION
( OODISHON )
di Takashi Miike

Aoyama, vedovo e con un figlio a carico, vorrebbe trovare una donna da sposare. Il suo amico, produttore cinematografico e televisivo, lo convince a cercarla con l’ausilio di una falsa audizione per un film che in realtà non verrà mai realizzato. Cosi’ Aoyama accetta e, dopo aver visto varie candidate, rimane colpito dall’eterea ed androgina Asami. Costei sembra perfetta: accetta il corteggiamento dell’uomo, è dolce e servile, amorevole e comprensiva. In Aoyama nasce un’attrazione profonda ed un amore ossessivo. Ma chi è in realtà Asami ? Un vortice di orrore e dolore sconvolgerà la vita di Aoyama. “Audition” è un film profondo ed inquietante che si divide in due parti nette. Nella prima, nonostante ci sia un filo tagliente di tensione in sottofondo, ci troviamo in una situazione di apparente calma in cui sboccia una storia d’amore. Nella seconda, improvvisa e debordante, l’orrore brutale ed il dolore fisico la fanno da padroni, esplodendo in un climax altamente disturbante. Miike intesse una vicenda con personaggi densi di contrasti che riflettono in se stessi tutti i forzati “tradizionalismi” della società nipponica e tutta la voglia di valicare i tabù segretamente repressi. Vittime e carnefici si confondono, esattamente come realtà e dimensione onirica all’interno del film. Amore diventa sinonimo di distruzione, disgregazione, piacere e dolore fusi assieme. L’aspetto tecnico del film è praticamente impeccabile con montaggio, fotografia e soprattutto attori eccellenti. La parte finale della pellicola (grazie all’uso perfetto della soggettiva e della pseudo-soggettiva) metterà a dura prova lo stomaco e i nervi dello spettatore, lasciando uno stato d’inquietudine che perdura (almeno per me, è stato cosi’) oltre la visione del film. Ispirato ad un romanzo di Ryu Murakami

L'AVVOCATO DEL DIAVOLO
(THE DEVIL'S ADVOCATE)
di Taylor Hackford

Non molto spesso la macchina da soldi americana produce film degni di nota, men che meno sul versante horror, quindi rendiamo giustizia a questo film che pur non essendo un horror puro (è più corretto dire thriller/horror) si erge sopra la media, dove finalmente un budget elevato non serve solo a coprire buche di sceneggiatura. Partiamo dal cast che annovera attori come Keanu Reeves, Charlize Theron e quel gigante che è Al Pacino (probabilmente uno tra i migliori al mondo in questo momento). La trama vede Kevin Lomax (Keanu Reeves) nei panni di un avvocato in carriera che passa dalle cause (tutte vinte) di provincia ai casi più corrotti e intricati di New York dove si trasferisce con la moglie Mary Ann Lomax (Charlize Theron) in quanto assunto dal più importante studio legale della città, diretto da John Milton (Al Pacino). Ma il prezzo da pagare per il denaro e la fama sarà alto, a partire dalla sua stessa persona fino alla salute, fisica e mentale, della moglie e oltre. Il regista, di cui personalmente non conosco l'operato precedente, ci regala un film veramente ispirato, con un'ottima regia, sempre dinamica che tiene lo spettatore incollato al video. Non ci sono momenti di stanca nella narrazione complice anche l'ottima prova di un Keanu Reeves in stato di grazia e di Charlize Theron, effettivamente credibile nei panni della moglie-giocattolo di un brillante avvocato. Nota a parte per Al Pacino, assolutamente sopra le righe in un'interpretazione perfetta. Il film appare in molti tratti, specialmente nella prima parte, ispirato dal favoloso "Rosemary's Baby" di Polanski (e non potrebbe essere altrimenti quando si tratta del diavolo) come nella scena della camminata col coltello nel corridoio, o nella follia progressiva che assale Mary Ann, solo che qui lo sviluppo è meno ossessivo e claustrofobico rispetto al film di Polanski perché la vicenda è vista più spesso dagli occhi dell'intraprendente Kevin Lomax, costruendo il film su un fantastico dualismo tra Reeves e Pacino. Ottima sceneggiatura, atmosfere ben realizzate, complici le scenografie irreali ed oniriche, e una tensione crescente, in un continuo gioco di luci e ombre; infatti l'intero film è una preparazione per l'esplosione finale: un quarto d'ora di pathos dove tutto si rivela, retto dal grande Al Pacino in maniera superba, con un monologo finale che da solo varrebbe tutto il film. Come in molti film di questo tipo l'horror più che vederlo si respira: è tangibile nella cupa disperazione di Mary Ann, psicologico nella degenerazione morale di Kevin, "biblico" nella figura perversa, ricercata e contemporaneamente concreta di John Milton. E vi assicuro che tutto ciò vale molto di più di un paio di scene splatter buttate li a caso. Un film da non perdere.

BABY BLOOD
(THE EVIL WITHIN)
di Alain Robak

Raro esempio di splatter francese degli anni '80, questo "Baby Blood" è una commedia nerissima diretta con bravura da Robak e dotata di buoni interpreti. Una giovane ragazza, di nome Yanka, lavora in un circo ed è continuamente vessata dal suo bruto compagno. Un giorno arriva un carico di felini dal continente africano e fra di essi c'è un giaguaro che sembra incutere timore a tutti gli altri animali. Una notte la belva accusa uno strano malore ed il suo corpo si disgrega liberando una sorta di viscido parassita che, una volta libero, si va ad infilare nella vagina di Yanka. La ragazza si ritrova di colpo incinta e fugge dal circo. Ma la creatura che porta in grembo necessita di sangue umano per vivere e crescere e cosi' obbliga la giovane ad uccidere per lei. Nel finale Yanka, dopo aver partorito, immolerà se stessa ed il suo "pargolo". Robak conosce assai bene il linguaggio cinematografico e lo usa per intessere una storia che alterna violenza, comicità ed attimi d'inaspettata tenerezza. Il rapporto tra Yanka (interpretata bene da Emanuelle Escourrou) ed il parassita è delineato in maniera interessante e mette in luce le diverse fasi della sua evoluzione. La giovane è inorridita all'inizio e cerca di contrastare la volontà della creatura, poi però l'istinto materno prevale ed in lei cresce (man mano che i mesi di gravidanza aumentano) un forte legame affettivo. Nel finale, dopo aver cercato di proteggere in tutti i modi il suo bimbo, la ragazza si renderà conto di colpo dell'effettiva crudeltà di quest'ultimo e deciderà di sacrificare la vita di entrambi per evitare una nuova scia di interminabili orrori. Buoni gli effetti splatter di Benoit Lestang che raggiungono il climax in una scena onirica durante la quale Yanka , prossima al parto, vede spuntare dal suo ventre le braccia mostruose del suo pargolo. Un film consigliato a chi ama il cinema horror "in stile" Frank Henenlotter.

BABY KILLER -(IT'S ALIVE)
di Larry Cohen

Ottimo piccolo horror di uno dei registi "cheap" piu' in gamba degli anni 80. La storia narra di una donna che partorisce un bambino deforme e ferocissimo il quale appena nato uccide subito i dottori in sala parto e poi fugge via. Il padre del "mostro" (cosi' viene definito il neonato dalla stampa e dalla televisione) lo cerca con l'intento di ucciderlo, ma poi in lui s'insinua l'inevitabile istinto paterno. Nel tragico finale il "baby killer" morira', ma la radio diffondera' notizie di altre nascite in tutto il mondo. Un piccolo B-movie che urla pero' con vigore il suo messaggio:secondo la cieca massa il diverso e' un nemico, il diverso e' un pericolo, il diverso va disprezzato. Eppure l'amore di un padre e di una madre può trovare nel diverso un nuovo mondo che porta sempre alla stessa conclusione: seppur mostruoso ed indesiderato il figlio è sempre carne della carne..sangue del sangue. Braccato come un animale, l'orrendo pargolo uccide..si, ma solo per paura e per fame. L'uomo invece lo fa da sempre per soldi o, nel peggiore dei casi, per puro piacere. Ora il quesito è : chi e' il vero mostro?

BAMBOLA ASSASSINA
(CHILD'S PLAY)

di Tom Holland

Tom Holland è forse uno dei registi più innovativi degli anni 80, autore di piccole chicche fra le quali "Ammazzavampiri" e questo "Bambola Assassina" che si rivela un prodotto altamente divertente con una costante atmosfera tesa. La storia narra delle gesta di un serial-killer con poteri medianici che un attimo prima di morire trasferisce la sua anima all'interno di un bambolotto di nome Chuchy. Il giocattolo viene poi acquistato da un bambino, il quale si troverà a dover affrontare un'avventura da incubo nella quale il maniaco-bambola tenterà ripetutamente di impossessarsi del suo corpo per poter di nuovo ritornare fra gli umani e continuare cosi' le sue delittuose gesta. Il film e' davvero ritmato, con una massiccia dose d'ironia ( la bambola assume i rozzi comportamenti del maniaco, dice parolacce a più non posso ed è pure attratta dal gentil sesso!!) e possiede degli effetti speciali (firmati dal mago Kevin Yagher) davvero stupefacenti. "Bambola Assassina" darà origine poi ad altri tre sequel fra i quali l'ultimo che si intitola "Bride of Chuchy" nel quale addirittura la bambola omicida trova una degna consorte!?!!?

BAMBOLA ASSASSINA 2
(CHILD'S PLAY 2)
di John Lafia

Sequel (di un buon primo) film che ha ottimi effetti speciali ma che non ha di certo il mordente del predecessore. Il bambolotto con l'anima di un serial-killer ritorna in vita(inspiegabilmente) mentre (ancor più inspiegabilmente) dei tecnici ,che hanno recuperato la carcassa abbrustolita, lo stanno riparando. Tornato dal mondo dei morti Chucky provvede alla solita strage tormentando una nuova famigliola che ha adottato il ragazzo del primo episodio. Tutto qua, null'altro di più in questo film che ha il suo punto di forza nei sempre ottimi effetti di Kevin Yagher ma che una sceneggiatura di routine rende blando e scontato. Poca tensione dunque e davvero zero colpi di scena anche se comunque il bambolotto (doppiato dal grande Brad Dourif) è simpatico e di sicuro ha uno spazio maggiore in questa pellicola rispetto alla precedente. Un sequel nella media diretto da un mestierante in definitva

BAMBOLA ASSASSINA 3
(CHILD'S PLAY 3)
di Jack Bender

Terzo capitolo della saga di Chucky che ormai ha perso il suo vigore iniziale. Questa volta il bambolotto con l'anima di un serial-killer tormenta un ragazzotto alle prese con l'accademia militare americana. Il solito tentativo di reincarnarsi in un essere umano fallirà miseramente. Tripudio di effetti speciali e di battutine ironiche di Chucky che alla lunga tendono ad annoiare. La zuppa è la stessa di sempre e non c'è granchè con cui divertirsi. Anche la violenza ha i toni più morbidi in questo capitolo e la regia è piuttosto standard, rispettando tutti i clichè tipici e priva di tensione nella narrazione.

LA SPOSA DI CHUCKY
(CHILD'S PLAY 4 - BRIDE OF CHUCKY)
di Ronny Yu

Quarto capitolo. La situazione migliora abbastanza grazie soprattutto all'intelligente ironia nella citazione di classici horror anni '80. La storia riparte con una psicolabile che recupera i resti di Chucky e tramite un rito voodoo riesce a ridonargli vita. La giovane era l'amante dello psicopatico che risiede nell'anima del bambolotto ed è assetata di vendetta poiché egli la lasciò sola dopo averla sedotta. A causa di una serie d'incidenti anche lei s'incarnerà all'interno di un'orrenda bambola femminile. Assieme ,i due allucinanti amanti, proseguiranno le loro delittuose gesta a scapito di un'altra coppia di ragazzi innamorati in fuga dai genitori. Nonostante il film sia un'enorme stupidaggine che non può essere assolutamente presa sul serio, bisogna dire che la regia è abbastanza interessante. Anche gli effetti si difendono assai bene e di sicuro la scena forte del film è quella in cui un uomo subisce un pessimo trattamento dalle bambole-killer. Gli vengono sparati in faccia dei chiodi che si conficcano nella sua carne e lo rendono assai simile a Pinhead della saga "Hellraiser", qui puntuale scatta la battutina del bambolotto sadico che dice: "Mh..carino..mi ricorda qualcuno"( la citazione è all'ordine del giorno insomma..). In definitiva un film simpatico concepito per giovani spettatori

BASKET CASE
di Frank Henenlotter

Cult-movie del grande Henenlotter che vede una coppia di gemelli siamesi alle prese con una sanguinosa vendetta. Difatti i due ,ora separati l'uno dall'altro, un tempo erano attaccati fisicamente con il piccolo inconveniente che Duane (uno dei due) era normale mentre l'altro ,di nome Belial, era un'escrescenza deforme e mostruosa che si sviluppava sul fianco del fratello. Un gruppo di medici-macellai li divisero abusivamente usando metodi assai brutali e gettando Belial nel bidone della spazzatura (da cui il tiolo Basket Case). Ma Duane recupero' il fratello in fin di vita, salvandolo ed attuando con lui un vero massacro vendicativo. Ma la vendetta di Belial non si fermerà solo ai medici abusivi poiché la sua gelosia lo portera' anche ad uccidere la ragazza di Duane e nel tragico finale i due fratelli si getteranno da una finestra assieme uccidendosi. Un film girato in 16mm con un budget davvero risibile ma che possiede idee e genialità. Il dramma dei due fratelli e la loro convivenza è tratteggiato con abilità da Henenlotter che alterna momenti drammatici ad altri di stampo ironico. Il film è anche carico di momenti gore con il climax che si raggiunge nell'allucinata scena in cui i medici dividono i fratelli..davvero crudele e schoccante. Il regista dedica il film al padre dello splatter : H.G.Lewis.

BATTLE ROYALE
di Kinji Fukasaku

Ecco a voi il contestato film di Fukasaku che tante polemiche ha generato in Giappone. Addirittura il primo ministro giapponese ha tentato di impedirne l'uscita nelle sale cinematografiche. Fortunatamente tale intervento censorio è andato fallito ed il film è andato regolarmente in distribuzione. Non credo che sia la violenza contenuta in questa pellicola ad aver generato tutto il vespaio di polemiche ma piuttosto penso che sia la feroce critica che essa muove nei confronti della società nipponica ad aver scandalizzato l'opinione pubblica. Il sistema della competizione sfrenata e spietata è ben sintetizzato dall'ultima scritta che compare prima dei titoli di coda, ovvero: CORRI ! In un futuro prossimo venturo, in Giappone, l'incremento demografico ha raggiunto soglie impressionanti cosi' come il tasso di disoccupazione. Il rapporto fra giovani ed adulti si è incrinato paurosamente portando le due "fazione" a lotte fisiche e psicologiche. La "disobbedienza" giovanile crea forte instabilità nei governi e per porre rimedio a ciò viene emanato un decreto inquietante ossia il Battle Royale. Quest'ultimo consiste in una sorta di "Grande Fratello" al massacro in cui un'intera classe di ragazzi (attorno ai 15 anni di età) viene scelta tramite sorteggio e deportata su un isola deserta. Giunti qui i ragazzi si troveranno costretti, loro malgrado, a partecipare ad un gioco crudele in cui dovranno uccidersi a vicenda poiché solo l'ultimo sopravvissuto fra di loro avrà salvala vita. La lotta sarà spietata e spesso impari. Il film regala attimi di tensione notevoli e duelli all'arma bianca davvero brutali. Alcuni personaggi sono ben delineati nelle loro psicologie e nella crisi che sussegue al fatto di dover uccidere i propri compagni di classe. Ci sono anche cattivi DOC come la ragazza bella e spietata oppure il giovane psicopatico che ha voluto partecipare al "Battle Royale" di sua spontanea iniziativa (simbolico figlio ideale della società). Ovviamente il film non è esente da pecche, fra le quali spiccano gli stucchevoli momenti drammatici in cui alcuni giovani in punto di morte fanno dichiarazioni d'amore cariche di moralismo. Una mossa piuttosto ruffiana da parte di regista e sceneggiatore per accaparrarsi i favori del pubblico giovanile. Ciò non toglie però che la regia sia molto curata con un ottimo gusto per l'immagine, una bellissima fotografia dai toni freddi, scenografie suggestive e bella musica classica a far da colona sonora. Le scene gore sono dosate con intelligenza e parsimonia e conservano il loro aspetto spettacolare e shockante. Carismatica la presenza di Takeshi "Beat" Kitano nel ruolo del crudele professore della classe portata sull'isola. "Battle Royale" è dunque un film interessante e coinvolgente che, difetti inclusi, dimostra le grandi idee e capacità del cinema orientale.

THE BITE
(CURSE 2: THE BITE)
di Federico Prosperi

Ottimo horror diretto dal bravo Prosperi e prodotto da Ovidio G. Assonitis in collaborazione con uno staff composto da americani e giapponesi. Una coppietta in vacanza nel sud degli states rischia di essere aggredita da alcuni crotali inferociti. Addirittura i serpenti invadono la strada causando un grosso spavento ai due. Ma i guai sono appena iniziati, difatti uno dei venefici animali è salito in macchina della coppia e morderà il ragazzo. Questi inizierà cosi' a mutare orrendamente, difatti pare che il veleno del crotalo sia tutt'altro che normale negli effetti che causa. Cosi' senza capire il perché il ragazzo , fra atroci sofferenze, si trasformerà e mieterà vittime vomitando addirittura serpenti in una scena!!! Nel finale il giovane perderà anche il più piccolo briciolo d'umanità divenendo una sorta di crotalo gigantesco ed affamato. Ottimi effetti speciali curati dal mitico Screaming "Mad" George che raggiungono il climax nella scena in cui il protagonista rigetta i bulbi oculari e vomita sacche gelatinose ,cariche di serpenti, dalla bocca. Prosperi (che per questa pellicola si firma con lo pseudonimo Fred Goodwin) dirige con mano assai sicura la pellicola e crea numerosi attimi di tensione sfruttando bene l'uso del rallenty ed una fotografia particolare. Nonostante il film sia un clone de "La Mosca" di Cronenberg non sfigura affatto e non cerca la via psicologica preferendo quella più spettacolare.Un lavoro egregio insomma, piuttosto crudele e realizzato con stile e capacità. Davvero consigliatissimo !!!

BLACK CAT
di Lucio Fulci

Uno dei film più sottovalutati del maestro romano. La storia narra di un professore paranoico dedito all'ascolto delle voci dei morti (che crede di catturare con un particolare registratore) e che viene tormentato da un tenebroso gatto nero. Il finale del film ricalca quello del racconto da cui è liberamente (moolto liberamente) tratto ovvero: "Il gatto nero" di Edgar Allan Poe. Ambientato in Inghilterra e con la carismatica partecipazione del grande Patrick Magee, "Black Cat" è un film che appartiene comunque al periodo d'oro di Fulci nonostante non sia al livello di "Zombi 2","Paura nella città dei morti viventi", "L'Aldilà" o "Quella villa accanto al cimitero". C'è un'inquietante atmosfera in quest'opera ed alcune inquadrature sono davvero molto belle. Il talento visionario di Lucio si fa vedere a tratti anche se i cali di tono ed inspirazione sono evidenti. Brava anche Mimsy Farmer coadiuvata dal sempre fascinoso David Warbeck. Ci sono anche un paio di delitti che fanno il loro effetto, specialmente quello in cui un disgraziato precipita da un cantiere in costruzione e finisce con l'infilzarsi su delle sbarre di ferro che fuoriescono da una colonna di cemento armato.

BLACK CHRISTMAS - Un Natale Rosso Sangue
(BLACK CHRISTMAS - SILENT NIGHT, EVIL NIGHT)
di Bob Clark

Film canadese del 1974 che anticipa di ben quattro anni “Halloween” di Carpenter, proponendo sorprendentemente situazioni e tematiche simili. Ma quel che più colpisce di “Black Christmas” è come esso sia precursore dei “sorority movies”, ovvero quegli slasher ambientati nei dormitori dei college femminili. E’ proprio in una “sorority house” che si svolge questa vicenda in cui un maniaco perseguita giovani e disinibite studentesse, durante il periodo natalizio. Prima le molesta con una serie di telefonate morbose e poi passa ai fatti iniziando ad uccidere con sadismo. La polizia tenterà di venire a capo della drammatica situazione. Un buon cast di attori fra cui Margot Kidder, Olivia Hussey, John Saxon e il Keir Dullea di “2001 Odissea nello spazio” e la professionale regia di Clark, rendono questo film un prodotto interessante. C’è un ottimo uso della soggettiva (con evidenti strizzate d’occhio al nostrano Argento), una buona fotografia ed una sceneggiatura che, seppur discontinua, fornisce dei buoni dialoghi ed un buon approfondimento dei personaggi. Non mancano attimi di tensione e gli omicidi, parchi nel sangue, sono efficaci (uno su tutti, quello in cui l’assassino usa un piccolo unicorno di cristallo per pugnalare una ragazza).

BLOOD FEAST
di Herschell Gordon Lewis

Se come è scritto nella Bibbia, Dio creò il mondo e gli elementi in sette giorni (festivo compreso), il primo regista, in assoluto, dello splatter creò la sua prima opera in soli nove giorni. Così fece Herschell Gordon Lewis (professore di letteratura inglese in una università statale americana) nel lontano 1963 , il suo "Blood Feast" fu progettato per riuscire a creare un qualcosa di nuovo, una pellicola che mostrava la brutalità del Gore in tutta la sua nitidezza grafica, un qualcosa di scioccante e rivoltante destianto a sconvolgere gli stomaci deboli. Lewis ed il volpone dell'exploitation David Friedman produssero tale film con l'intento di dare forma alla violenza grafica, fino ad allora quasi completamente bandita nel cinema. Dopo "Blood Feast" la censura (che fino ad allora "lottava" per reprimere scene di nudo al cinema) s'inaspri' contro tutti i film contenenti scena di violenza in "graphic detail". Certo, per quanto concerne lo stile della regia c'è una vistosa carenza e rozzezza, ma il meglio di "Blood Feast" deriva da quelle atroci scene splatter che cambiarono modo di fare cinema horror. Il regista è il curatore stesso degli effetti e guardandoli ai giorni nostri c'è comunque una certa professionalità ed accuratezza nella realizzazione dei dettagli sugli squarci della carne. La storia narra del piano diabolico del signor Faud Ramses, amante del culto egiziano di Ishtar che uccide giovani ragazze asportando e prelevando pezzi & organi dai loro cadaveri. Questo terribile rituale è in realtà il piano per far reincarnare la dea egizia, che necessita di vite umane in sacrificio.. Per completare il suo progetto egli deve fare un festino addobbando il suo feticcio con le membra delle ragazze. Ma nel finale il signor Ramses viene scoperto dalla polizia e durante la fuga trova riparo in una camionetta della nettezza urbana. Morirà stritolato in mezzo ai rifiuti. Il finale è una sarcastica metafora sulla fine a cui dovrebbero andare incontro i criminali ed una battuta assai esplicita (e autoironica) sul cinema "spazzatura". Lewis ha creato una sua linea personale di sarcasmo che si ritroverà anche nelle sue opere seguenti. Appena uscito nei Drive-in americani, il film non riscontrò problemi di censura (anzi si può ben affermare che dopo di esso nacque il vero concetto di "taglio" e "censura" nel cinema horror) e il successo fu strepitoso tanto da spingere Lewis e David Friedman a produrre altri 2 horror estremi: "2000 Maniacs" e "Color me blood red".Questo "Blood feast", diciamolo apertamente, non è il massimo della bellezza che il cinema ci abbia offerto, ma ad esso si deve riconoscere l'innegabile importanza storica. Fù il "primo" e buona parte del principio cardine dello splatter è qui.

BLOOD FEAST 2 - All U Can Eat
di Herschell Gordon Lewis

Nonno Lewis è tornato !!! Scusate l’emozione, ma visionare un nuovo film (dopo 30 anni di silenzio) del padre dello splatter non poteva che provocarmi un terremoto emotivo. E poi ripresentarsi con un sequel del leggendario “Blood Feast” non è cosa da poco, diciamocelo. Fuad Ramses III, parente del crudele Fuad Ramses che macellò diverse fanciulle negli anni ’60 in onore della dea Isthar, decide di riaprire il ristorante del nonno per condurre una vita tranquilla. Ovviamente lo spirito famelico di Isthar (la cui statua, clamorosamente, si trova ancora nel negozio !!!) lo possiederà spingendolo a riprendere le sanguinose gesta sacrificali. Bene, ora basta con la trama e diamoci dentro col sangue e le budella al vento ! Il produttore Friedman ed il regista Lewis tornano insieme partorendo questo film che celebra i “fasti” del loro passato e (perché no?) cerca di guadagnare sfruttando la vasta schiera di fan in attesa di tale evento. Lo splatter è dosato in abbondanza e l’ironia sfocia nella demenzialità pura, senza remore. Certo, i tempi sono cambiati e di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia…e cosi’, Lewis si adatta a nuovi canoni del cinema usando steadycam (molti di quelli che conoscono il suo stile potrebbero essere colti da malore improvviso nel vedere carrellate e contro-carrellate al posto dei consueti, estenuanti, piani fissi), montaggio curato, attori più o meno decorosi e ragazze siliconate. I nostalgici potrebbero non apprezzare, ma il cambio è inevitabile anche se fa perdere l’alone sleaze, e genuinamente trash, dei vecchi film di Lewis. Per il resto ci troviamo dinanzi ad un prodotto modesto ma divertente, tempestato di gags demenziali, pieno di citazioni ed auto-citazioni ed irrorato di sangue. Efficaci gli effetti splatter (che giustamente bandiscono la computer grafica in onore di frattaglie e lattice) con decapitazioni, sbudellamenti, occhi cavati ed amputazioni assortite. Gustoso il cammeo di John Waters nei panni di un reverendo. Aldilà dei meriti e dei limiti del film (che comunque critica con ironia feroce l'abitudine-vizio di ingozzarsi degli americani), quel che conta è che nonno Lewis ci abbia di nuovo onorato della sua presenza. Per molti vorrà dire poco, o nulla, ma per me che lo considero un elemento cardine per il cinema horror (e, a dirla tutta, anche per il cinema in generale) è stata una gioia visionare questo “Blood Feast 2”. Che emozione !!!

BODY BAGS
di John Carpenter
& Tobe Hooper

Film a episodi, girato da T. Hooper e J. Carpenter, dedicato alla sensazione di sentirsi estranei, esiliati. Nel primo (girato da J. Carpenter), una ragazza al suo primo impiego in una stazione di servizio notturna viene perseguitata da uno spietato serial killer. Dopo un lungo inseguimento l'assassino finirà letteralmente spremuto da un'automobile (con spreco immane di sangue posticcio). "Capelli", il secondo cortometraggio, (ancora Carpenter), narra la storia di un quarantenne affetto da calvizie che decide di sottoporsi ad un trattamento miracoloso. Ottiene il risultato sperato, certo, però...non vi rovino la sorpresa. Il terzo episodio è di T. Hooper, e parla di un ex giocatore di baseball a cui viene trapiantato l'occhio di un serial killer, con conseguenze immaginabili. A differenza di molti che mi hanno parlato di questo film, io mi sono divertito, e parecchio; tutta la pellicola è un omaggio al b-movie che ne Carpenter ne Hopper hanno mai girato, e tutto rimane in perfetto equilibrio tra ironia, splatter ed orrore. Il primo episodio è una parodia di "Halloween" e dei tanti altri imitatori, e sebbene la trama sia praticamente inesistente (tanto da darti l'impressione di essere stato girato senza sceneggiatura, lasciando libera azione agli attori), e gli effetti speciali palesemente riconoscibili, ci si diverte comunque. Il secondo è ungioiellino, che in venti minuti distrugge il mito americano con un sarcasmo mai visto (godetevi l'attacco in cui tutti hanno i capelli tranne il protagonista, e l'unico cane che si vede in strada è un levriero afgano..), ed è il pezzom pregiato del film. Il terzo, infine, è fin troppo prevedibile, ma si lascia guardare. Se si aggiunge che Carpenter recita nella parte di uno zombie che, a mo' di Zio Tibia, introduce i cortometraggi, beh....il prodotto diventa quasi di culto.

BODY MELT
di Philip Brophy

Incredibile horror australiano diretto dal talentuoso Brophy in stile videoclip. La storia vede un'industria di prodotti per amanti del body-building che mette in commercio un nuovo tipo di aminoacidi (in realtà si tratta di anabolizzanti mascherati come prodotti legali) per lo sviluppo muscolare. La "Vimuville" (tale è il nome dell'industria) intende fare il salto di qualità aprendo anche una sorta di centro per il fitness al suo interno. Il problema è che i nuovi prodotti anabolizzanti causano mostruose mutazioni ed hanno effetti collaterali terrificanti. Una donna incinta verrà divorata dalla sua stessa placenta, un poveraccio secernerà muco nasale fino a liquefarsi del tutto, un altro avrà orrende allucinazioni ecc… Alla fine la "Vimuville" verrà scoperta e chiusa ma alcuni prodotti sono ancora in circolazione… Eccellente critica verso gli amanti del corpo perfetto e verso il sistema consumistico e monopolistico delle multinazionali. Ottimi e davvero disgustosi gli effetti speciali di Bob Mccarron (autore anche del make-up di "Splatters" di Peter jackson). Lingue giganti che escono dalle bocche, esseri deformi e cannibali, corpi che si liquefano! Gelida la fotografia, tecnologica la musica ed ottima la tecnica registica per un film davvero spassoso, carico d'ironia, protesta ed intelligenza. Consigliatissimo

BRAIN DAMAGE - La Maledizione di Elmer
di Frank Henenlotter

Eccellente ritorno al cinema del genio Henenlotter, che si rivela come uno degli autori horror-splatter più originali degli anni '80. La trama narra di un parassita mostruoso, di nome Elmer, che si insedia sulla nuca delle vittime iniettandogli un fluido allucinogeno nel cranio. Una volta drogate, le vittime sono completamente succubi del volere del parassita, che le costringe a diventare feroci assassini pur di procurargli materia cerebrale di cui è ghiotto. Un impacciato ragazzo verrà colpito dall'assurdo verme lobotomizzatore e si tramuterà in uno schiavo ai suoi ordini. Fino al tragico finale, ovviamente. Eccezionale, scatenato, intelligente, diretto con nero umorismo ed abilità. Un film denso di scene gore al limite dell'estremo...una su tutte, quella in cui il protagonista conosce una tipa in discoteca e si fa fare un blow-job. Ma mentre la ragazza si abbassa, e tira giù la zip dei pantaloni di lui, ecco uscire di colpo Elmer che si infila nella bocca di lei e le estrapola direttamente da li' il cervello! Una scena che resta in bilico fra la volgarità, il surreale e lo splatter più truce e che lascia davvero sbalordito lo spettatore. Insomma come sempre un film alla Henenlotter : trasgressivo, estremo ed inaspettatamente profondo. Difatti risulta ben tratteggiata la figura del ragazzo protagonista, pieno di incertezze, dubbi e paure e che trova nel parassita la forza per reagire e per mettersi in mostra di fronte agli altri. In parte acida riflessione sugli effetti psicologici delle droghe, in parte critica alla società che schiaccia l'individuo, "Brain damage" è probabilmente il miglior film di Henenlotter.

THE BRIDE OF FRANK
di Escalpo Don Balde

Oltraggioso, disgustoso, osceno, volgare, sporco, rozzo, malato, cattivo, geniale!!! Tutti questi aggettivi non bastano per qualificare tale assurda produzione indipendente americana. Frank è un uomo brutto e sozzo che lavora e vive in una squallida fabbrica ove pullulano personaggi volgari e violenti. Frank è di poche parole ma se qualcuno lo deride non perde tempo in convenevoli e lo massacra senza pietà. Tale è la sorte che tocca, ad esempio, ad un nerd che lo schernisce per il suo inglese da contadino. Il malcapitato sfigatone verrà bastonato a morte, decapitato ed infine Frank defecherà nella cavità squartata del suo collo !!! Ma il "nostro" non sembra insensibile all'amore…eh già…difatti pubblicherà un annuncio su di un giornale per single asserendo d'essere un individuo che cerca una compagna sensibile, dolce, educata e con due grandissime tette !!! Il resto del film altro non è che una selezione continua di donne che si presentano da lui per l'annuncio e che se non soddisfatte del suo aspetto vengono uccise nei modi più assurdi e deliranti. Alla fine però l'amore trionferà e Frank troverà la sua inseparabile & degna compagna per la vita. E vissero tutti felici, folli, squallidi & contenti. In pieno stile John Waters (ai tempi di "Pink Flamingos" s'intende…) si muove quest'immonda e demente pellicola che altro non fa che prendere ,di continuo, a pugni nello stomaco lo spettatore. Girato con una telecamera digitale ma con indubbio talento dal "pazzissimo" Don Balde, "The Bride of Frank" è un film che nella sua abissale volgarità raggiunge però lo scopo che si è prefissato ossia provocare risa estreme nelle scene di estremo disgusto. La sequenza sopracitata del nerd oppure quella in cui un'allucinante grassona viene violentata attraverso la sua cavità orbitale (!!!!) sconfinano nel porno-feticista talmente denso di demente senso d'ironia da lasciare sbalorditi e sconvolti. Il protagonista ha una tale faccia, un tale abominevole aspetto fisico ed una tale demenziale capacità espressiva da risultare irresistibilmente simpatico. Nelle ultime scene del film assistiamo alla vita amorosa di Frank e della sua compagna e, incredibile ma vero, i due sembrano quasi una coppia normale in grado d'amare e di metter su famiglia ! E' forse questo, in fondo, il segreto della pellicola in questione…saper attendere l'amore, saper cercare l'amore ed essere sempre se stessi di fronte al partner. Eh si…il buon vecchio Frank ci insegna questo ed io penso che, alla luce di ciò, gli si possa anche perdonare la sua abitudine di pulire le mutande usando uno spazzolino da denti con dentifricio no?

THE BROOD - LA COVATA MALEFICA
di David Cronenberg

Una delle prove più classicamente horror per il regista canadese ed una delle sue pellicole meno note nonostante l'ottima qualità del film, del cast e della regia. Probabilmente, ma è solo una mia supposizione, in questo film mancava ancora la "malattia" che ha reso Cronenberg oggi un punto di riferimento nel genere. I richiami classici del regista ci sono tutti ma espressi in una maniera non ancora estremizzata come avverrà poi in film come "La Mosca", (o come già avvenuto nel precedente "Il Demone Sotto la Pelle") ed altre pellicole di culto: l'ossessione per gli abissi della mente, per la malformazione vista come fattore estraniante dalla società comune, le atmosfere ospedaliere (qui per la verità evidenti per la presenza di una clinica come location più che per i giochi di luce e le scenografie da sala operatoria che avremo poi nei successivi film). "The Brood" è quindi una avvisaglia dell'esplosione che Cronenberg attuerà pochi anni dopo, sono presenti le tessere del "suo mosaico cinematografico" ma ancora scomposte sebbene rintracciabili in più punti. Una trama per la verità non elaborata e complessa come di solito ci si aspetta da questo estroso cineasta, ma la grande capacità di fondere con naturalezza situazioni estreme concettualmente e visivamente in un canovaccio visivo che rimane stabile anche nelle situazioni più impossibili proprio perchè, per la volontà del regista, per le situazioni suggeriteci durante la pellicola, le assurdità che vediamo diventano per magia le uniche soluzioni possibili e plausibili a dilemmi che qualsiasi altro mestierante della macchina da presa trasformerebbe in noiose e lineari trame horror. Quindi ancora un volta un plauso alla creatività perversa al servizio del cinema. La situazione base del film come detto non lascia presagire nulla di ciò che avverrà: una donna vittima di problemi psichici viene ricoverata in una clinica gestita da un dottore inventore di una terapia d'urto a nome "psicoplasmica". La donna, sposata e con una figlia, vive costantemente segregata come prescrive la cura e perfino al marito non è concesso vederla, durante la sua degenza però misteriosi crimini avvengono alle persone più vicine alla donna ed infine anche la bambina scompare. Ciò porta il marito a sospettare dei metodi della clinica e ad investigare privatamente sulle tecniche del sedicente dottore. Come detto si potrebbe tirare fuori di tutto da una trama cosi esigua, ma la cosa che fa la differenza è che queste righe erano nelle mani e nella mente di Cronemberg. Così le sedute di "psicoplasmica" diventano una terrificante tortura psicologica per i pazienti filmante in un modo assolutamente disturbante per lo spettatore (vedasi la scena di apertura), la presenza di malati di mente è un ulteriore fattore che sposta l'attenzione dello spettatore dalla vicenda per ricostruirla in una maniera distorta e folle, tanto che nel susseguirsi di interpretazioni ed indizi a metà che abbiamo finiamo per perdere di vista la questione arrivando a dare giudizi svianti sulla questione che si rivela ben più delicata del previsto. I misteriosi omicidi sono ben più difficili da risolvere di quanto sembri, la bambina scompare dopo che la maestra è stata uccisa sembrerebbe da due bambini (ancora Cronenberg ribalta le regole dell'horror trasformando il soggetto solitamente intoccabile, ignara vittima dei fatti, cioè il bambino in carnefice) ed infine la moglie è in una situazione ben più complessa di quella che sembra per tutta la durata del film che assume contorni precisi solo nella parte finale quando i pezzi del mosaico vanno al loro posto lasciando ci alle terrificanti visioni di Cronenberg che ancora deforma la realtà rendendola succube del potere della mente, limando i confini tra ciò che è concretamente reale e ciò che la mente può concretizzare. E il finale ribalta ancora tutto.

BRUISER
di George A. Romero

Forse la fine è arrivata.
George Romero, da tempo confinato nell'oblìo è ritornato, stanco, barcollante, senza alcun tipo di intelligenza, comandato dal solo istinto di sopravvivenza, esattamente come lo sono i "suoi" zombi.
Si, perchè "Bruiser" è un ritorno pallido, scialbo, televisivo, senza emozione, probabilmente girato per motivi alimentari.
Perfino Fritz Lang commentando un suo film disse "Ok io ho diretto "Metropolis" però sono un uomo e anche io ho bisogno di mangiare...".
E così vale per il "nostro" caro, vecchio Zio George.
E' difficile ammetterlo ma il Romero anni '90 è soltanto una pallida ombra di quello che fu : rammentiamo il non riuscitissimo "La metà Oscura" che però venne ultimato in condizioni finanziarie precarie visto che la casa produttrice, la Orion, fallì durante la lavorazione del film; rammentiamo il freddo episodio di "Due occhi diabolici", film a due parti girato assieme a Dario Argento con il quale durante le riprese, sembrava non scorresse buon sangue .
E poi è venuto questo "Bruiser", girato a bassissimo costo che annovera nel cast, un solo attore degno di questo nome: Peter Stormare ( "8 mm." ), tutti gli altri interpreti sono mediocrissimi.
Gustosa comunque la presenza di Tom Atkins ( già presente in "Due occhi" ), attore spesso utilizzato da John Carpenter nei suoi film.
Ma veniamo al film. La storia narra di un baldanzoso giovane, Henry Cleedow, tipica figura di "uomo senza qualità" ingannato dagli amici, dai datori di lavoro, dalla moglie, che, un bel giorno, svegliandosi, si guarda allo specchio e...puff...scopre di non avere più un volto. Anche quello gli era stato tolto.
Ma l'occasione di vendicarsi dei tradimenti, delle ingiustizie e dei furti contro di lui commessi si presenta inesorabile e non se la lascia di certo scappare.

BUG
di William Friedkin

Una donna, legata sentimentalmente alla propria migliore amica, riceve un brutto giorno l' inaspettata visita dell' ex marito, un violento balordo appena tornato in libertà. Ma il peggio deve ancora arrivare: fatale sarà infatti l' incontro con un reduce di guerra, al quale la famigerata “Sindrome del Golfo”, contratta al fronte, causa allucinazioni relative ad infestazioni di insetti, che lo spingono ad autoinfliggersi mutilazioni spesso orribili; le sue crisi, dapprima sporadiche e poi via via più frequenti, diventeranno realmente preoccupanti quando i loro effetti inizieranno ad apparire in grado di trasmettersi anche alla nuova compagna dell' uomo, modificando pericolosamente la percezione della realtà... Una pellicola sorprendente e spiazzante, con la quale William Friedkin torna ad inquietare realmente ad oltre trent'anni di distanza dall'exploit di “L' esorcista”, anche se un paragone stilistico con quest' ultimo - è bene precisarlo subito - non è assolutamente proponibile. Si comincia con le atmosfere malate di un noir decadente, nel quale i classici scenari del genere (ambigui discobar e sgangherati motel della provincia americana) fanno da sfondo alle vicissitudini, in teoria estreme, di personaggi ai margini: amanti lesbiche si ubriacano, si drogano e paiono avvezze a scambiarsi partner maschili occasionali, ma che il peso della routine abbia ormai annullato la trasgressività delle loro azioni, sostituendola con la noia, è chiaro sin dall' inizio; significativa in questo senso, nell' ambito di un film che saprà essere altrove molto esplicito, è la scelta di mostrare soltanto di sfuggita le classiche “tirate” di cocaina, quasi per evidenziare come stia inesorabilmente venendo meno l' interesse degli stessi protagonisti nei confronti di gesti ormai meccanicamente reiterati e di conseguenza ben poco appaganti. L' obiettivo più difficile da raggiungere, all' interno di simili contesti, consiste evidentemente in un ritorno alla normalità: più tardi, infatti, i medesimi personaggi dimostreranno di essere impacciati persino nell' affrontare una semplice conversazione; ed il rischio di scegliere la via d' uscita sbagliata ad una realtà scomoda, in cui regnano l'abbandono e la solitudine, diventa a questo punto molto elevato. L'introduzione di un nuovo enigmatico personaggio, che ben presto rivelerà di essere un tormentato reduce di guerra, rappresenta quindi l' elemento destinato a determinare una virata verso l' orrore: è questa la fase più curiosa, nella quale Friedkin sembra addirittura impegnato ad imbastire un parallelelismo tra la propria nuova opera ed il memorabile “Nightcrawlers” (ovvero “I Serpenti della Notte”), episodio che realizzò per la serie tv “Ai confini della realtà” nella seconda metà degli anni Ottanta; ma mentre all'epoca il dito accusatore era puntato contro i nefasti ritrovati chimici, tipo il diserbante Orange ed il gas psichedelico BZ, largamente impiegati in Vietnam, sono in questo caso le presunte sperimentazioni condotte sui soldati statunitensi durante il primo conflitto del Golfo, e tuttora velate da un alone di mistero, a far precipitare irrimediabilmente la vicenda in una dimensione da incubo. Si arriva di conseguenza all' ultima parte del film, la più folle e sconvolgente, nella quale ogni residuo barlume di razionalità cederà il posto ad ossessioni e mutazioni che sembrano uscite direttamente da uno dei migliori Cronenberg d'annata. Sul versante tecnico, Friedkin non tradisce l' impostazione statica e claustrofobica della sceneggiatura, ispirata ad un dramma teatrale: i personaggi, ripresi spesso con la camera a mano, si muovono in un unico interno per un buon novanta per cento della durata, lo zoom, utilizzato magistralmente, insiste non di rado su dettagli apparentemente insignificanti che solo in seguito si dimostreranno rivelatori, la colonna sonora, quasi priva di commento musicale, si compone in gran parte di rumori allarmanti (che andranno a disturbare persino la ballata scelta per accompagnare i titoli di coda), e tutto, dall' unica torrida scena di sesso esplicito, alla fotografia gelida, nitida ed essenziale, sembra concepito per incutere una sensazione di disagio; determinante nel ricreare la giusta atmosfera è anche la superba, isterica, prova di Ashley Judd , già splendida eroina del mediocre thriller “Il collezionista”, che appare qui notevolmente appesantita grazie anche alla coraggiosa scelta di recitare senza un filo di trucco. Il risultato è un delirio da applausi, non privo per giunta di qualche situazione graficamente molto forte, ma forse persino un po' troppo ingarbugliato: del resto, quanta linearità è lecito aspettarsi da un bad trip in piena regola? Un film da seguire rigorosamente fino al termine dei titoli di coda, difficile da comprendere appieno dopo una sola visione

BUIO OMEGA -(BEYOND THE DARKNESS)
di Joe D'Amato

Francesco è un giovane imbalsamatore che alla morte della sua amata rimane totalmente sconvolto, la sua maniacale affezione verso di lei lo spinge a rubare il cadavere, imbalsamarlo e tenerlo dentro la sua villa familiare. La governante sta al gioco e diventa la sua amante facendo amplessi di fronte al cadavere, ma diverse ragazze scopriranno il macabro mistero che si cela nella villa e nei sentimenti distorti lui.Solo che loro non potranno più sfuggire da questa ragnatela di morte in cui sono intrappolate. Intanto un'impresario di pompe funebri insospettito inizia ad indagare su Francesco ed alla fine quando si recherà nella villa troverà i corpi senza vita del ragazzo e della sua governante che si sono uccisi a vicenda. Scoprirà anche il corpo della amata ma senza sapere che in realtà è la sorella gemella svenuta...Così quando la (ri)mette nella bara ella si sveglia di colpo con un'urlo straziante. Uscita nel 1979 questa opera riesce a toccare certe tematiche che prima d'ora non si erano raggiunte. D'Amato con Buio omega ha spianato la strada al genere necrofilo(che a mio avviso è uno dei più prolifici), basti pensare all'attaccamento morboso nei confronti della morta, lo sfogo sessuale di Francesco soddisfatto sempre con la presenza di lei, la totale idolatrazione che la consacra nella villa come una regina. Così facendo il protagonista riesce a crearsi un mondo dove la morte lo accerchia stringendolo sempre di più senza lasciargli via d'uscita. Lo splatter onnipresente in tutto il film lo ha reso un vero cult horror mondiale, è un susseguirsi di uccisioni, amputazioni, autopsie e perverso erotismo necrofilo.

THE BURNING MOON
di Olaf Ittenbach

Ancora horror amatoriale dalla germania, ma questa volta il livello della pellicola e' di tutt'altra classe. Il film si divide in due episodi legati assieme da un filo conduttore rappresentato da un tossicodipendente che racconta storie dell'orrore alla sorellina.
Ittenbach confeziona un prodotto davvero interessante dirigendo con mano salda il film e shoccando piu' volte per la brutalita' di alcune scene. Ma aldila' dello splatter(ottimi gli effetti speciali) quello che piu' colpisce del film e' l'atmosfera pesante, cupa ed estremamente soffocante. Dietro la violenza e gli sguardi gelidi degli attori si cela tutta la nevrosi dell'uomo, tutta l'alienazione a cui ci spinge la societa' stessa. La luna ardente del titolo appare nel finale mentre il protagonista si suicide tagliandosi il polso con un rasoi. La luna che rappresenta il sogno, l'illusione, l'obbiettivo da raggiungere che brucia. si consuma e svanisce lasciando solo il vuoto

THE CALL - Non rispondere
(ONE MISSED CALL - CHAKUSHIN ARI)

di Takashi Miike

A seminare terrore e morte stavolta non è la fatidica telefonata con la vocina che minaccia “ …sette giorni… ”, bensì un messaggio vocale registrato nella segreteria, nel quale la vittima predestinata può sentire il momento della propria morte che avverrà di lì a due giorni. Che un film di Miike potesse approdare nei cinema italiani, credo ormai non ci sperasse più nessuno (nonostante su satellite da tempo circoli il magnifico “Audition). Semmai quello che fa un po' incazzare è che, mentre i nostri cugini d'oltralpe si possono tranquillamente gustare nelle sale la trilogia di “ Dead or Alive” , da noi per un evento del genere è stato scelto il minore tra i titoli minori, uno di quei film alimentari che il geniale regista giapponese realizza ogni anno per potersi poi permettere la realizzazione indisturbata di opere ben più sentite e personali. Che “ One missed call” sia un lavoro su commissione infatti è più che palese per chiunque: siamo sempre dalle solite parti, quelle degli innumerevoli cloni di “Ringu(ma qui a un certo punto sovviene pure “Dark Water), con le telefonate iettatorie, le corse contro il tempo e le donne fantasma dai lunghi capelli neri. A differenza di un “ Phone” qualsiasi però c'è da aggiungere che Miike gira da Dio, sa come costruire la tensione e riesce pure a prendere per i fondelli mode (troppo) imperanti come quella dei telefonini e dei Reality Show.

CALLOUS SENTIMENT
di
Vincent Grashaw

Eccellente cortometraggio americano che, con un cerchio perfetto ed originale, narra dell'assuefazione alla violenza che progressivamente ci logora e ci domina quotidianamente. Un ragazzo, passando dinanzi ad un parco giochi abbandonato, assiste ad un omicidio/suicidio e terrorizzato fugge a casa. Traumatizzato dall'evento, il giovane non riesce a togliersi dalla mente l'orrenda scena a cui ha assistito ed un giorno decide di ripassare dinanzi al parco giochi. Assisterà ad un nuovo atto di violenza. E il giorno successivo ad un altro ancora. E il giorno successivo un altro… Costruito con ritmo e tempi impeccabili ed assistito da una raffinata tecnica di regia, “Callous Sentiment” è l'esempio lampante di come il talento possa emergere da un'opera breve, lasciando il segno. Le inquadrature commentano, con progressiva distorsione ed estremizzazione di angolatura, la follia che s'insinua nella mente del giovane protagonista (interpretato dall'ottimo Jeremy Pryer) ed al tempo stesso pongono lo spettatore in un'atmosfera di disagio crescente. La fotografia, quasi sempre in esterno giorno, fornisce un crudo miscuglio fra violenza e luce del sole, togliendo qualsiasi angolo buio in cui lo sguardo possa fuggire, mettendo a nudo e sempre in primo piano l'orrore. Lo splatter è praticamente assente, ma non per questo la morte è meno brutale. “Callous Sentiment” è un corto che narra una storia d'orrore la cui chiave di lettura è ambigua. Può essere una storia paranormale come può essere una metafora, assai astuta, sulla violenza reale, che ci vede spettatori ogni giorno della nostra vita. E che ci attrae inesorabilmente. Gioiello

CALVAIRE
di Fabrice Du Welz

Marc Stevens, un cantante girovago, terminata un'esibizione in un ospizio riparte con il suo furgone, verso il suo prossimo concerto. Ma il buio, la pioggia e la sfortuna più nera, lo fanno perdere fra le strade nei boschi. Spaesato, il “nostro” incontra uno strano tizio che, nel cuore della notte, sta cercando disperatamente il suo cane e che si offre di aiutarlo a trovare un posto dove passare la notte. Cosi Marc trova ospitalità in un vecchio albergo nei boschi, il cui proprietario è un bizzarro ex artista-umorista. L'uomo, dapprima sin troppo gentile e premuroso, dimostrerà di nutrire un interesse morboso nei confronti del cantante, impedendogli di partire e, cosa ancor più terribile, obbligandolo a vestirsi come la sua ex-moglie. E per il protagonista sarà soltanto l'inizio di un terrificante calvario… “Calvaire” è un vero shock visivo ed emotivo. Un viaggio nei meandri più oscuri e bestiali dell'animo umano, che non lascia speranza e che non mostra pietà. Il belga Du Welz, dopo alcuni cortometraggi, esordisce così alla regia di un lungometraggio, dimostrando capacità e talento non comuni. Lo stile, sospeso fra il freddo documentario e l'abile narrazione, è sporco e al tempo stesso elegante e riesce a creare un'atmosfera estremamente ammorbante senza mai incorrere in effettacci o situazioni gratuite. “Calvaire” è una storia d'amore e disperazione, di solitudine e istinto di sopravvivenza, che prende il concetto di “sesso” e lo sviscera nella sua ottica deformata, dimostrando come esso sia un bisogno primario, forse l'unico vero bisogno che può far sentire l'uomo ancora vivo. Ma il sesso è anche strumento che rischia di deformare l'animo e la cui forsennata e disperata ricerca può far vacillare la mente. E questo vale sia per donne che per uomini anche se, questi ultimi, nel film risultano estremamente abbrutiti dalla solitudine e circondati da un ambiente simil post-atomico così deprimente da rendere, la mancanza di una presenza femminile, una condizione insopportabile e capace di mutarli in animali famelici e disperati. A dimostrare ciò, una delle scene più surreali del film con un gruppo di uomini che inizia a ballare, a ritmo di pianoforte, una danza goffa e inquietante. Aldilà dell'atmosfera apertamente omosessuale che aleggia nella sequenza, ciò che colpisce è proprio la rozzezza dei passi di danza dei personaggi, chiara dimostrazione dell'assenza di una presenza femminile in grado di rendere sensuali, dolci ed eleganti i movimenti che, compiuti dagli uomini, risultano solo grotteschi, grossolani ed innaturali. L'ottimo reparto recitativo, la sceneggiatura essenziale ma molto efficace e le locations opprimenti, completano un quadro di desolazione che resterà impresso nello spettatore a lungo, dopo la visione del film. Dopo “Il cameraman e l'assassino” un altro cult horror dal Belgio (con la collaborazione, in sede di produzione, anche di Lussemburgo e Francia). Presentato in anteprima nazionale alla quarta edizione del Ravenna Nightmare Festival.

CANNIBAL HOLOCAUST
di Ruggero Deodato

Ecco il nasty movie per eccellenza, il punto di non ritorno per la filmografia horror. La storia narra di una spedizione inviata in amazzonia per ritrovare alcuni reporter d'assalto, recatisi nella giungla per effettuare un reportage sugli ultimi popoli cannibali e di cui si sono perse misteriosamente le tracce. Dopo numerose peripezie, la spedizione ritrova solo pochi resti scheletrici dei giornalisti, assieme alle pellicole che essi hanno girato durante il loro viaggio. I filmati vengono poi riportati in America per essere sviluppati, con la speranza, di trovar in essi la soluzione della tragica fine dei reporter. Quello che invece verra' a galla dal reportage sara' una serie incredibile di violenze e soprusi che gli stessi cronisti d'assalto hanno commesso ai danni dei pacifici indigeni della foresta. Un escalation di sangue che alla fine generera' una furia vendicativa negli indios, fino a spingerli al massacro dei quattro reporter. Ruggero Deodato osa l'inosabile, in questa pellicola che passo' serissimi guai con la giustizia ai tempi e che tutt'ora ha il divieto di venir proiettata sulle reti televisive italiane. Oltre l'aberrante violenza che percorre il film, la cosa che di certo genera piu' orrore e rabbia e' la serie di violenze perpetrate ai danni di animali (fra le quali l'atroce squartamento di una testuggine gigante). Cinico, spietato e moralistodie...si, ma con un innegabile fascino perverso. Tecnicamente eccellente, ben fotografato e con ottime musiche di Riz Ortolani, nonche' agghiaccianti effetti speciali. Il film e' tra l'altro girato quasi completamente attraverso la soggettiva dei reporter, che riprendono instancabilmente ogni atto di violenza ed ogni tappa del loro viaggio, pertanto l'impatto realistico e' davvero schoccante.

CARRIE - Lo Sguardo di Satana
di Brian De Palma

Dove si nasconde lo sguardo del principe delle tenebre? Nello sguardo di un'adolescente, soffocata dai problemi tipici di quell'età e dalla madre oppressiva ed ossessiva? Nel maniacale fervore religioso, velato da una non troppo nascosta schizofrenia, della madre di lei? Nel perverso atteggiamento di compagni di scuola alla ricerca della vittima da sbeffeggiare per cercare di nascondere le propria insicurezze e il proprio disagio tipico della loro età? De Palma prova a raccontarcelo con la migliore trasposizione cinematografica mai fatta di un romanzo del re del Maine. E l'inquietudine che la penna di King sparge su fogli diventati best seller, si tramuta in immagini forti, shockanti, altamente evocative. Eppure la storia è di una semplicità disarmante. Una giovane ragazza, in piena crisi adolescenziale è vessata dai compagni di scuola ed oppressa dalla madre bigotta ed infervorata dalla fede. Ma lei ha un dono, oppure una maledizione: è dotata di poteri telepatici. Quando viene invitata al ballo di fine d'anno, dal ragazzo più bello della scuola, pensa finalmente di essere riuscita ad entrare nella cerchia di coloro che si sentono "normali". Ma l'ennesimo terribile scherzo, minerà definitivamente l'equilibrio già fortemente provato dalle restrizioni imposte dalla madre.
E così lo sguardo di Satana si posa con'incredibile violenza su tutti i protagonisti, con un finale ricco di tensione ed altamente tragico. Magistrale l'interpretazione della Spacek che si carica di tutte le inquietudini di Carrie e la rende reale. Così come è magistrale la regia di De Palma, il vero sguardo di Satana dell'intera vicenda. Imperdibile!

IL CARTAIO
di Dario Argento

Un pazzo omicida, che si fa chiamare “Il cartaio”, sfida la polizia di Roma ad un crudele gioco. Egli infatti vuole giocare una partita a poker, tramite un interfaccia on-line, ove la posta in palio è la vita delle donne che cattura. Una giovane poliziotta ed uno sbirro inglese inizieranno la sfida con il folle…Questo è lo spunto di partenza per l’ultima fatica di Dario Argento. Bene, lasciatemi subito dire che non ci troviamo dinanzi ad un capolavoro. I primi venti minuti de “Il Cartaio” mi hanno lasciato esterrefatto per l’assoluta impostazione da fiction televisiva e per la regia del tutto impersonale. Se si toglie la scena in cui i poliziotti analizzano un cadavere (disturbante e ben realizzata) ben poco resta da salvare. I dialoghi deliranti, il terribile doppiaggio (tra l’altro il film è stato girato direttamente in lingua inglese) e la recitazione approssimativa la fanno da padroni. Poi il ritmo sale un po’ e Argento riesce a creare attimi di tensione. Anche se in modo altalenante, il film imbocca la via della narrazione scorrevole e si lascia guardare fino al finale.
LA CASA
(EVIL DEAD)

di Sam Raimi

5 ragazzi affittano, ad un prezzo più che irrosorio, una baita di montagna in cui passare una breve vacanza; si renderanno presto conto che il basso costo non è dovuto alle pessime condizioni della casetta ma a ben altro... Da subito infatti il posto non promette niente di buono, calcelli e corde che si muovono da soli e orologi che si fermano in maniera alquanto strana appaiono come lugubri segnali di qualcosa o qualcuno che si aggira lì intorno e non gradisce affatto la loro presenza. Quando poi, uno dei cinque sventurati rovistando in una botola trova un registratore ed un antico libro risalente all'epoca dei Sumeri chiamato "Il Libro della Morte" (Necronomicon ex mortes) scritto con sangue umano su pelle umana, iniziano davvero i guai. Il registratore a cassette, non appena acceso, diffonde nell'aria le parole di uno studioso di storia mortuaria che spiega la provenienza del libro e la sua "utilità" svelando anche che, proprio in quella casa, aveva ultimato i suoi studi e le sue importantissime scoperte. Gli incantesimi letti dal professore proprio su quel libro sveglieranno dal sonno eterno le anime malvage dell'inferno per farle tornare nel mondo dei vivi; la casa viene avvolta e presa d'assalto da oscure presenze che si impossessano dei giovani ad uno ad uno, risparmiando Ash (Bruce Campbell) che lotterà da eroe contro il male, dall'inizio alla fine, per strappare i suoi amici e la fidanzata all'orrendo destino che si è impadronito di loro. L'unico modo per distruggere i demoni è infatti flagellare e smembrare i corpi dei posseduti in qualunque modo. Spetterà proprio a lui mettere fine a quell'orrendo incubo e mettersi in salvo buttandosi tutto alle spalle e fuggendo da quel bosco infernale una volta per tutte. State pur certi che la storia non finirà semplicemente e banalmente così ma che ci sarà un ovvio, auspicabile e sorprendente seguito con "La Casa 2" e "L'armata delle Tenebre". Il classico dei classici del genere demoniaco, uno dei migliori film in assoluto del grande Sam Raimi ed uno dei pochi che non può e non deve mancare nella videoteca (e sul sito web!!!) di un horror amatore. Atmosfere inquietanti e movimenti della camera che seguono, oscillando, quelli degli attori avvicinandosi e indugiando continuamente sui loro volti allucinati (specialmente su quello del mitico Bruce) e che spìano gli ambienti e le situazioni in maniera quasi maniacale da ogni punto di vista. Tutto questo realizzato con effetti speciali "casalinghi" che non sono altro che il risultato dei primi esperimenti di collaborazione con l'operatore Tim Philo con il quale il regista usa per la prima volta la tecnica cinematografica della "shakey-cam" (la camera tremolante), usando (oserei dire nel migliore dei modi) un budget a dir poco ristretto (“La Casa" costò circa 300 mila dollari). Tutto ciò fa di questo film un vero e proprio Cult Movie, nonostante in America venne classificato come X-Rated (giudizio riservato ai pornazzi di bassa lega, e che in Italia uscì come vietato ai minori di anni 14) per le scene splatter (ce ne sono molte) che sono poi il punto di forza della trilogia. Inizia con "La Casa" ("The Evil Dead") la duratura e proficua collaborazione tra Sam Raimi e Bruce Campbell al quale il grande regista ha trovato una piccola parte persino nel suo ultimo kolossal "Spider-man" campione d'incassi e in "Spider-man 2" attualmente il lavorazione. Protagonista indiscusso della trilogia di "Evil dead", ha partecipato anche con parti di minor rilievo anche in "Darkman" sempre di Raimi e, pensate un pò, in "Fuga da Los Angeles" del grande maestro John Carpenter. I due, insieme con Robert Tapert, fondano nel 1981 la Renaissance Pictures, casa di produzione che esordì brillantemente proprio con "La Casa". La consacrazione ufficiale di questo gioiello arrivò da Cannes (1982) dove il grande Stephen King lo definì come "il film più ferocemente originale dell'anno". Uscì vittorioso anche al Festival del Terrore di New York e vinse il Gran Premio del pubblico al Festival del film Fantastico di Parigi. Insomma da non perdere assolutamente.

LA CASA 2
(EVIL DEAD 2 : DEAD BY DAWN)

di Sam Raimi

Il famoso "Libro dei morti" non vuole saperne di dare tregua al povero Ash che si ritroverà, in questo secondo episodio, persino indemoniato. La luce del sole e la sua forza di volontà lo riporteranno in sè pronto ed agguerrito per affrontare (a colpi di fucile e motosega) una nuova serie di sventure in quel della casetta sperduta nei boschi. Stavolta però non sarà solo perchè ad un certo punto verrà affiancato dalla figlia dello studioso che ha creato tutto questo scompiglio traducendo il "Necronomicon" ed incidendo gli incantesimi su quel maledetto nastro. La ragazza si recherà infatti insieme al fidanzato e ad altri due bizzarri personaggi nell'ormai famoso chalet in cui suo padre e sua madre stavano ultimando le ricerche; è infatti entrata in possesso delle ultime pagine del libro in cui sono probabilmente spiegati gli incanetesimi che possono rimandare i demoni da dove sono venuti. Una volta arrivata vi troverà Ash ed una brutta, anzi bruttissima sorpresa. Gli spiriti maligni daranno loro del filo da torcere fino a quando la ragazza non riuscirà, dietro consiglio del padre che le appare in una visione, a leggere gli incantesimi al contrario in modo da scacciare quelle orrende presenze che lui stesso ha risvegliato. Ce la farà a salvarsi insieme ad Ash e a scappare con lui verso la salvezza? Pensate che la storia possa finire così bene?? Il finale apocalittico vi accompagnerà verso "L'Armata delle Tenebre" (titolo originale "The Evil Dead 3") che aspetta impazientemente di entrare in azione... Si sa che i grandi maestri dell'horror amano citarsi a vicenda (e soprattutto autocitarsi) nei loro film, stavolta però ho trovato piuttosto azzardata la citazione (e quindi l'opinione) che inserisce in "Scream 2" il maestro Craven quando, parlando di sequel, lascia intendere che secondo lui "La Casa 2", insieme al "Padrino-II", "Terminator 2" e ad "Aliens-Scontro Finale" fossero gli esempi più lampanti in cui il "2" era stato migliore del primo. Affermazione da cui mi permetto di dissentire; non perchè "La Casa 2" sia brutto ma semplicemente perchè i due film non sono secondo me paragonabili. In primo luogo perchè gli effetti speciali sono molto più sofisticati (vedi per esempio gli inseguimenti all'interno della casa e nel bosco che sono molto più veloci e senza pause) cosa che mi sembra più che normale visto che i due film si passano la bellezza di 5 anni e poi perchè questo secondo film è molto più a sfondo umoristico (troppo a mio giudizio) e molto più splatter-trash (che non per tutti è un difetto) rispetto al primo: mitica la scena in cui Ash, interpretato neanche a dirlo ancora da Bruce Campbell, è alle prese con la sua mano indemoniata, per evitare danni peggiori arriverà persino a tagliarsela ma questa riuscirà a scappare iniziando una corsa per tutta la casa facendo anche brutti gesti al suo "padrone" ed infilandosi persino nelle fessurine dei topi!!.

LA CASA CON LA SCALA NEL BUIO
(A BLADE IN THE DARK)
di Lamberto Bava

Thriller "argentiano" girato da Lamberto Bava,figlio d'arte,qui alla sua seconda prova da regista dopo "Macabro". Il film,girato in economia,ha un suo fascino nella ambientazione claustrofobica e nella insolita violenza "gore" inaspettata per un giallo.La tensione è notevole e spesso si sobbalza dalla poltrona.... Il protagonista (Andrea Occhipinti,oggi produttore per la "Lucky Red") è un autore di colonne sonore (come me!!!) che approfitta della villa,prestatagli dal suo migliore amico (Michele Soavi,in seguito affermato regista horror) per avere la giusta concentrazione nello scrivere le musiche. Ma tutte le persone a lui vicine,vengono uccise barbaramente a coltellate e rasoiate, e il misterioso assassino,che sembra essere una donna di mezza età, continua ad avere libero accesso alla villa..... Per aiutarvi posso dire che il film sembra essere molto vicino a "Vestito per uccidere" e "Omicidio a luci rosse" di Brian de Palma.....Nel tesissimo finale,Bava omaggia più o meno involontariamente il film "Shock" di suo padre Mario, ma anche "Tenebre" di Dario Argento (di cui Bava era assistente) e "Rosso sangue" di Joe D'Amato, usciti l'anno prima (e con Soavi tra i protagonisti!) con la drammatica sequenza della "finta morte" dell'omicida..... La scena dell'omicidio della ragazza in bagno è di un raccapriccio unico,cosi come la violenta fine della fidanzata di Occhipinti,uccisa nel finale dal maniaco con un ghigno terrificante.

LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO
di Pupi Avati

Solamente un anno dopo dal quale il pubblico restò travolto dal caso "PROFONDO ROSSO" un regista emiliano Pupi Avati (che prima di allora si era dedicato a tutt'altro genere di film..) sconvolse le platee nazionali con un film ormai considerato CULT.La trama in poche parole: un restauratore , Stefano, si reca in un paesino della pianura padana per ristrutturare un dipinto situato nella chiesa del luogo , esattamente "Il massacro di S.Sebastiano".Dal parroco viene a sapere che l'autore del quadro era un individuo pazzo che si uccise anni prima senza che il suo cadavere venne mai rinvenuto.Con il passare del tempo Stefano solo grazie all'aiuto di un'autista e di una ragazza con la quale intreccia un legame amoroso viene a conoscenza di certi segreti inimmaginabili riguardanti il pittore e le sue due sorelle.Si mormora che l'artista ritraesse la gente in punto di morte al culmine di orge sfrenate fra lui,le sue sorelle e la vittima torturata crudelmente.Tutto cio' avveniva in un luogo maledetto, la casa dalle finestre che ridono, chiamato cosi' per la particolarita' delle bocche dipinte attorno alle finestre, con delle grandi labbra dischiuse e sorridenti.A questo punto l'incubo che fino ad allora aveva circondato Stefano e' al culmine in un crescendo di tensione ed orrore visivo che esplode negli ultimi 15 minuti del film.L'epilogo sara' totalmente inaspettato..da lasciare sconvolti, in cui neanche l'ultima inquadratura lascia all'incredulo spettatore la consapevolezza sulla reale fine di quest'incubo. Terrorizzante e disturbante fino al limite di sopportazione e' divenuto un classico del Thriller-horror all'italiana prorpio grazie alle atmosfere depravate e malsane inserite in un contesto in apparenza pacato come quello dell'entroterra padano.Qui la gente conosce segreti che devono restare tali, a riprova del clima di omerta'con cui si scontra il protagonista. Si assiste ad un crescendo da incubo..che avra' per passo il restauro del dipinto…piu' si scopre un pezzo del quadro piu' la vicenda si arricchisce di particolari e situazioni allucinanti.In questa discesa negli inferi ottima e' la performance di Lino Capolicchio- Stefano il quale presta la sua figura non proprio espressiva al prrotagonista dandogli pero' il giusto tocco di incredulita' e terrore che la storia chiede.

LA CASA SFUGGITA
(THE SHUNNED HOUSE)
di Ivan Zuccon

Terzo horror dagli echi Lovecraftiani per l'italiano Ivan Zuccon ("L'Altrove", "Il figlio dell'Altrove"). Un giornalista e la sua ragazza si recano in una vecchia casa, su cui grava un passato fatto di sangue e morte. I due iniziano a studiare la lugubre mansione e presto si troveranno circondati da un'atmosfera terrificante. Gli orrori del passato rivivono attraverso allucinazioni e incubi fino a prendere possesso della realtà. "La casa sfuggita" si può definire un horror ad episodi che incastra due storie lunghe ed una breve con il filo conduttore che è costituito dalla vicenda del giornalista e della sua ragazza. Zuccon, con la sua buona tecnica, confeziona un prodotto che mostra eccellenti pregi ma anche diversi difetti. Da annoverare fra le qualità la bellissima fotografia, vero cardine attorno a cui si crea la tensione e l'atmosfera sospesa fra incubo e realtà. Le locations sono suggestive, bravi gli interpreti, buone le scenografie e decisamente curati gli effetti speciali. La regia è elegante, con una ricerca di atmosfere gotico/barocche (specie nell'episodio della violinista muta) visivamente accattivanti e che omaggiano il cinema horror italiano degli anni '60. La narrazione è cadenzata ed ha frequenti esplosioni di ritmo che destabilizzano, creando attimi d'angoscia. Purtroppo, come evidenziato anche nelle precedenti opere di Zuccon, quel che non funziona è la struttura logica del film che risulta farraginosa e slegata. Spesso ci si ritrova a seguire una serie di situazione visivamente affascinanti ma apparentemente non funzionali alla storia. Pertanto lo spettatore è colpito dalle immagini ma resta poi disorientato e rischia di perdersi nella vicenda. A parer mio, inoltre, c'è anche un certo abuso di effetti sonori i quali, essendo per l'appunto in sovrabbondanza, "abituano" lo spettatore e di conseguenza perdono di efficacia. Aldilà di queste osservazioni resta il fatto che Ivan Zuccon è una bella realtà nel panorama horror italiano e meriterebbe di lavorare con budget ben più elevati.

CASTLE FREAK
di Stuart Gordon

Ottimo piccolo Horror prodotto dalla Fullmoon e diretto dal veterano Stuart Gordon. La vicenda narra di una famiglia americana con padre e madre in rotta di collisione che si trasferiscono in un castello in Italia (per la precisione in Umbria!!!).All'interno delle mura si cela però un orrido segreto, un mostruoso essre che vive segregato e che presto mieterà vittime e terrore. Un film classico nella trama e nello svolgimento, non c'è che dire, ma comunque un film con un'atmosfera davvero cupa e con una figura di mostro interessante. Difatti la creatura viene tratteggiata con mano abile da parte di Gordon e riesce a suscitare un misto di orrore e compassione. Lo spettatore si sente coinvolto nella tragica vicenda ed innegabilmente parteggia per il mostro

THE CELL
di Tarsem Singh

Ma chi l'ha detto che un regista di videoclip debba per forza partorire un film "videoclipparo"? Bollato dalla critica come un inutile esercizio di stile barocco, questo "The cell" si rivela invece come una delle migliori proposte cinematografiche della stagione: un film travolgente, adrenalinico, avviluppante nel suo continuo alternare deliri magniloquenti a tocchi deliziosi, ma vediamo di entrare nel dettaglio. Innanzi tutto va chiarita una cosa: "The cell" non va confuso nel mazzo dei film che puntano tutto sulla resa esteriore. Fotografia e costumi sono senz'altro gli aspetti più appariscenti, ma l'essenza e la forza del film sono altrove. Parlo della perfetta padronanza del mezzo tecnico (Tarsem ha un virtuosismo "di tenuta" che non pesa affatto sulla narrazione, come avviene invece, per esempio, in Sam Raimi), del ritmo bruciante nelle sequenze d'azione, del senso di leggerezza limbica alla "Barone di Munchausen" che ammanta il film nel momento in cui si addentra nelle menti dei protagonisti. Non si puo' far passare tutto questo per semplice "maniera videoclippara", a meno di non saper cogliere le brillanti scelte di regia e la potenza visionaria che il film sprigiona a tutta forza appena sotto la patina estetizzante.

CHE FINE HA FATTO BABY JANE ?
(WHAT EVER HAPPENED TO BABY JANE ?)
di Robert Aldrich

Jane Hudson, bambina prodigio, è una piccola e strapagata stella degli spettacoli teatrali. Ma il tempo passa, Jane cresce e la gente la dimentica; al suo posto subentra Blanche Hudson, la sorella, che diventa un'amatissima diva del cinema anni Trenta. Quando un sospetto incidente d'auto toglie di mezzo Blanche, costringendola su di una sedia a rotelle, Jane tenta di ucciderne anche il ricordo, segregandola in casa per torturarla e maltrattarla; in breve la situazione sfugge drammaticamente di mano, correndo verso un triste epilogo.

LA CHIESA
di Michele Soavi

Discreta prova di Michele Soavi, fedele discepolo di Dario Argento, che con la Chiesa ci propone una variante sul tema delle case infestate che risulta a tratti convincente a tratti meno. Sfruttando un cliché forse fin troppo ovvio la trama vede la Chiesa costruita su una fossa comune nella quale erano state gettate centinaia di persone ritenute eretiche; uno sprovveduto bibliotecario fa riaffiorare il male sepolto che ora vuole, giustamente, vendicarsi dei torti subiti uccidendo tutte le persone intrappolate nella Chiesa. Lodevole , al contrario, l'intuizione di non basare il film solo su una casupola sperduta assediata dai mostri ma di costruire una trama che ha anche dei richiami storici, infatti alcune atmosfere evocate dall'accoppiata musica d'atmosfera-luogo sacro sono davvero azzeccate e soprattutto nella prima parte il richiamo al passato inquisitorio rende il film interessante e lascia una certa curiosità. Purtroppo il film rallenta nella parte centrale (dopo che le persone sono state intrappolate nella Chiesa) quando dovrebbe, invece, cominciare il bello, lasciando lo spettatore senza abbastanza "indizi" per supporre una prosecuzione ma anche all'asciutto di scene particolarmente forti per tenerlo incollato al video. Come se non bastasse la trama si fa un po' dispersiva in questa fase, il che non aiuta di certo. Il finale (che mi ha fatto ripensare, non so perché, a "Il nome della rosa") si risolleva un pochino con il risveglio dei morti e con l'ultimo superstite che interpretando alcune scritture riesce a evitare il peggio (non vi dico come perché è la cosa più interessante del film). Da citare nel finale un amplesso donna-"Satana" che omaggia (copia?) quello del bellissimo Rosemary's Baby. Interessante

CHRISTINE - LA MACCHINA INFERNALE
di John Carpenter

Bastano i nomi dei due geni che hanno sfornato questo film come premessa:
Scritto da Stephen King,
Diretto da John Carpenter.
Detto questo, procediamo alla recensione con il dovuto rispetto!
In cosa può essere impersonificato il male? di solito, nel mondo del cinema horror, si pensa agli zombie,
ai vampiri, ai demoni e cosi via...
chi di voi avrebbe paura di una splendida Plymouth Fury del '58? chi non
vorrebbe averne una?
Beh dopo questo film non la vorrete più!
La storia é una specie di Dr. Faust del nostro secolo, solo che lo sfigato
di turno invece di vendere l'anima al diavolo la vende alla plymouth. Cosi
Arnie Cunningam (lo sfortunato protagonista) si ritroverà dall'essere una
nullità ad essere quasi osannato dai suoi compagni di scuola, Arnie avrà un
cambiamento lento ma costante, apparirà più sicuro di se, ma
qualcosa che non va in lui, qualcosa di marcio...in tutto ciò c'entra forse la
macchina che Arnie ha comprato?
Lascio a voi il piacere di scoprire
tutto il resto!
La regia di Carpenter é come al solito sicura e decisa, anche se, come
troppo spesso accade, un romanzo di King trasportato su grande schermo perde
irrimediabilmente qualcosa. Va comunque detto che Christine é una dellle
trasposizioni cinematografice di opere di King più riuscite! Onore a
"mastro" Carpenter.

LA CITTA' DEI MOSTRI
(THE HAUNTED PALACE)

di Roger Corman

Dopo aver mietuto successi grazie al ciclo di film tratti da Edgar Allan Poe, Roger Corman e la American International Pictures decisero di giocare la carta H.P. Lovecraft, realizzando nel 1963 "La Città dei mostri" ,tratto da "Il caso Charles Dexter Ward". A dire il vero non si trattò di una scommessa molto azzardata, poiché nei titoli, accanto al nome dello scrittore di Providence, comparve ancora quello di Poe, nonostante la pellicola a conti fatti avesse ben poco del secondo e molto, invece, del primo. Un secolo dopo che il suo antenato era stato arso vivo dagli abitanti di Arkham, Charles Dexter Ward prende possesso del maniero lasciatogli in eredità dal parente, scontrandosi con l'odio e la diffidenza dei paesani. In punto di morte infatti il parente lanciò una maledizione che si sarebbe perpetuata sulle future generazioni della città, causando orribili mutazioni sui neonati. E il potere del predecessore avrà un influsso molto consistente anche sul pronipote… Il film rappresenta decisamente una scommessa vinta, pur denunciando un grande potenziale inespresso: Corman accenna qua e là a tematiche forti (il concetto di colpa, l'ereditarietà del male), ma le abbandona per strada preferendo concentrarsi sull'atmosfera. Riuscendoci, perché il clima di angoscia che si respira è ottimo (davvero “Lovecraftiano”), ma pur qualitativamente notevole, il film lascia l'amaro in bocca per quel gioiellino che sarebbe potuto essere. Tra tutte le produzioni A.I.P. ispirate allo scrittore, comunque, questa è decisamente la migliore. Da non perdere, che si ami Lovecraft alla follia o meno

IL COLLEZIONISTA DI OCCHI
(SEE NO EVIL)
di Gregory Dark

Un gruppo di otto giovani detenuti viene portato in un vecchio hotel abbandonato. Lo scopo è quello di rieducare i giovani, vedendo se riusciranno a collaborare per rimettere in sesto la struttura, e permettendo loro, in caso positivo, anche un abbono della pena da scontare. Ma ciò che nessuno sa è che nel fetido hotel vive anche un pazzo omicida, che ha il brutto vizio di cavare gli occhi alle sue vittime. Primo film prodotto dalla WWE Films (World Wrestling Entertainment) che mette in gioco uno dei suoi wrestler più colossali, Glen Jacobs in arte Kane, nei panni del brutale serial-killer. Si tratta di uno slasher di scarso spessore e di altrettante scarse pretese, con una prima mezz'ora davvero debole, vuoi per colpa di una sceneggiatura risibile, vuoi per le pessime interpretazioni o per la regia che parte con cipiglio sin troppo "videoclipparo", salvo poi prendere le misure col passare dei minuti. Difatti quando entra in scena l'orrore, la musica cambia e il ritmo sale notevolmente. Senza lesinare in dettagli truculenti, il film imbocca i binari dello splatter con un utilizzo spesso azzeccato della legge del contrappasso. Sia ben inteso, il prodotto resta modesto, ma riesce comunque ad intrattenere fino al catartico finale. Lo stesso wrestler Kane ben si adatta, per presenza scenica e carica brutale, al ruolo di gigante assassino e ritardato, indotto dai trascorsi infantili ad odiare il sesso e qualsiasi altra cosa possa generare peccato. Cosi la mattanza "inquisitoria" ai danni dei giovani dissoluti ( e delle giovani seminude) può compiersi, con somma delizia dei gorehounds e degli animi più pruriginosi. Dirige, con buona professionalità e qualche eccesso da videoclip, Gregory Dark che in passato ha firmato anche film erotici, pornografici e qualche video musicale, lavorando anche con la popstar Britney Spears.

LE COLLINE HANNO GLI OCCHI
(THE HILLS HAVE EYES)
di Wes Craven

Una spensierata famiglia in vacanza con la roulotte rimane bloccata in un gigantesco deserto del sud degli States. Nei dintorni del luogo si nasconde un'altra famiglia con un'unica sostanziale differenza: i membri sono dei selvaggi, dei cannibali che considerano i gitanti unicamente come cibo da cacciare e da divorare. Cosi' iniziano a perseguitare tutti i componenti della famiglia, i quali tentano qualsiasi cosa per difendersi ed aver salva la vita. Nel '77 Craven realizza uno dei maggiori cult movie della serie sui cannibali, brutale ed efficace, in cui una classica famiglia americana viene messa a confronto con un ambiente estremamente pericoloso e con un altro nucleo familiare dalla natura quasi primitiva. L'icona della famiglia che celebra la propria unione nel rituale cannibalistico si rifà a "Non aprite quella porta". Una congrega affamata, triviale, pazzoide che si unisce amorevolmente solo per saziarsi di fresca carne umana. La civiltà è solo una facciata, solo una maschera dietro la quale ci nascondiamo e basta allontanarsi un pò da essa per ritornare ad uno stato selvaggio, privo di etica e pietà. Queasta è probabilmente l'essenza del messaggio che Craven ci manda attraverso il film in questione. L'ambiente e le regole morali condizionano l'umano. In un deserto può regnare la pace ma qualsiasi movimento sospetto può destare timore, basta un rumore che rompe il silenzio, una voce che chiama nel buio. La domanda è la seguente: sono più sicure le strade affollate della città o un deserto silenzioso? A voi la scelta…

LE COLLINE HANNO GLI OCCHI
(THE HILLS HAVE EYES)

di Alexandre Aja

Dopo l'eccellente “Alta Tensione (Haute Tension)” era inevitabile che il giovane e talentuoso regista francese Alexandre Aja fosse preso di mira da Hollywood per la realizzazione di qualche blockbuster horror estivo. In piena remake-mania, ad Aja viene affidato un soggetto che, con buon occhio di chi l'ha prodotto, ben si addice al suo stile muscolare, feroce, e teso. “Le Colline hanno gli occhi” conserva dell'originale del 1977, di Wes Craven, l'iniziale ambientazione desertica, lo stuolo di cannibali e le vittime con la roulotte in panne e poco aggiunge al semplice plot di partenza. Ciò che invece aumenta prepotentemente è il ritmo, lo splatter, la qualità della narrazione, la tecnica di realizzazione e, naturalmente, il budget. Ma si perde l'originale spirito sovversivo del film di Craven, il vero aspetto psico-sociologico che, seppur abbozzato a tratti, era alla base della genialità del film stesso ed era lo specchio in grado di riflettere le paure, l'alienazione e le distorsioni che il progresso sfrenato aveva portato nella società degli anni '70. Nel film di Aja si parla di esperimenti nucleari, di umani mutati (non più i cannibali nomadi dell'originale, abbrutiti dall'incesto e dall'isolamento forzato dalla società moderna) ma il mordente sociologico è meno forte e ricercato con sin troppa superficialità. Ma l'inutilità di un remake del classico di Craven è smentita da incassi eccellenti al box-office. Aldilà di queste osservazioni, più o meno condivisibili, c'è da dire che obbiettivamente Alexandre Aja è un talento , anche se in questo caso si lascia prendere un po' la mano dall'abbondanza dei mezzi a disposizione, ed è stato in grado di sfornare da un soggetto scarno, un prodotto di grande intrattenimento, con attimi di puro orrore. La tensione latita talvolta, ma nel complesso il remake è superiore, esteticamente parlando, di molto all'originale, decisamente rozzo nella confezione. Censurato a più non posso (ha subito tagli persino in fase di post-produzione, da parte di Aja e degli stessi produttori, per evitare limitazioni troppo pesanti nelle sale cinematografiche americane) possiede alcuni momenti di violenza disturbante (in primis lo stupro inziale) ed eccellenti effetti speciali.

COMBAT SHOCK - (AMERICAN NIGHTMARES)
di Buddy Giovinazzo

Un reduce dal vietnam ,traumatizzato per le atroci violenze subite e fatte in guerra, vive in un tugurio assieme alla moglie ed al figlio idrocefalo. Il precario equilibrio mentale del giovane e' messo a dura prova da tutto lo squallore,la poverta' e la violenza che lo circonda fintanto che ,dopo l'ennesimo pestaggio subito da parte di alcuni spacciatori, egli non perdera' del tutto il senno compiendo una strage. Infine,tornato a casa, l'ex-marine farà fuori la moglie ed il figlio (che tra l'altro infila dentro il forno in una scena allucinante!) e concludera' il bagno di sangue sparandosi in testa. Buddy Giovinazzo presento' quest'opera come tesi di laurea all'accademia del cinema, poi la Troma ebbe il coraggio di distribuirlo in cassetta modificando la locandina in modo da far passar il film per un rambo-movie.In realta' COMBAT SHOCK e' un piccolo depressivo gioiello di cinema realista in stile "Taxi driver".Ottima la prova recitativa di Ricky Giovinazzo, fratello del regista, e sicuramente interessante la regia. C'è un'atmosfera sporca e malata..c'è l'esplosione della violenza grafica..ci sono i luridi vicoli di periferia e la solitudine di un innocente rimasto vittima di una guerra che non ha mai voluto..una guera che e' finita per molti,ma non per lui. Credo sia doveroso citare il breve dialogo che il protagonista ha al telefono con il padre, il quale dopo averlo cercato per anni ora non lo rivuole piu' con lui: "papà ho bisogno di soldi,ho bisogno di una famiglia" "è tardi figliolo..tardi.." "papaà non mi puoi lasciare cosi'.." "e' tardi figlio..non posso..non voglio tornare indietro" "papa'…io torno indietro tutti giorni"

LA COSA
(THE THING)
di John Carpenter

Antartide: la quiete di una base scientifica americana viene interrotta dall’arrivo di un equipaggio norvegese che tenta di uccidere un husky, apparentemente senza motivo. L’elicottero esplode in un incidente e l’equipaggio rimane ucciso senza riuscire a spiegare le motivazioni di quel gesto, mentre il cane viene accolto all’interno del campo.
Il pilota McReady ed il dottor Copper,si recano al campo norvegese per indagare sui motivi di quella follia. Troveranno orrori agghiaccianti, un sarcofago di ghiaccio ed un mucchio di materiale cartaceo e video.
Intanto l’husky, che era stato condotto nel canile, muta in un’orribile creatura che attacca gli altri cani del campo, e riesce a fuggire.
La videocassetta trovata nella base norvegese svela il ritrovamento di un astronave che conteneva il corpo congelato di un essere alieno, contenuto nel sarcofago.
Uno degli scienziati della base scopre che si tratta di un organismo alieno che usa assimilare le caratteristiche cellulari delle proprie vittime per sostituirsi a loro, mutando ed imitando qualsiasi forma di vita con la quale entra in contatto.
Il terrore inizia a serpeggiare nella base, la contaminazione è iniziata, ogni componente diffida dell’altro...”la cosa” è in grado di assimilare chiunque. Straordinario rifacimento de “La cosa da un altro mondo”(1951) di Christian Nyby, è da considerarsi uno dei film più riusciti del regista americano, che purtroppo non sempre è stato in grado di toccare simili vette.
Interessante il parallelismo con un’altro capolavoro fanta – horror di quel periodo, ovvero “Alien” ( 1979 )di R.Scott. E’ incredibile quanto il confronto tra questi due film metta fortemente in evidenza una profonda differenza di stili e di approcci, ed al tempo stesso un enorme talento che accomuna i due grandi registi, ognuno a loro modo. Prendiamo per un attimo in considerazione l’aspetto prettamente visivo del loro stile registico: lì dove Scott tende ad ombreggiare, a filtrare la luce, sempre fortemente orientato ad una maniacale e pur sempre personalissima scelta fotografica, Carpenter è assolutamente diretto, freddo, quasi documentaristico, volutamente asettico. Il suo approccio all’immagine non lascia nulla al caso mettendo in evidenza dettagli fortemente definiti, crudi ed essenziali.
Ma forse ancor più straordinario è l’evidente ( forse non a tutti ) matrice Lovecraftiana che lega questi due eccezionali lavori: che siano alieni di Scott o di Carpenter ci troviamo comunque di fronte a qualcosa di estremamente antico, sopito da tanto ( troppo ) tempo, e con un evidente comune denominatore: l’ostilità. Una descrizione abbastanza calzante per i “Grandi Antichi” che popolavano le storie dello scrittore di Providence.
Se però in Alien la creatura infiltratasi nell’astronave “Nostromo” voleva uccidere e basta, liberando il potenziale distruttivo della sua specie senza nessun secondo fine, la “cosa” Carpenteriana vuole soprattutto sopravvivere. Sarà questo un elemento continuamente presente in tutto il film: umani e alieni, una specie che vuole prevalere, o meglio sopravvivere all’altra, con tutti i mezzi a propria disposizione.
Si delinea l’amara metafora che il regista americano vuol dare della realtà: il nemico è colui che ti siede accanto, tutto ciò che sembra esserti noto e familiare non è quel che sembra. La crisi di identificazione della società si va sgretolando, come nel film va emergendo sempre più la diffidenza e la totale estraneità verso il prossimo. ”Nessuno si fida più di nessuno” confessa McReady al microfono del registratore a nastro, unico baluardo di certezza in una realtà sempre più precaria.
Il livello di tensione, di smarrimento e di claustrofobia che viene raggiunto ha pochi eguali nella storia del cinema fantastico: Carpenter gioca con lo spettatore mutando continuamente i punti di riferimento che istintivamente si creano guardando un film, spostando continuamente il sospetto su ognuno dei 12 componenti della base. La cosa può essere chiunque, può essere ovunque senza che tu te ne possa rendere conto: ciò che sembra essere non è...
I riferimenti letterari non si esauriscono di certo con Lovecraft: “La cosa da un altro mondo” di Nyby era già direttamente tratto ( poco fedelmente )dallo splendido romanzo breve “Chi va là?”( Who goes there? ) del grande John W. Campbell. Sopraffino maestro della SF del dopoguerra, Campbell influenzerà decine di grandi esponenti della narrativa fantastica americana: “Chi va là?” resta uno dei suoi racconti più famosi e memorabili ( ma ci sarebbe l’imbarazzo della scelta ). Carpenter ci regala il più bel tributo che un grande regista può fare ad un grande scrittore: fedeltà alla trama ed al messaggio nella trasposizione cinematografica, personalizzazione di questi elementi secondo i dettami della propria sensibilità artistica.
Gli effetti speciali di Rob Bottin e Roy Arbogast sono davvero stupefacenti: considerando che si tratta di un film di 21 anni fa, gli effetti meccanici e di make-up sono tra i più evoluti mai visti nella storia del cinema. La “cosa” cambia in tutto il film almeno una dozzina di forme e aspetti, in un continuo divenire, in una continua metamorfosi della realtà sempre totalmente diversa dalla precedente. Poco presente ma comunque affascinante la colonna sonora di E.Morricone, che non gradì il ridottissimo utilizzo che ne fece Carpenter in fase di montaggio.
Il film ebbe purtroppo uno scarsissimo riscontro di critica e pubblico quando uscì nelle sale, dovuto senz’altro alla contemporanea uscita di “E.T. l’extraterrestre” di Spielberg. Molto più semplice e rassicurante affidarsi alla giocosa e positiva visione di Spielberg piuttosto che al pessimismo degli orrori Carpenteriani, alla raffinatezza delle sue inquietanti visioni altamente disturbanti.
“La Cosa” rimane probabilmente un punto di arrivo del fanta-horror; un riferimento per tutti, un cult-movie assolutamente imperdibile da studiare nei minimi dettagli

CREEPSHOW
di George A. Romero

Sicuramente uno dei più rappresentativi film di Romero, fedelissimo tributo ai fumetti "Tales From The Crypt "(in Italia "I Racconti della cripta, o "Zio Tibia"), Creepshow rappresenta un must per ogni appassionato dell'Horror in genere. E' interessante anche la sottile vena ironica che pervade tutte e cinque le storie, tipica dei mitici fumetti. Sono proprio loro, infatti, Il filo conduttore che lega il susseguirsi delle narrazioni, con un bambino "troppo" appassionato dell'orrore che cerca di leggerli, e suo padre "troppo severo" che (povero lui) li getta nella spazzatura! I primi due episodi, più tipicamente Poeschi sono incentrati sul tema della vendetta, in forme diverse ma con esiti simili. Divertente trovare un Leslie Nielsen (al tempo ancora non lanciato come star del cinema comico demenziale) nei panni di un tradito e vendicativo marito.Ancora più interessante l'episodio che vede protagonista niente meno che un giovanissimo Stephen King ( sceneggiatore di due storie ) nelle vesti di un tonto contadino che per caso si ritrova uno strano meteorite verde nell'orto di casa. Qui i lettori esperti potranno notare parecchie analogie con due racconti molto importanti della narrativa fantastica del 900',"The seed from sepolcrum"(Il seme del sepolcro) di Clark A.Smith, e forse ancor di più di "The colour out the space"(Il colore venuto dallo spazio) del grande H.P.Lovecraft. Meno incisivo il quarto segmento sulla creatura abitante in una cassa del sottoscala di un college, mentre veramente impressionante l'ultimo, con uno spietato uomo d'affari che scarica tutto il suo odio sugli scarafaggi che infestano la sua ipertecnologica abitazione. Davvero originali gli inserimenti di sequenze disegnate ( come da fumetto ), che dimostrano quanto il film sia soprattutto un tributo a quelle splendide storie che popolavano Tales From The Crypt. La mano di un maestro del cinema Horror come Romero è qui tutta in evidenza,il ritmo è sempre serrato e frenetico, gli effetti speciali non brillano come in altre importanti opere Romeriane ma non se ne sente certo la mancanza. Un film tutto da godere senza troppe pretese, sicuramente terrorizzante e con almeno tre piccole gemme da incorniciare sia come idee che come gusto nell'esposizione. .

CREEPSHOW 2
di Michael Gornick

Sequel del primo riuscitissimo "Creepshow", non delude le aspettative, anche se manca forse di quel pizzico di inventiva e di ingenuità "fumettistica" che caratterizzava il suo predecessore. Questa volta Romero è solo in veste di sceneggiatore, e la regia è affidata al suo ex assistente alla regia, Michael Gornick. Il film è strutturato in tre episodi lunghi, ed è sempre presente il prologo e l'epilogo in forma di cartone animato, con il nostro caro "zio Creepy" che spadroneggia sfoggiando il suo humor macabro. Già qui si sente quanto questo sequel sia molto ( troppo ) sulla falsariga del primo, visto che anche qui troviamo il solito ragazzino infatuato dei fumetti che viene maltrattato e si vendica. Nella prima parte, in una piccola cittadina, l'amicizia tra due anziani coniugi ed una comunità sioux viene distrutta da tre balordi rapinatori ( il loro leader è egli stesso sioux ); qualcuno, o meglio "qualcosa" farà giustizia. Il secondo episodio ( tratto dal racconto di Stephen King "the Raft" ) vede un'allegra comitiva fare una gita nei pressi di un lago, usufruendo di una zattera; non si accorgono che lì galleggia una "strana" macchia d'olio. Nel terzo ed ultimo segmento una ricca donna, presa dalla fretta di rincasare dopo una notte trascorsa con un gigolò, investe involontariamente un'autostoppista: si rivelerà un incubo senza fine. Il concept del film è senz'altro buono, gli effetti speciali sono molto curati, forse bisognava cercare qualcosa di nuovo, visto che a tratti si sente una certa mancanza di idee. Divertente il cameo di S. King in veste di camionista nel prologo. L'episodio dell'autostoppista è sicuramente da considerarsi il migliore, davvero inquietante: "Grazie del passaggio, signora!".

CROCODILE
di Tobe Hooper

Ritorno alla regia di Tobe Hooper, l'autore del film culto "Non aprite quella porta". In questo film assistiamo alle gesta di un incazzatissimo coccodrillone le cui uova sono state distrutte da un gruppo di ragazzi in gita vacanziera. Ovviamente i giovani non si aspettano che un coccodrillo del Nilo viva e prolifichi in un tranquillo laghetto americano ma presto si accorgeranno della sua presenza a suon di sgranocchiamenti di ossa. Alla fine gli ultimi superstiti alla furia della belva, riusciranno a rendergli l'unico uovo rimasto incolume, e cosi' il rettile se ne ritornerà felice nel suo laghetto risparmiandoli. La mano di Hooper alla regia non si sente granchè tanto che se ci fosse stato un altro regista al posto suo, probabilmente la differenza non si sarebbe notata. Solo nel momento in cui lo sceriffo si reca nella dimora di un allevatore folle di alligatori, ci si rende conto di una certa atmosfera alla "Non aprite quella porta". Comunque il film diverte abbastanza nella seconda parte ed è dotato di buoni momenti truculenti. Gli effetti sono decenti in alcuni momenti e rozzi in altri ma c'è da dire che il budget del film è piuttosto basso

CUBE - IL CUBO
di Vincenzo Natali

Follia. La più totale follia è contenuta in questa pellicola tanto da renderla in assoluto una delle visioni più allucinanti e contemporaneamente affascinanti che il mondo della celluloide ci abbia mai offerto; non credo di sbagliare se dico che un tentativo del genere è unico (o tutt'al più rarissimo) in campo cinematografico, considerando anche il circuito overgorund in cui il prodotto è stato distribuito/pubblicizzato. Il regista canadese, ha deciso, nel girare questo film di rendere lo spettatore assolutamente partecipe delle sensazioni dei protagonisti, fornendo a lui le stesse identiche informazioni che sono di loro proprietà, coinvolgendoci nell'incubo claustrofobico che ha costruito. Riscrivere la trama così rischierebbe di far sembrare eccessivamente semplicistico lo svolgimento del film ma è proprio la linearità relativa dell'idea di fondo a rendere il risultato degno di sperticate lodi. Una dottoressa, un poliziotto, un evaso, una studentessa di matematica, un impiegato ed un ragazzo autistico sono i 6 personaggi che incontriamo in rapida successione all'apertura del film (ce ne sarebbe un settimo ma la sua apparizione è fugace e in funzione solo di un prologo). 6 persone chiuse in cubo gigantesco, a sua vota suddiviso in tanti piccoli settori (è strutturato come un gigantesco Cubo di Rubik) dove ogni stanza ha un colore diverso e 6 "botole" (una per ogni faccia) che conducono ad altre stanze. Scopo: semplicemente uscire indenni da questo congegno enorme, disseminato di trappole e che ad intervalli regolari si modifica mischiandosi proprio come il Cubo di Rubik. Il film è basato sul più naturale decorso psicologico di una persona chiusa senza motivo apparente, senza indizi o precisi scopi in una struttura di morte altamente funzionale e alienante, fa leva sull'istinto di sopravvivenza dei 6 protagonisti sempre sul filo della pazzia e dell'esplosione isterica, situazione ampliata non solo dalle differenti estrazioni sociali dei singoli (e correlati problemi personali) ma anche dalla presenza del ragazzo autistico che contribuisce a rendere più nervosi i componenti della squadra (a volte perfino lo spettatore, tanto da far nascere l'idea che sarebbe meglio abbandonarlo seguendo quello che dovrebbe essere un naturale processo che vede il più debole perire in condizioni di estrema difficoltà). Assolutamente originale nello svolgimento, nell'idea e nella realizzazione questo film ha veramente stupito tutti, pubblico e critica. Nella relativa semplicità con cui è stato prodotto (per tutto il film non vedrete altro che una serie di cubi colorati in diversa maniera) trionfa finalmente, e come purtroppo sempre meno spesso accade una regia intelligente, un'idea vincente, una sceneggiatura perfetta. Non riesco ad individuare nessun difetto per questo capolavoro di isolazionismo. Alternando sapientemente discorsi dal sapore vagamente filosofico catastrofista, degenerazioni psicotiche e isterismi vari a scene più prettamente horror (l'inizio è stupendo) riusciamo ad essere traghettati anche attraverso la fase centrale, quella in cui ipoteticamente avrebbe potuto farsi sentire la stanchezza per la mancanza di classici elementi "da film" (cambiamenti di luogo, comparse, etc..). Attori credibili ed efficaci sono appunto fondamentali per non fare cadere la tensione, che è palpabile sempre; questa pellicola fa paura non solo per le bellissime immagini ma anche perchè fa pensare dall'inizio alla fine, propone un orrore senza movente, la strumentalizzazione della vita, il concetto di Grande Vecchio che tira i fili delle cose (valido in qualsiasi ambiente e tanto caro alle conspiracy theories), la regressione umana ai principi animaleschi della natura. Non c'è solo violenza visiva gratuita, ma una dose fondamentale di ragionamenti e pensieri alterati che creano un movente all'azione violenta. Signori questo film è da vedere, perchè unico nel genere, perchè lascia dentro qualcosa anche dopo la parola "fine", e non sono le certezze che fosse fantasia ma dubbi che ciò che abbiamo visto e sentito sia effettivamente reale, magari presente solo in una forma meno evidente. Rifletteteci..

CURFEW - Ora di Sangue
di Gary Winick

Uno psicopatico ed il suo fratello ritardato, che ne segue le orme, vengono incriminati per stupro ed omicidio di una minorenne; una volta evasi dal carcere, andranno prontamente in cerca di chi li fece ingabbiare, per fare giustizia a modo loro. Dopo avere ucciso a destra e a manca, i due si accingono ad eliminare le ultime vittime predestinate; la cui giovane figlia si rivela però un osso molto più duro del previsto, portando nella squinternata coppia di maniaci uno scompiglio che le sarà fatale. Psycho-killer-movie che ricorda in più di un' occasione "La casa sperduta nel parco" di Ruggero Deodato, e che non manca, malgrado un basso budget e la veloce fattura, di evocare atmosfere malsane e cariche di tensione. In definitiva un sanguinario misconosciuto gioiellino del genere, che non risente troppo di alcune sviste disseminate qua e là

DAL TRAMONTO ALL'ALBA
(FROM DUSK TILL DAWN)
di Robert Rodriguez

Eccessivo, spassoso, splatter, ironico e disgustosamente paradossale. Vedere questo film è un'iniezione di divertimento e sangue come poche ce ne sono. Scritto da quel folle ed incontenibile genio del cattivo gusto che è Tarantino e diretto da Robert Rodriguez, annovera come attori tra gli altri lo stesso Tarantino, Harvey Keitel e George Clooney in una performance decisamente azzeccata. Apparentemente privo di filo logico, questo film è in realtà la dimostrazione di come si possano miscelare generi, atmosfere, umorismo e sangue a fiumi senza avere un effetto "compilation". Praticamente il film è quasi diviso in due parti, opposte ma perfettamente legate, così eccessive e distanti che la fusione tra l'una e l'altra sembra qualcosa di ovvio. Nella prima frazione della pellicola l'ambientazione desertica di una rapina ad opera dei fratelli Seth (Geroge Clooney) e Richard Gecko (Tarantino), la fuga dalle forze dell'ordine di uno psicopatico e del fratello in Messico. Magicamente il film, che sembrava fino ad un certo punto un normale (anche se ottimo) film come tanti su rapine e fughe assurde, svolta completamente imboccando un sentiero del tutto inatteso proprio come quello che i due fuggiaschi, presa in ostaggio una famigliola in viaggio su un camper, imboccheranno una volta superato il tanto agognato confine messicano. La fermata al Titty Twister trasforma il film in un delirio vampirico grand-guignolesco, figlio dell'eccesso, e della passione per la cinematografia horror italiana da sempre professata da Tarantino (è lui il distributore ufficiale negli USA dei film di Fulci). Il locale è in realtà un covo di vampiri che accolgono e massacrano motociclisti e camionisti in sosta, attirandoli con favolose fanciulle in un'ambientazione da Night Club. In barba al buonismo di molte pellicole Tarantino riesce a far morire donne a profusione, un prete e perfino un ragazzino. E via con scene pazzesche, come la band che si vampirizza, con il cantante suona un basso composto da un busto, una testa e una gamba. O ancora un prete che fa una croce con una mazza da baseball e un fucile a pompa, un ex-marine che strappa il cuore ad un vampiro che però non muore finche non gli trafigge il cuore…con una matita. Insomma humor nero e sangue in una mostruosa serie di decapitazioni, impalamenti, esplosioni. Divertente ed eccessivo, splatter ma in modo non convenzionale questo e molto altro in un film veramente riuscito. Guardatelo

THE DARK HOURS
di Paul Fox

Interessante thriller/horror canadese del 2005 che, nonostante un budget ristretto, riesce a creare un'atmosfera claustrofobica ed un crescendo di tensione notevoli. Samantha Goodman è una psichiatra che lavora in un manicomio criminale e che scopre di avere un mare incurabile. Segretamente la donna sperimenta un siero su uno dei degenti, con esiti infausti. Profondamente angosciata, decide comunque di passare un weekend in tranquillità, in una baita fra le nevi, assieme al marito e alla sorella. Ma nella notte, due folli (uno dei quali è un vendicativo ex-paziente di Samantha) irrompono nella baita e fanno precipitare la situazione in un incubo senza via d'uscita. I due danno inizio ad un gioco sadico in cui le vittime, oltre a subire violenza, si dovranno confrontare con scheletri del passato e menzogne. Inizialmente lento e poco convincente, “The Dark Hours” si rianima di colpo, dopo mezz'ora di girato, ed accalappia lo spettatore fino al finale teso e ben congegnato. Realizzato in pochi interni e girato in 16mm, pompati poi a 35, il film ha il suo punto di forza nell'interessante sceneggiatura che riesce a creare una sorta di “mind game” in cui ribalta situazioni lineari rendendole spesso imprevedibili. La regia di Fox, che vanta un lunga militanza in televisione ma che è al suo primo lungometraggio cinematografico, è robusta e ben orchestrata. Ottima la prova degli attori, con in testa Kate Greenhouse che riesce a dare spessore al suo personaggio, mostrando i tormenti esteriori ed interiori che l'affliggono, senza mai andare "sopra le righe".

DARK WATER
( HONOGURAI MIZU NO SOKO KARA )
di Hideo Nakata

Una donna divorziata riesce ad ottenere l’affidamento provvisorio della figlia. I due vanno a vivere in un appartamento sito in un condominio dall’aspetto decadente. La loro vita non scorre felicemente poiché i problemi fra madre e figlia sono piuttosto forti. La donna non riesce a far collimare il lavoro con le giuste cure per la bambina che spesso si trova ad essere sola e triste. Inoltre c’è qualcosa che non va nel posto in cui vivono…una strana macchia d’umidità nel soffitto della stanza da letto, passi che provengono da un appartamento disabitato, apparizioni inquietanti ed un clima di tensione sempre crescente. Fino allo sconvolgente finale. L’ultimo film di Hideo Nakata è visivamente affascinante e molto maturo a livello di tematiche trattate e stile di regia. Non ha l’originalità dirompente e la tensione incredibile di “Ring (Ringu)” ma è una “ghost story” molto profonda ed inquietante. La figura del bambino è di nuovo usata da Nakata, ma è vista sotto l’ottica dell’amore infranto e della continua ricerca di affetti familiari. La stessa famiglia è un organismo disgregato, una ferita aperta carica di rimorsi e dolore. Se “Ring (Ringu)” ammiccava leggermente a modelli occidentali (pur mantenendo una sua forte personalità invero) questo “Dark Water” è un film completamente orientale per tematiche, simbolismi e ritmo narrativo. L’acqua, elemento naturale di grande valore simbolico per i giapponesi, è qui il fulcro della vita, della morte e della rinascita dell’individuo (molto bella la scena del film in cui una vecchia cisterna dell’acqua viene sfruttata come metafora del grembo materno). Impeccabile lo stile di regia di Nakata che unisce il suo gusto per l’immagine e per i dettagli con una narrazione cadenzata e carica di tensione. Il ritmo dilatato della pellicola potrà non accontentare alcuni palati occidentali avvezzi esclusivamente a montaggi serrati e sviluppi narrativi vertiginosi. Chi, invece, ama anche farsi cullare da immagini pittoriche alternate a silenzi inquietanti, potrà apprezzarlo.

DARK WATERS
di Mariano Baino

Mariano Baino è un giovane regista italiano che ha ,fin dai tempi dell'accademia cinematografica, una sconfinata passione per il genere horror. Purtroppo in Italia nessuno si è mai prodigato nel finanziargli un film e non ha trovato sbocchi nel mondo del cinema nostrano. Cosi' recatosi in Inghilterra è riuscito a trovare un aggancio che potesse sotenere i due milioni di lire per la realizzazione di "Caruncula", un cortometraggio horror di notevole fattura. Deciso più che mai a proseguire la sua carriera nel cinema horror , ed essendosi conquistato col precedente lavoro la fiducia di un produttore inglese e di uno russo, Baino riesce a dirigere questo "Dark Waters". Un convento, situato su di un'isola a largo del Mar Nero, è teatro d'una tragica vicenda di morte a cui è legata una suora che viene assalita da un'entità mostruosa in una notte di tregenda. Poco tempo dopo, la figlia della donna uccisa si reca li' per scoprire cosa è accaduto e soprattutto cosa legava cosi' la sua famiglia a quel posto. Nel convento la giovane troverà un'atmosfera permeata da mistero e sinistri avvenimenti. Dopo aver trovato un misterioso medaglione, raffigurante una sindone bestiale e dopo aver assistito , in preda ad una visione ,ad un sacrificio umano, la ragazza incomincerà a temere per la propria vita. Difatti le suore che vivono nel convento adorano un qualcosa di antico ed orrido…un qualcosa che esige carne per nutrirsi. Sospeso fra realtà ed incubo, questo "Dark Waters" si muove sulla falsariga di "Suspiria" di Dario Argento per poi prendere i binari Lovecraftiani del culto della mostruosa divinità primigenea. Il ritmo del film è scandito da lente carrellate negli inquietanti corridoi illuminati da fiaccole del convento e dall'ottima interpretazione della protagonista. Baino si dimostra dotato di uno stile proprio molto delineato, nonostante sia apparentemente simile a quello di Dario Argento. C'è tensione costante nel film ed un'atmosfera allucinata che spiazza e mette a disagio. Splendida la scena in cui la ragazza si trova nella spiaggia completamente ricoperta di pesci morti e bellissimo il finale.

DEADBEAT AT DAWN
di Jim Van Bebber

Primo violentissimo e crudo film completo del truce regisra Van Bebber. In questa opera prima quest'ultimo fa anche da protagonista principale: è Goose un esperto in arti marziali che vendica la morte della sua cara amata contro una banda rivale di teppisti. In "Deadbeat At Dawn" si presenta solo la parte più squallida e degradante della metropoli, vivere in questi luoghi è una battaglia, tutto equivale ad una lotta senza sosta, i ragazzi si dedicano allo sballo, si divertono ad azzuffarsi in risse e come unico modo per sopravvivere smerciano droga e compiono rapine a mano armata. L'innocenza è lontana da questo ambiente senza regole, tutti i personaggi sono posti da Van Bebber su uno stesso piano di feroce violenza. Girato in 16 mm e formato da un cast di attori non professionisti può essere giudicato l'esempio tipico di come un giovane regista di talento, possa realizzare con pochi mezzi una tra le pellicole più forti e brutali della cerchia degli splatter movies. Negli ultimi 30/20 minuti di film veniamo travolti da una valanga disumana di furia ed aggressività che spezza qualsiasi schema morale. E' un susseguirsi di calci, pugni, accoltellamenti, sparatorie,ecc...;lo spettatore è gettato di petto contro ogni forma di violenza, non c'è nessuna via di scampo, sangue e morti testimoniano la guerra privata di Goose. Van Bebber avendo avuto un passato da guardia del corpo per rockstar si fa apprezzare per le sue doti di lottatore. Certe sequenze sono ambientate in cimiteri in pieno giorno, questa è una caratteristica tipica del suo modo di girare, basta guardare lo sfortunatissimo "Roadkill:the last days of Johnny Martin" oppure il cortometraggio "My Sweet Satan" per rendersi conto delle analogie ricorrenti. Molto forte la metafora nella parte dove due ruspe spazzano via delle macerie con ,a pochi passi da loro, dei bambini che giocano alla guerra con finti fucili. Un messaggio molto crudo: le generazioni a venire crescono nella violenza quotidiana ed avranno solo un futuro di distruzione e sfascio completo. Ottima la regia e spettacolari alcune sequenze con memorabili inquadrature. I combattimenti hanno una dinamica estremamente fluida, non esiste un attimo di respiro. Nel finale Goose ucciderà a mani nude il capo della banda, squarcerà e strapperà la sua gola come un belva, vincendo con la gloria della belva nella giungla. Poco dopo si accascerà su un marciapiede e morirà come un rifiuto…nella totale indifferenza della gelida metropoli. Il cinismo racchiuso nel film ha una potenziale molto calibrato e Van Bebber è uno che riesce ad esprimere la sua arte come pochi registi sanno fare...guardate e capirete

THE DEAD HATE THE LIVING !
di Dave Parker

Gustoso film a basso budget distribuito dalla FullMoon. Un gruppo di ragazzi sta girando un film horror di serie z in un vecchio ospedale abbandonato. Casualmente rinvengono nei sotterranei del posto una sorta di sarcofago ed un videocamera in cui vi è la registrazione di un uomo che viene aggredito da uno zombie. I ragazzi pensano che il filmato sia uno scherzo e decidono di sfruttare ciò che hanno trovato per il loro film. Aperto il sarcofago i nostri rinvengono il cadavere dell'uomo che hanno visto nel filmato. Attimi di panico, poi il cinismo prende il sopravvento e il regista decide di sfruttare la salma per dare un tocco di macabro realismo al suo film. Mal gliene incoglie poiché il corpo, una volta inserito nel sarcofago, si rianima ed evoca una legione di creature mostruose per far la festa ai ragazzi. Si è aperto un varco fra la dimensione dei vivi e quella dei morti ed il massacro ha inizio. Povero nei mezzi ma ricchissimo di vera cultura e passione per il cinema horror, "The dead hate the living !" è una vera chicca per gli amanti del cinema di serie b. Il film è infarcito di citazioni: Fulci, Lenzi e il suo "Cannibal Ferox", David Warbeck, Ed Wood, Sam Raimi, Dan O'Bannon, la saga di Hellraiser, con un finale che omaggia ottimamente "L'Aldilà (The Beyond)". Mi fa sorridere (e riflettere) il fatto che gli americani amino cosi' tanto il cinema horror italiano ed i nostri registi da dedicargli un film intero quando nel nostro paese essi sono stati etichettati, per troppo tempo, solo come "poveri artigiani". I giovani attori si impegnano al massimo e non mancano attimi di tensione, buone trovate di sceneggiatura ed effetti splatter (economici ma ben congegnati). Dopo una parte iniziale piuttosto macchinosa, con lunghi piani sequenza e qualche piccolo errore di fotografia, il film prende ritmo e diverte grazie all'uso massiccio d'ironia. Belle le mostruose creature (di cui una ricorda molto i cenobiti di Barker) e briosa la regia di Parker. Non c'è che dire, fa sempre piacere notare come il budget limitato non sia un problema insormontabile se ci sono idee e grinta da vendere. Consigliato vivamente

THE DEAD NEXT DOOR
di J. R. Bookwalter

Film d'esordio per J.R.Bookwalter che ci narra una bizzarra storia di zombies infarcita da copiose dosi di splatter. Il mondo è in mano ai morti viventi, che si sono diffusi a causa di un virus da laboratorio, e gli umani sono alle strette. Sparuti gruppi di poliziotti sono organizzati in "Zombie Squad" ossia manipoli armati volti alla caccia ed allo sterminio dei morti viventi. La situazione disperata è peggiorata inoltre da una setta di invasati che allevano gli zombies, in una vecchia scuola adibita a chiesa, e li considerano come creature divine. Cosi' toccherà ad un gruppetto di "sbirri" cercare di distruggere l'ameno luogo di culto e fermare il tremendo contagio. Nel finale scatenato gli zombies avranno comunque la meglio. Nonostante la povertà di mezzi Bookwalter ci regala un film divertente che alterna momenti puramente splatter ad altri di stampo più marcatamente ironico. Numerosi i debiti nei confronti di Romero, O'Bannon e Raimi (addirittura c'è un personaggio che si chiama cosi'!) che pare abbia prodotto il film adottando però uno pseudonimo. Ottimi davvero gli effetti splatter che toccano l'apice nella sequenza in cui uno zombi viene prima sparato da un poliziotto e poi decapitato, ma nonostante ciò la sua testa mozza continua a muoversi e mordere a più non posso! Simpatica anche la scena in cui si vedono dei dimostranti, fuori della stazione di polizia, protestare contro la violenza delle "Zombie Squad" ed inneggiare alla libertà dei morti viventi (c'è addirittura un tipo che porta un cartello con su scritto : "Lasciate che i morti possano camminare"!!!). In definitiva un buon film d'esordio per Bookwalter che non mancherà di sfamare tutti i patiti di sano e puro splatter.

DELIRIA
(STAGE FRIGHT - AQUARIUS - BLOODY BIRD)

di Michele Soavi

Un pericoloso assassino evaso da una clinica psichiatrica trova rifugio in un teatro dove una compagnia di attori sta ultimando le prove di uno spettacolo. Inutile specificare che non starà con le mani in mano...A quasi vent'anni di distanza l'opera prima (e migliore, nonostante le recenti e discutibili rivalutazioni di "La Setta" e "Dellamorte Dellamore") di Michele Soavi è invecchiata bene e si conferma come uno dei migliori film italiani di genere degli anni Ottanta. Difetti e ingenuità varie ovviamente non mancano, dall'onnipresente senso di dejà-vù alla caratterizzazione abbastanza stereotipata di molti personaggi, ma perché non provare a superare tutto questo e pensare a "Deliria" come a una riflessione sulla rappresentazione di un sottogenere (lo slasher) che , nonostante l'elementarità delle regole sulle quali si basa, ha prodotto dozzine e dozzine di titoli? Soavi circoscrive l'azione in uno spazio chiuso non proprio casuale (il teatro di posa), e oltre a non fornirci nessuna informazione sull'assassino decide di camuffarlo con una maschera tanto banale quanto efficacissima: l'idea non è nuova per niente, ma funziona alla grande. Ottima, poi, la scena in cui il killer espone le sue vittime sul palcoscenico, sintesi perfetta di tutta la filosofia dello slasher: il morto ammazzato non è nessuno e non ci importa sapere nulla di lui, è solo un manichino che deve essere sacrificato affinché il body count possa andare avanti.

DELLAMORTE DELLAMORE
di Michele Soavi

Opera affascinante di Michele Soavi tratta dal libro del papà di Dylan Dog, il grande Tiziano Sclavi. Il film narra le vicende di Francesco Dellamorte, interpretato da Dylan Dog in carne ed ossa ovvero il grande Rupert Everett, accompagnato dal fido Gnaghi una specie di Groucho ma meno logorroico dell'assistente dell'eroe del fumetto. Infatti il povero Gnaghi è monosillabo, riesce a pronunciare solo le prime tre lettere del suo nome. I nostri due protagonisti lavorano in un cimitero come becchini ,peccato che i morti ritornino in vita e, ancora peggio, nel paesino in cui stanno le morti diventano un po' troppe da gestire. Per Francesco Dellamorte uccidere per la seconda volta una persona è routine, l'unica sua passione è leggere i grandi classici della letteratura (che per lui sono unicamente gli elenchi telefonici) e comporre un teschio da modellismo. Insomma le analogie con il fortunato fumetto di Bonelli ci sono tutte.
Fin qui è tutto “normale” sennonchè un certo giorno Dellamorte si invaghisce di una vedova avvenente, interpretata dalla esplosiva Anna Falchi, all'apparenza timida e devota al marito defunto, ma che sarà l'inizio di un incubo interminabile.
Una notte la intravede nel cimitero e seguendola la trova sulla tomba del defunto. I due consumeranno una notte di passione in mezzo ai fuochi fatui e il cimitero che fa da contorno. Peccato però che il marito là sotto non gradisca e, svegliato dai gemiti di piacere, decida di uscire dalla tomba e di darle una bella lezione. Lei è apparentemente morta. Francesco è disperato. Ma non sa ancora quello che gli capiterà dopo. Può la stessa persona far parte della tua vita in tre situazioni e ruoli diversi? E soprattutto se la si è vista morire prima? L'unico amico, che Francesco ha, lavora al catasto immerso nelle pile di documenti mentre gli altri paesani lo denigrano pensando che sia sessualmente impotente ;in paese le morti aumentano,e la polizia inizia a cercare un serial killer... Il finale di film è in puro stile "Sclaviano". Dellamorte cerca di fuggire dalla sua vita, ormai spersonalizzato del tutto. I personaggi si mischiano, la storia non ha più un senso ben preciso e tutto può essere l'opposto di niente,intanto in una boccetta inizia a nevicare...
" la rivedrò ancora?"
L DEMONE SOTTO LA PELLE
(SHIVERS - THE PARASITE MURDERS - THEY CAME FROM WITHIN)
di David Cronenberg

Nei cieli di Toronto si erge una imponente costruzione: l' "Arca di Noè", un immenso residence nel quale i clienti possono trovare ogni sorta di moderna e lussuosa comodità. Tutto sembra trascorrere per il meglio all' interno di questo giganteso albergo fino a quando, un terribile omicidio seguito da un suicidio, spezza la tranquillità regnante: una diciannovenne studentessa era stata prima uccisa, poi squartata ed infine, il suo assassino, si era tolto la vita. In contemporanea il medico operante all'interno dell'abitato, si accorge che alcuni dei residenti, presentano degli strani "gonfiori" all'altezza del torace...ben presto scoprirà che una nuova specie di parassiti ( esseri simili a dei piccoli vermi ) si sta velocemente moltiplicando, usando il corpo umano come luogo di proliferazione. "Shivers" è il primo lungometraggio di David Cronenberg, diretto nel 1975 e interpretato, tra gli altri, dalla mai dimenticata Barbara ( "La maschera del demonio" ) Steele.
Un incubo dai connotati ben delineati con strizzatine d'occhio a "La notte dei morti viventi" e con una certa carica erotica presente in molti film del regista canadese. Nonostante qualche piccola lentezza nello sviluppo della storia e, forse, penalizzato dalla presenza di attori non eccelsi, il film risulta lo stesso essere affascinante e angosciante, drammatico e sensuale, metaforico e pessimista. Probabilmente la parte del contagio poteva essere diretta in modo migliore, ma non dimentichiamoci che siamo di fronte ad un Cronenberg ancora alle prime armi.
Assolutamente inquietanti le ultime sequenze.

DEMONI
di Lamberto Bava

All'inaugurazione di un ambiguo cinema gli spettatori si presentano con degli inviti omaggio offerti da un personaggio ancor più ambiguo. All'ingresso del locale, una ragazza giocherella con una maschera, messa li' in mostra, raffigurante le fattezze di un demone provocandosi casualmente con essa una leggera ferita sulla guancia...da qui ha inizio un contagio fatto di esseri indemoniati con artigli e feroci zanne al posto dei denti, con tanto di fuoriuscita dalla bocca di una schiumosa bava (come la regia eh eh) verdognola. A causa dei molteplici morsi e ferite gli spettatori vengono trasformati in queste terribili creature senza trovare una via di fuga. Definito da molti il miglior horror degli anni 80, è sicuramente un b-movie di tutto rispetto. Con questa opera Bava jr riesce a toccare il picco più alto della sua carriera. E' un horror spettacolare, a tutti gli effetti,con molte scene sanguinose e ottimi colpi di scena con un sottofondo martellante orchestrato da noti gruppi metal. Il contagio si diffonde a dismisura, il senso claustrofobico in cui i personaggi sono intrappolati come insetti terrorizzati ricorda le tematiche zombistiche di Romero.

DEMONIACA
(DUST DEVIL)
di Richard Stanley

Opera seconda del geniale regista di origine sudafricana Richard Stanley che non manca di mostrare , anche in questo caso, le sue ottime doti visionarie. Siamo in Namibia, nel deserto, dove si aggira un'autostoppista dallo sguardo gelido e con il vizio dell'omicidio. Ma non si tratta di un semplice psicopatico, in lui si annida un demone millenario che vaga in cerca delle anime degli uomini affranti dalla vita. Un poliziotto ingaggia una lotta con l'assassino coadiuvato da una giovane donna. Lo scontro finale fra l'umano ed il "demone della sabbia" avverrà in una città cadente e disabitata. La sequenza iniziale, in cui il demone dopo aver ucciso si mette a tracciare simboli esoterici con il sangue, vale da sola l'intera visone del film. Stanley dimostra un'eccellente tecnica di regia facendo compiere splendide evoluzioni alla macchina da presa e creando un'atmosfera afosa e disperata. Il suo stile si rifà apertamente a quello del nostro Sergio Leone (specie nel finale di film) e la pellicola è una riuscita commistione fra horror e western. Convincente Robert Burke nei panni del killer-demone che con il suo sguardo glaciale ricorda per certi versi Clint Eastwood. Eccellente la fotografia di Steven Chivers, sospesa fra sogno e realtà e caratterizzata da un alone giallognolo costante. Un ottimo horror dunque, denso di bellissime immagini e dotato di un ritmo cadenzato che si sposa alla perfezione con un'ambientazione inusuale ed affascinante.
Great Stanley !

THE DENTIST
di Brian Yuzna

Brian Yuzna è un folle. Volevo puntualizzare questa cosa prima di iniziare la recensione perché fino ad ora tutte le sue produzioni si sono fatte carico di una sana dose di follia, più che per la regia proprio per i film, andando a prendere l'horror dove non dovrebbe trovarsi e trasformando in poche istanti situazioni normali in assurdità che non ci si può immaginare. Pensate alla parte finale "Society" o a "Progeny". E questa carica visionaria e psicotica la troviamo anche in "The Dentist" che va a riprendere una delle fobie più classiche: la paura del dentista! Sostanzialmente la trama non è che sia una novità: il protagonista scopre i tradimenti della moglie e impazzisce e si vendica su chiunque passa sotto i suoi ferri. I punti forti che lo differenziano da quella che sarebbe potuta essere la brutta copia di uno slasher sono che le paranoie del protagonista (assolutamente ossessionato dall'igiene) e i suoi sbalzi umorali rendono il dentista totalmente imprevedibile, inoltre c'è un senso di "claustrofobia" all'internodello studio quando cominciano a verificarsi gli incidenti creato dal contrasto tra l'ambiente pulito e asettico e il disastro che viene compiuto nelle sale. Il punto forte della pellicola però sono le inquadrature delle torture ai denti dei pazienti fatte utilizzando gli stessi strumenti che si usano in medicina per le analisi del cavo orale, ci rendono completamente partecipi di uno dei dolori più allucinanti concepibili. Folle e disturbante…soprattutto se poi dovete andare da un dentista.

THE DENTIST 2
di Brian Yuzna

Il dentista Alan Feinstone, colpevole di omicidi multipli, fugge dal manicomio in cui è internato (con una tecnica da far invidia ad Hannibal Lecter) e si rintana in un paesino americano dall'aria pacifica e monotona. Qui riprende la sua attività di dentista, dopo aver cambiato i suoi dati anagrafici, e tiene a freno la sua follia omicida. Riesce persino ad innamorarsi ! Ma il solito personaggio ficcanaso che indaga sul suo passato farà insorgere di nuovo le mortali tendenze del dentista che userà trapani e strumenti odontoiatrici vari per scannare a più non posso. Yuzna torna alla carica con questo sequel, dopo che il precedente "The Dentist" aveva ottenuto buoni incassi, ed aumenta la dose di sangue e di comicità nella pellicola. Nelle sue intenzioni il personaggio del dottor Feinstone deve assumere un'identità in bilico fra l'horror ed il farsesco per entrar di diritto fra i killer più amati dai teenagers americani (vedi Freddy Krueger, Jason ecc…). Ma di fatto il suo dentista folle perde lo smalto che aveva nel primo capitolo e si appiattisce dal punto di vista psicologico. Non c'è più la torbida follia moralistoide che pervadeva i suoi gesti omicidi cosi' come manca il suo aspetto più crudele fin troppo ammorbidito da gags ironiche e smorfiette gratuite. Anche la sceneggiatura traballa ed ha diversi passaggi superficiali (in cuor mio penso che neanche il più ingenuo degli spettatori possa credere che un maniaco omicida cambi identità con la facilità con cui si beve un bicchier d'acqua e, soprattutto, non venga mai ricercato dalla polizia che si limita a dire: "Sembra sparito nel nulla") che mettono in chiara luce i suoi intenti puramente pretestuosi. D'altro canto c'è da dire che la regia di Yuzna è pur sempre cosa piacevole da vedere e che, nonostante il soggetto stiracchiato, riesce a creare attimi di tensione e di distorta follia. Ottimi gli effetti speciali e curata la fotografia della pellicola. In definitiva Yuzna non riesce a ripetere la performance del primo capitolo ma ,nonostante tutto, confeziona un prodotto di sicuro intrattenimento.

DERANGED
(DERANGED: CONFESSIONS OF A NECROPHILE)
di Jeff Gillen & Alan Ormsby

Diretto nel 1974 dalla coppia Gillen/Ormsby, "Deranged" è un film che s'ispira alla storia personale di Ed Gein noto serial-killer americano che ha ispirato, con le sue gesta, film quali "Psycho", "Non aprite quella porta" ecc… La storia ci viene introdotta da un narratore-cronista che (nel fantastico stile ann '70) sconsiglia la visione della pellicola ad un pubblico sensibile. Un contadino, di nome Ezra Cobb, ha gravi problemi psichici che si aggravano irrimediabilmente dopo la morte della madre. Il "nostro" , in preda a delirio e profonda solitudine, profana la tomba materna trafugandone il cadavere che riporta a casa e con il quale discute come se fosse vivo! Ma Ezra non si ferma a quest'atto necrofilo ed inizia a scannare a destra e a manca, spellando le vittime e conservandone le salme mummificate. Ma questo suo disgustoso vizietto lo porterà ad uccidere una ragazza di troppo e verrà scoperto dalla polizia. Immerso in un'atmosfera terribilmente sleaze "Deranged" si rivela un pezzo di exploitation davvero duro ed ammorbante. Robert Blossoms interpreta alla grande il ruolo di Ezra dando vita ad una figura di psicopatico terrificante. Nonostante la mancanza di intreccio renda in alcuni punti piuttosto statica la vicenda, ci sono delle sequenze davvero memorabili. Da incubo al scena dei cadaveri mummificati a tavola agghindati come se dovessero cenare e nauseante la sequenza in cui Ezra cava gli occhi ad un morto usando un cucchiaio. Gli effetti speciali (pochi ma buoni…) sono del mitico Tom Savini. Buona la regia che, nonostante l'evidente penuria di mezzi, riesce a creare attimi di tensione e situazioni alienanti. Più che spaventare durante il corso della vicenda questo film tende a lasciare, a visone terminata, uno strano senso di disagio nello spettatore.

DER TODESKING
di Jorg Buttgereit

Sette splendidi episodi che come filo conduttore hanno la morte: 1)La rappresentazione della vita di un uomo che conduce la sua esistenza nella totale banalità (lavoro,casa,faccende casalinghe...) ma si rende conto di trovarsi in una bolla di vetro, intrappolato, proprio come il suo pesce rosso, così renderà tremendamente e fatalmente simile il suo tipo di vita con quello del suo animale domestico 2)La visione di un film nazista (con tanto di shockante amputazione di pene ebreo!) distorce la mente di un giovane ragazzo, così quando torna la sua donna lui la uccide a sangue freddo incorniciando di materia cerebrale il muro 3)Sotto una pioggia scrosciante un uomo depresso, si sfoga di fronte ad una donna. Ella ,per commiserazione, decide di sparagli ma siccome non aveva caricato il colpo in canna fa cilecca. Lui prende la pistola e fa partire il colpo 4)Varie inquadrature e carrellate ci mostrano la struttura di un ponte, dove in ogni sequenza compaiono i nomi delle persone tuffatesi nel baratro 5)Una donna e la sua solitudine: dalla finestra riesce a vedere una felice giovane coppia che si scambia sorrisi e carezze,nella donna cresce una forte forma d'invidia e cosi' decide di tramortirli placando la visione di felicità che la tormentava nelle sue insulse giornate 6)Un ragazzo escogita una attrezzatura da ripresa per registrare in pellicola un concerto rock, quando entra nel locale(guardando sotto l'ottica soggettiva del protagonista) inizia a sparare all'impazzata sulla band e sul pubblico,poi , terminata la soggettiva, scopriamo che era il ragazzo del secondo episodio, quello influenzato dal film nazi; 7)Un forte mal di testa che stringe la sua terribile morsa sulle tempie indifese di un ragazzo. Il dolore ondeggia spinoso dentro la sua calotta cranica,lui deve placare tale martirio dando violente testate sul muro...forte...sempre più forte.... Questo autentico capolavoro è un film che esce dai soliti canoni horror/splatter in circolazione,indubbiamente da classificare come cinema d'avanguardia. Per tutta la durata della pellicola riusciamo ad immergeci in un concetto di morte pura, assoluta, una morte lieve,viziosa, attanagliante tra i suoi personaggi disperati, rinchiusi in un'ambiente misantropo creato dal mondo esterno o da loro stessi. L'indole di morte che emerge dalla mente distorta del maestro (Buttgereit), non è la tipica morte violenta o plateale, essa raggiunge un concetto di liberazione totale . Il senso di realtà decadente della società moderna traspare nell'episodio del ponte (e non solo), che viene visto come un luogo dove l'esistenza finisce. Tra un episodio e l'altro compare un corpo nudo, fermo, inerte che pian piano si decompone, si spacca, deteriorandosi seguendo le leggi imposte dalla natura, quasi a farci intendere la visione atea su quello che viene dopo la vita: carne con vermi brulicanti. Questo Der Todesking può sembrare inquietante, disperato, depressivo, ma alla fine si scopre che agli occhi di una bambina (inquadratura conclusiva del film) strappa un candido sorriso, perchè nell'ottica fanciullesca tutto può sembrare magico...io guardando questo film mi sono sentito bambino, piccolo e mi sono arreso alla maestosità infinita del "re della morte". Molti si chiederanno:"che cos'è la morte?"...guardate questo film e troverete sette e più risposte ma nessuna di essa sarà quella esatta

THE DESCENT - Discesa nelle tenebre
di Neil Marshall

Sei ragazze e una spedizione speleologica: "The Descent", appunto, la discesa. Che non è tanto quella “fisica” nei meandri delle grotte, quanto piuttosto l'immergersi nell'oscurità dell'animo umano, nella nostra carnalità, nei nostri istinti primordiali e più selvaggi. Da un plot che sta benissimo in una riga sola Neil Marshall ("Dog Soldiers") ha tratto uno degli horror più riusciti dell'anno, un film che non risparmia niente e nessuno; esplicito e diretto, basso e sanguinoso. Tolte le comodità della vita quotidiana e le sovrastrutture da essa create, l'essere umano si rivela per quello che è, dominato dall'istinto primordiale per la sopravvivenza che fa regredire tutti al rango di bestie

THE DEVIL'S REJECTS
di Rob Zombie

Dove eravamo rimasti? Alla fine del primo capitolo ( "La Casa dei 1000 corpi" ) la nostra beneamata famigliola di pazzi sanguinari riusciva nell'intento di sterminare anche l'ultima sopravvissuta dei quattro ragazzi che si erano disgraziatamente imbattuti nelle loro vicinanze. Ora però, dopo che la polizia ha scoperto il loro covo, si ritroveranno a scappare dalle grinfie di uno sceriffo sciroccato almeno quanto loro. Al secondo film Rob Zombie dimostra una maturazione tecnica ed artistica sconcertante, realizzando uno dei migliori sequel degli ultimi tempi: mette da parte certe derive videoclippare per affondare la macchina da presa nella polvere e nel sangue, facendo di questa sua opera seconda una sorta di horror western che definire spiazzante è dire poco. Enormemente più stratificato rispetto a "La Casa dei 1000 corpi" (e proprio per questo meritevole di più di una visione), The Devil's Rejects è un grande film sull'America e sulle sue strade, filtrata attraverso il suo immaginario cinematografico; tra ralenty alla Peckinpah e un finale alla "Thelma e Louise", che inebriano gli occhi e spezzano il cuore, Zombie mette in scena il duello tra cattivi dichiaratamente tali e cattivi protetti dalla legge, e chi alla fine ha la meglio è sempre il Cinema, il grande Cinema. Nel mezzo: caratteristi di lusso (Danny Trejo e Michael Berryman i migliori), colonna sonora imperdibile e un tasso di violenza insostenibile. Gore, certo, ma con una consapevolezza che porta sempre con sé una morale. Da inseguire fino in capo al mondo.

DIMENSIONE TERRORE
( NIGHT OF THE CREEPS )
di Fred Dekker

Anno 1959, notte di sfiga incredibile: mentre un giovane viene attaccato da un essere alieno fuoriuscito da un' astronave appena precipitata, la sua ragazza viene massacrata da un pazzo armato di scure ed il suo ex, un imberbe poliziotto, arriva troppo tardi per salvarla. Anno 1986: la salma della vittima dell' alieno, che si scopre essere stata ibernata, viene trafugata da due studenti per una prova di iniziazione, ed il giovane poliziotto di un tempo, ormai attempato detective ,si ritrova faccia a faccia con un incubo cominciato ventisette anni prima: esseri striscianti si aggirano per le strade, trasformano le persone in zombi e si annidano nei loro cervelli per moltiplicarsi a dismisura, distruggendo dopo l' uso i corpi che li ospitano. Le elementari citazioni cinefile (il titolo originale, il prologo in bianco e nero, i nomi dei personaggi che rimandano ai registi Carpenter, Cameron, Cronenberg, Hooper, Romero, Miner, Landis e Raimi, il ruolo di rilievo affidato a Tom Atkins, attore feticcio di John Carpenter) da una parte odorano di ruffianata bella e buona, ma dall' altra, paradossalmente, lasciano trasparire affetto e nostalgia autentici per certo cinema di genere.

DOLLS
di Stuart Gordon

Gioiellino horror prodotto dalla defunta Empire di Charles Band e diretto dall'abile Gordon. La storia vede una casetta alla Hansel e Gretel che diventa il centro d'incontro di diversi gruppi di persone che giungono li' in una notte di tregenda. All'interno della villettina ci sono due vecchietti che costruiscono bambole apparentemente senza alcun scopo di lucro ma esclusivamente per il puro gusto artistico. Presto i vari ospiti della sinistra casetta verranno decimati dalle stesse bambole che ,dotate di vita propria, si accaniranno contro gli umani. Un film che è in grado di generare sani brividi grazie alle inquietanti bambole che si muovono silenziose, micidiali, con occhi vitrei e crudeli. Gli umani vengono uccisi perché privi di fantasia, fautori ed alfieri di un mondo materialista che uccide lentamente ed inesorabilmente l'immaginazione infantile. Solo i due superstiti finali sapranno apprendere la lezione e sapranno capire che in realta' le bambole non sono dei mostri senza pietà… Un film sempre sospeso fra fiabesca atmosfera ed incubo nero con bizzarri effetti speciali fra cui spicca quello in cui un gigantesco orso di peluche si trasforma in un ferocissimo e mostruoso Grizzly! Geniale

DOMANI
di Piero Cannata

L’orrore della solitudine. Una giovane ragazza e il suo ultimo messaggio al mondo, che saprà della sua esistenza disperata solamente domani…Bastano queste poche righe per suggerire l’intensità di questo nuovo corto di Piero Cannata. Il regista siciliano si tuffa nell’orrore della quotidiana realtà e, con mano sicura e notevole sensibilità, traccia questa storia coinvolgente e commovente. Ottima la tecnica di regia, molto dinamico il montaggio ed evocativa la colonna sonora. In soli 5 minuti, Cannata struttura una sceneggiatura solida con colpo di scena ed efficace resa drammatica. Niente mostri né sangue, nessun sfogo nel soprannaturale, solamente la fredda realtà ben più paurosa di qualsiasi spettro. L’ennesima conferma del talento di questo giovane regista indipendente che con “Domani” ha ottenuto numerosi premi in vari festival di settore (cosa peraltro accaduta anche con le sue precedenti opere).

DOVEVI ESSERE MORTA
(DEADLY FRIEND)
di Wes Craven

Due fidanzati vedono la loro dolce storia d'amore terminare bruscamente a causa della morte tragica di lei. Lui tormentato dal dolore per la perdita non si rassegna e decide di riportare in vita la sua amata. Infatti il ragazzo è in realta' un esperto d'informatica e grazie ad un microchip impiantato nel cervello di lei riesce a farla tornare dal regno della morte. Ma nella ragazza si nasconde un istinto omicida e vendicativo che presto causera' una catena di delitti. Bizzarro film di Craven che alterna momenti ironici ad altri di puro orrore.

Dr. LAMB
(Dr. LAM - GAO YANG YI SHENG)
di Danny Lee & Billy Tang

Disturbante film di Hong Kong che narra le gesta di un maniaco, assassino e necrofilo, realmente esistito. Un tassista, di nome Lam Gor Yu, viene messo sotto stretto (e violento) interrogatorio dalla polizia perché sospettato di aver ucciso una donna. Dopo aver subito pestaggi vari da parte di poliziotti e familiari, l'uomo inizia a raccontare i suoi orrendi crimini. Il film alterna momenti in cui viene descritta la triste infanzia di Lam ad altri in cui assistiamo ai suoi truci delitti, che egli sostiene di aver compiuto per volere divino. Ci sono anche brevi (e stucchevoli invero…) siparietti di stampo comico (la poliziotta debole di stomaco che puntualmente deve raccogliere brandelli umani, le smorfie buffe di vari personaggi di contorno) che non leniscono affatto la cupa atmosfera del film in questione. I momenti gore sono di un realismo agghiacciante, specie nella tremenda scena in cui Lam tenta i suoi esperimenti di asportazione di parti anatomiche su una vittima. Danny Lee dirige bene la pellicola ed interpreta anche il ruolo del commissario di polizia che arresta il maniaco. Ma la vera chicca del film è l'interpretazione di Simon Yam nei panni del folle. Questo giovane attore, con un passato da fotomodello alle spalle, ha un viso pulito che nasconde l'inferno sotto la pelle. La follia è resa benissimo da Yam che caratterizza il suo personaggio con sguardi allucinati, sorrisi maligni, attimi di disperazione e senso di solitudine. La bravura di questo attore ci fa anche dimenticare la piatta recitazione degli altri interpreti della vicenda. L'accoppiata Lee/Yam si ripeterà sugli stessi binari anche nel seguente "Don't stop my crazy love for you", altra storia di follia e morbosità. Molto bella la fotografia, specie nei momenti prettamente horror, avvincenti le musiche ed ottimo il montaggio della pellicola. Da segnalare l'esistenza di una sorta di sequel apocrifo dal titolo "The New Dr. Lamb (San giu cheung yee sang)" che vanta sempre Simon Yam come protagonista. Comunque la storia di quest'ultimo nulla c'entra con il qui presente primo capitolo. In definitva "Dr. Lamb" è un buon film, ma lo sconsiglio agli spettatori impressionabili.

DRACULA
di Tod Browning

E' sempre difficile trattare film di questo tipo, parlo degli storici horror B/N (in questo caso datato '31). Mai come nel cinema horror 70 anni sono un abisso di tempo; un lasso temporale in cui, e questo che dico vale per tutti i film del periodo fino alle produzioni della Hammer, è cambiato il concetto di cosa è horror, di come rappresentarlo e, soprattutto, è cambiato lo spettatore. Vedendo, ad esempio, questo film risulta quasi impossibile inserirlo nella categoria, non fosse altro per il titolo e per quel "Bela Lugosi", autentica icona del personaggio vampirico. Altro problema è assegnare un voto coerente ad una pellicola si piacevole ma che soffre di tutti i difetti che gli anni si portano dietro, di contro va considerata anche alla luce dell'importanza storica all'interno del cinema di genere. Diciamo che andrebbe istituita una particolare scala di voti per coprire idealmente tutto il cinema da inizio 900 a quel periodo a cavallo tra i '70 e gli '80, quando registi come Argento, Romero etc diedero un nuovo e più cruento volto al cinema horror. La storia, la conoscono tutti, è tratta dal romanzo di Stoker "Dracula" (se non sapete di cosa sto parlando probabilmente avete sbagliato sito..) quindi non mi dilungherò nella trattazione della trama. Il film è ben fatto, ben fotografato e suggestivo, anche perché in quegli anni la buona riuscita di un film dipendeva essenzialmente da tre fattori: la fotografia, la scenografia e, ovviamente, gli attori. Per quanto riguarda le scene che oggi chiameremmo horror, beh, totalmente assenti, come prevedibile. Gli inquietanti sguardi di Dracula, le espressioni folli di Renfield; è tutto li l'orrore che allora girava nelle sale, ricamato di aristocrazia, flemma e tranquillità in contrasto con il cinema odierno tutto azione, sangue e sensazionalismi.

THE DRILLER KILLER
di Abel Ferrara

Sin dalle prime immagini di questo film d'esordio si capisce subito in quali direzioni muoverà il suo cinema, l'irrequieto Abel Ferrara : una chiesa buia, lo sguardo mefistofelico di un vecchio e quello allucinato del protagonista, interpretato dallo stesso Ferrara (all'uscita nelle sale però si fece passare sotto un altro nome). Una lucida e nel contempo lisergica discesa nell'inferno di New York fotografata con trame sporche ed un senso di angoscia che perdura fino all'atteso ma beffardo finale. Il pittore Reno Miller convive in un appartamento con due lesbiche ma le cose non vanno tanto bene, il suo agente lo incalza perché i suoi quadri non vendono e come se non bastasse, nell'appartamento di fianco si istalla un gruppo punk che prova in continuazione. Visioni mistico religiose ed una paranoia circoscritta all'interno di una metropoli in disfacimento avranno la meglio sul suo equilibrio psichico ed il povero Reno non troverà nulla di meglio da fare, per sfogarsi, che acquistare un grosso trapano ed iniziare la sua opera di pulizia trapanando il cervello a poveri clochard addormentati sotto ai lampioni. L'inquietudine di un'epoca in rivolta, un movimento anarchico in pieno sviluppo e la crescita delle nevrosi urbane, specie quelle americane: sono questi gli argomenti primari che Abel Ferrara vuole esaltare nel suo cinema. In seguito, con “Il Cattivo Tenente” troveremo molte situazioni analoghe in cui, però, la sua matrice cattolica verrà resa più marcata da un costante pessimismo cosmico. Onestamente, a tanti lavori impenetrabili del maestro italo americano, preferisco questo fresco ed ingenuo "Driller Killer", capace di esprimere appieno gli ambienti e le perversioni di una decade distrutta da una crescita troppo incontrollata.

ELLISSI
di Piero Cannata

Una ragazza si sveglia di soprassalto. Musica in sottofondo, proveniente da un grammofono. Sente delle voci, oltre la porta della sua camera, poi vede arrivare il suo ragazzo. Lui la strangola. Una ragazza si sveglia di soprassalto. Musica in sottofondo, proveniente da un grammofono. Sente delle voci, oltre la porta della sua camera e le sembra di aver già vissuto quel momento e vuole reagire. Ma è davvero possibile contrastare il destino ? E assecondarlo ? L'ottimo Cannata (“miglior regia” alla 5° edizione dell'Alienante Film Festival ) firma un nuovo cortometraggio dalla struttura a “scatola cinese” , girato in bianco e nero ed interpretato in modo eccellente da Maria Luce Bondì (vincitrice del premio “Miglior interprete” nella 5° edizione dell'Alienante Film Festival) e Daniele Marotta. Nonostante personalmente io abbia preferito il precedente “Domani”, anche questa seconda incursione, da parte del regista siculo, nell'orrore “intimo” dell'animo umano risulta molto efficace. Velato di pessimismo, il corto riflette sul destino e sulla tela inestricabile in cui esso ci avvolge, sul male che combatte il male ed offre l'unica via di fuga. Diretto con grande dinamismo, montato in modo perfetto e caratterizzato da un audio molto buono, “Ellissi” è opera matura, raffinata, carica di tristezza e di notevole impatto emotivo.

ENTITY
(THE ENTITY)
di Sidney J.Furie

The Entity, la sconvolgente storia, truccata solo nel finale, della convivenza tra una donna, Carla Moran, e l'"entità". Io personalmente non posso parlarvi di fotografia, o di inquadrature o di grandi effetti speciali...però, per quanto mi riguarda, il film sa rendere perfettamente l'idea di ciò che accade durante l'aggressione di un poltergeist. Si signori, niente sangue e niente splatter in questa pellicola, solo la costante e invisibile presenza del poltergeist che si affaccia sempre più spesso nella vita della vittima. Già, è proprio una vittima Carla Moran, è vittima di calci, pugni, violenza carnale...ed è vittima della più grande sofferenza: il non essere creduta dai medici, dagli amici e incontrare anche lo sguardo del figlio maggiore incredulo e diffidente. E' questa la più grande sofferenza per chi si imbatte in un fenomeno paranormale. Il dover e voler accettare che non si è pazzi ma che si sta vivendo una situazione "strana" e decisamente scomoda sotto ogni punto di vista: affettivo, lavorativo e sociale. Carla Moran affronterà medici, psichiatri e tanti altri dottori che non sapranno far altro che ricondurre il suo problema alla sua infanzia tormentata, a un rapporto incestuoso con il figlio più grande, alla ricerca di un uomo che coincida con la sua figura paterna, all'assenza di un marito nella sua vita. I rumori incalzano, gli odori si fanno forti e acri, Carla comincia a prendere "confidenza" con l'entità, la sente quando sta per arrivare, percepisce in anticipo il suo arrivo...e l'entità, come una bestia che ha assaggiato il sangue per la prima volta dopo mesi di fame, annusa questa paura nell'aria e "attacca" con violenza Carla Moran. Le notti sono difficili da affrontare, e la notte c'è sempre qualche flebile segnale della presenza dell'entità in casa, basta anche una lampada che si accende da sola. E l'indomani, Carla prende la macchina per andare al lavoro, alla radio non riesce a sintonizzare nessuna stazione, all'improvviso non è più lei a guidare l'auto...ma non la ucciderà. I medici blaterano di archetipi, di mostri che l'uomo si è inventato, di folletti e di quant'altro la natura umana- psichiatrica possa tirare in ballo. Non c'è spiegazione per Carla. Le raccomandazioni mediche non sono neanche un effetto placebo per la Moran. Ed ecco di nuovo che viene stuprata nel suo bagno. Il senso di angoscia e di impotenza davanti a questi fenomeni rendono lo spettatore veramente partecipe al pathos che la stessa attrice mette in questa interpretazione. Finalmente arriva la rivalsa, la rivincita, l'incontro con degli assistenti di una docente in parapsicologia, guarda caso della stessa università dove si era recata Carla Moran per l'assistenza psichiatrica. Lo scontro fra scienza e non-scienza, fra la psichiatria e la parapsicologia, e al centro una donna che soffre. Il dolore e la disperazione di questa donna non creduta dai camici bianchi ufficiali ricordano quelli della madre di Regan nell' Esorcista, nel colloquio finale dove le venne consigliato l'esorcismo. Qui nessuno prova a consigliare alla Moran esorcismi o altre pratiche affini ma le viene solo detto che se lascerà la strada della medicina ortodossa per la via oscura e incerta di una materia che non è scienza...per lei sarà la fine! In quella fine Carla Moran, passando per vari esperimenti e altre violenze subite dall'entità, troverà la pace. Una pace non totale come si legge dalle righe bianche che scorrono sul finale del film, ma sicuramente meglio di come stava prima. La vera innovazione di questo film per coloro che sono appassionati di parapsicologia, come me, è il finale, l'ultimo tentativo fornito dalla facoltà di parapsicologia per Carla Moran: tentare di imprigionare l'entità. Nella palestra del college viene ricostruita la sua casa, con l'aggiunta di una stanza "particolare", la zona protetta. Mentre Carla si presta a fare da criceto nel labirinto-casa sopra di sè cominciano a spostarsi degli enormi conteiners di elio liquido che congela a meno 240° sotto lo zero, tutto ciò per provare che l'entità ha una sua massa e non è solo una produzione psichica. Rischioso, molto rischioso, ma la disperazione fa affrontare ogni pericolo e ogni rischio. Siamo sul finire dei 114 minuti circa di pellicola, l'esperimento ha inizio, un intervento folle dello psichiatra agita Carla, la calma viene ripristinata, il vento, il freddo, i compressori si sono attivati da soli, l'elio liquido comincia ad essere diffuso e pare che rincorra la Moran che finalmente raggiunge la zona protetta. Il cristallo temperato cede e si frantuma. Sembra la fine ma voi bravi spettatori sapete che c'è il "coupe de teatre": i conteiners esplodono, lo psichiatra salva Carla e l'elio liquido ha ghiacciato una forma non ben definita che di lì a pochi secondi esploderà lasciando tutti a bocca asciutta! E' finito l'incubo. Carla cambierà casa in breve tempo. E rimarrà solo qualche piccolo strascico di questa tragica esperienza come ci ricordano le famose scritte bianche. Questo film è un grande apporto per coloro che intendono avvicinarsi alla parapsicologia, può essere un conforto psicologico per coloro che hanno vissuto fenomeni paranormali, ed è uno spaccato di vita che molti preferiscono evitare perchè scomodo.
Vi auguro buona visione

ERASERHEAD
di David Lynch

La più totale, disturbante ed insana deviazione mentale di Lynch trova in questo film la sua espressione culminante, la sua apoteosi, nonostante sia l'opera prima di quello che è, ad unanime consenso, uno dei più geniali ed innovativi registi al mondo (candidato per l'Oscar alla regia per l'ultimo "Mulholland Drive"). Cinque anni di lavorazione, tempestati di problemi e difficoltà per la realizzazione di questo incubo di celluloide, talmente fuori dalle righe da poter essere inserito in più di una categoria, inclusa quella horror, ma sempre mantenendo il suo status di film d'autore. "Recuperare" in questo caotico insieme di visioni una trama certa è un'impresa ma le linee guida sono evidenti. La storia ruota attorno al personaggio di Henry Spencer (quello dall'improbabile capigliatura che vedete sulla locandina) stralunato e disadattato figuro che si ritrova sposato con una donna minorata, vittima di una famiglia totalmente folle, prodotto di una società dei bassifondi in una città industrializzata e grigia. La loro unione darà "vita" ad un essere informe, pressoché inumano che renderà infernale la vita nello squallido monolocale dove i tre si ritrovano a stretto contatto per la maggior parte della giornata. Il piccolo (orribilmente somigliante ad una sorta di girino...) passa il tempo a piangere esasperando i nervi della donna che tornerà dalla famiglia lasciando Henry alle prese con il bambino. Lo stesso Henry in una scena da spavento aprirà le bende che lo fascino ponendo fine alla vita dello stesso, prima di precipitare in un delirante finale in tipo Lynch-style dove tutto assume connotati diversi, con personaggi assurdi (tra cui da culto quello che fabbrica gomme per cancellare con le teste delle persone!). La trama sembra a volte quasi un pretesto per farci precipitare nelle follie di Lynch in cui il logico scompare per lasciare posto ad una serie di metafore simboliche (ad esempio la donna che vive nel termosifone), un affresco malato della diversità e del delirio, ispirato nello spettatore anche dalla situazione inumana in cui si muove il protagonista che, per contro, mantiene sempre una calma incredibile anche nelle situazioni più assurde. Espressionista e surrealista fino all'inverosimile, ricco di inquadrature che si trasformano in pochi secondi, rimandi allucinati al mondo dell'assurdo (le teste del bambino che svolazzano per la stanza) e il sentore costante di fastidio ricreato dilatando in maniera anomala i tempi e i suoni, co-protagonisti dialoghi ridotti la minimio per non minare l'ermetismo della pellicola. E così, se i dialoghi sono pochi e stranianti, i rumori, i suoni regnano sovrani creando un muro suono-immagine terrificante che non può lasciare insensibili. Lontano dal poter essere chiuso in una categoria questo film disturba nel senso più reale del termine, annichilisce i sensi dello spettatore rapito da sequenze di immagini oltre ogni controllo non certo paragonabili all'innocuo intrattenimento fornito dai film horror che infestano i botteghini, passeggeri passatempi in cui l'orrore è costruito e dosato con gentilezza per non scalfire la morale di chi nel cinema vede solo intrattenimento semplicistico. Eraserhead è oltre il sopportabile...è un capolavoro e tanto basta

L'ESORCISTA
(THE EXORCIST)
di William Friedkin

In una famiglia medio borghese si manifestano insolite vicende attorno alla bambina Regan, ella dà segni di strani sintomi , dopo vari controlli specializzati i medici si arrendono nel non saper dare una diagnosi certa, così mentre la povera ragazzina peggiora sempre più la madre disperata decide di farla curare da due preti praticando l'esorcismo. I due dovranno mettere a repentaglio le loro vite per estirpare il maligno nascosto in lei. Rivedere in versione integrale questo film culto riconferma ancora oggi la sua capacità di essere sempre all'altezza, anzi nella versione restaurata la tensione ci avvolge ancor più rispetto alla precedente. Oramai sono da considerarsi storiche certe battute della posseduta tipo:"tua madre ciuccia cazzi all'inferno!" o "fatti chiavare da Gesù", come certe scene agghiaccianti in cui la bimba vomita verde addosso al prete, rotea la testa all'indietro e quella in cui scende le scale rigirata a quattro zampe . "Il film più terrificante di tutti i tempi" forse gli si è attribuita questa definizione vista la cultura cristiana diffusa tra il pubblico che pensa, mentre il film scorre, che sia tutto vero. Il timore sorge pensando che fatti del genere succedano realmente, ma questo non interessa me (o ai collaboratori Gorebrothers). A noi interessa rivedere questo film mito restaurato nella sua bellezza e poter vedere come viene rappresentato il male assoluto, come possa cambiar lingua nel parlare o di come possa sfidare le leggi fisiche levitando al centro del letto.

L'ESPERIMENTO DEL DOTTOR K
(THE FLY)
di Kurt Neumann

Cult-classic del 1958 a cui Cronenberg si è ispirato per il suo film "La Mosca" nel 1986. La storia vede uno scienziato che ha realizzato un macchinario in grado di disintegrare e ricomporre la materia senza alterarne la forma e la struttura. Dopo aver ottenuto successi nello scomporre e ricomporre oggetti decide di tentare sulla sua persona tale esperimento. Ma una mosca entra accidentalmente nella cabina con lui e gli atomi dell'insetto si mescolano con quelli dell'uomo. Il risultato finale sarà un essere mostruoso che preferirà uccidersi, con l'aiuto della moglie, e distruggere la sua scoperta scientifica. La penuria di mezzi (anche se, sorprendentemente, il film è girato a colori) non limita affatto questo piccolo gioiello di b-movie diretto abilmente da Neumann ed interpretato al meglio dagli attori, fra cui il mitico Vincent Price. Ottima la resa del tragico dramma che affligge il protagonista, un uomo alla continua ricerca della verità scientifica e dei confini dell'umana conoscenza, che diviene un mostro e la cui mente, vacillante eppur cosciente dell'orrore subito, nutre ancora amore per la moglie. L'atmosfera del film, inizialmente tranquilla e luminosa, diventa poi angosciante e raggiunge la summa della disperazione nella scena in cui la moglie dello scienziato si affanna inutilmente nel tentativo di catturare una mosca (che contiene in se atomi del marito).

ESSI VIVONO
( THEY LIVE )

di John Carpenter

Probabilmente il film più dichiaratamente politico del regista americano, "Essi Vivono", rappresenta per lo stesso Carpenter una visione non troppo fantastica dell'epoca Reaganiana vissuta negli Stati Uniti durante gli anni '80. Una società evidentemente basata sul capitalismo, sul benessere, che tende a "nascondere", a non farci vedere l'altra facciata della verità, popolata da persone che, spesso, neanche posseggono gli occhi per piangere...un po' come ha fatto il sindaco Giuliani a New York, a detta del regista che, a suo dire, ha relegato gli abitanti meno fortunati, nella parte della città non visibile al resto del mondo. Un po' come spazzare la polvere da casa, insomma. Il protagonista del film, l'ex campione di Wrestling Roddy Piper, qui nella sua migliore interpretazione tra i tanti scadenti film di azione da lui interpretati, veste i panni di un manovale in giro per la città alla ricerca di un lavoro che, casualmente, riesce a scoprire la verità attraverso un paio di occhiali neri. Indossandoli, scopre che tutto quello che sta vedendo con i suoi occhi, è soltanto una visione delle cose che qualcun'altro ci ha abituato a farci vedere. La verità quindi, è visibile in bianco in nero mentre gli alieni, credono di convincerci che il nostro è un mondo "a colori". In realtà, sotto ogni manifesto pubblicitario, sotto ogni immagine televisiva, sotto ogni pagina di qualsiasi giornale, si celano dei misteriosi messaggi subliminali che tendono a renderci schiavi della volontà di una civilità aliena. Essa stessa apparentemente simile alla razza umana, in realtà composta da orribili mostri dal corpo scarnificato e dai volti simili a dei teschi, comunicante tra di loro ( non a caso ) attraverso preziosissimi Rolex d'Oro. Il film è un crescendo di tensione e di orrore, che conosce il suo momento probabilmente più emozionante, in tutta la parte nella quale il protagonista scopre casualmente l'esistenza degli alieni che sfocia in una entrata in banca armato di fucile con tanto di esclamazione ( "raccomandate l'anima al creatore: sono venuto ad annientarvi" ). Memorabile l'entrata in scena del protagonista, all'inizio...la macchina da presa che inquadra un muro con su scritto "They Live" per poi spostarsi verso una vecchia ferrovia...dalla quale vediamo arrivare questa sorta di "antieroe", sicuramente uno dei più inusuali della storia del cinema sotto le note della bellissima "Back to the street" suonata dallo stesso Carpenter. Più amara e cinica la prima parte del film, più indirizzata al divertimento e allo humour la seconda fino ad arrivare ad un finale beffardo e bellissimo. Straordinaria, come sempre, la colonna sonora.

FANTASMI DA MARTE
( JOHN CARPENTER'S GHOSTS OF MARS)

di John Carpenter

Siamo su Marte in un futuro prossimo venturo ed è iniziato il processo di colonizzazione del "pianeta rosso". Un gruppo di poliziotti si sta recando verso una colonia-carcere per prelevare un pericoloso criminale (detto "Devastazione" Williamson). Al loro arrivo sul posto non trovano anima viva e dopo una breve ricerca scoprono che molti degli abitanti del luogo sono morti decapitati ed appesi come quarti di bue al soffitto. Inizialmente tutti i sospetti della strage ricadono su "Devastazione" ma ben presto verrà alla luce un'altra, e ben più terrificante, realtà. Difatti una forza primigenea (che un tempo aveva vissuto e dominato su Marte) ha contagiato la maggior parte degli abitanti del posto e li ha resi feroci e mortalmente aggressivi. Cosi' i poliziotti si troveranno asserragliati dai mostruosi invasati ed ingaggeranno con essi una spietata battaglia. Il nuovo film di Carpenter è un "signor" b-movie carico d'azione e di atmosfere apocalittiche. E' una sorta di western-horror-fantascientifico che riprende il discorso aperto con il precedente "Vampires" e ne estremizza la velocità e la violenza. Ci sono decapitazioni e mutilazioni in quantità realizzate con gli ottimi effetti del trio Nicotero, Berger, Kurtzman e delle scenografie veramente da brivido. Carpenter dirige con mano solida e si diverte a riempire il film di citazioni a non finire; si va da "Non aprite quella porta" (uno degli invasati strappa la faccia ad un disgraziato e poi se la applica al volto) a "Nightmare" (un altro dei folli ha una mano artigliata che fa il verso a Freddy ehehe) passando per "Hellraiser" ( i pazzi si infilano nelle carni catene, lame e ferraglia varia). Interessante anche l'idea di rendere gli invasati simili ad una tribù d'indiani ed ovvio il reazionario riferimento agli antichi indigeni d'America sterminati dai bianchi e bramosi di riprendersi la loro terra (in questo caso Marte). I personaggi del film sono sopra le righe ( in stile "Distretto 13" oppure "Fuga da New York") e caratterizzati da una rozzezza marcata esageratamente, vedi ad esempio la poliziotta drogata ( interpretata dalla formosa Natasha Henstridge). Infine eccellenti, come sempre, le musiche del film composte dallo stesso Carpenter che riesce a creare ritmi ossessivi e martellanti. Ovviamente non ci troviamo di fronte ad un capolavoro ai livelli di altri lavoro del regista americano, ma di certo questo "Fantasmi da Marte" è un ottimo prodotto carico di tensione che vi strapperà più di un brivido.

FEAST
di John Gulager

Splatter, commedia, fantahorror e altro, sono gli ingredienti che compongono “Feast” produzione dell'insolito trio Matt Damon/Wes Craven/Ben Affleck e diretta da John Gulager, figlio del buon caratterista Clu Gulager, tra l'altro presente nel film nei panni di un rozzo barman. La trama è estremamente semplice: uno sparuto gruppo di disperati sta passando la notte in un sordido bar lungo uno strada statale. D'improvviso si presenta nel posto una coppia malridotta, inseguita da una famigliola di brutali creature assetate di sangue e sesso. Il gruppo, messo sotto assedio nel bar, dovrà lottare per la sopravvivenza. Tanto ritmo ed uno stile di regia che mescola echi alla Rodriguez (evidente l'ispirazione presa dal suo “Dal Tramonto all'Alba”) e taglio da videoclip frenetico. Sangue a vagoni, effettacci splatter di ottimo livello e tanta ironia di grana grossa. “Feast” diverte esattamente per 95 minuti, ovvero la sua durata complessiva, e poi si dimentica rapidamente. Vuoi perché non offre alcun spunto originale, vuoi perché già diversi horror hanno ultimamente percorso, con buoni esiti, la strada della commedia/splatter (a partire dall'ottimo “Shaun of the Dead” per finire con il recente “Evil Aliens”) e vuoi perché ogni colpo di scena risulta prevedibile con largo anticipo. Anzi, spesso “Feast” tende a replicare le stesse situazioni, cambiando solo i personaggi che le vivono al momento, ma lasciando invariato lo schema con cui sono costruite. A parte queste osservazioni, c'è comunque da dire che lo spasso non manca cosi come alcuni momenti “gustosamente disgustosi” (in primis, i frenetici accoppiamenti con persone e cose inanimate, di un mostriciattolo saltellante) e che i valori tecnici e recitativi in campo sono di tutto rispetto. Manca solo quel quid per rendere “Feast” un piccolo cult

FINAL DESTINATION
di James Wong

Poco prima della partenza di una gita scolastica verso la Francia, un ragazzo ha un terribile sogno premonitore: l'aereo su cui si trova tutta la sua classe viene distrutto da un'avaria del motore. In preda al panico, il giovane decide di scendere assieme ad altri cinque coetanei e appena l'aereo prende il volo ecco che il disastro accade veramente, senza che ci sia alcun superstite. Il destino aveva deciso che loro dovevano perire su quell'aereo...così la morte in persona tornerà a prendere le loro vite, che gli sono sfuggite, una alla volta. Nel filone neo horror/slasher studentesco rivitalizzato da "Scream" e "Urban Legend", questo film si caratterizza per l'interessante rappresentazione della morte. Essa è semplice e pura casualità che si può riscontrare in qualsiasi banale azione quotidiana come tornare a casa con la macchina, prepararsi da mangiare ecc... Si scoprirà che in realtà la morte riesce a costruire un sadico e spietato disegno in cui le nostre vite passano attraverso i punti in cui essa vuol farci passare. Finita la visione del film lo spettatore divertito può rimuginare su tali teorie domandandosi: "Ed ora che torno a casa? Succederà anche a me?". Buona la regia, ritmato lo svolgimento e copiosa la quantità d'ironia.
FINAL DESTINATION 2
di David R. Ellis

La morte torna a farsi viva! Scusate lo squallido gioco di parole, ma aveva la funzione d’introdurre questo divertente sequel. Nel primo “Final Destination” i superstiti di un incidente aereo venivano uccisi, uno ad uno, attraverso bizzarri espedienti dalla morte in persona, intenzionata a riprendersi le vite che erano sfuggite al suo disegno. In questo seguito, altri giovani sopravvivono ad un pauroso incidente autostradale ed ovviamente la “signora con la falce” farà visita ad ognuno di loro per rimettere in sesto l’originale schema del destino. Pur essendo collegato al suo predecessore, questo film ripropone, più o meno, la stessa vicenda con l’ausilio però di un sceneggiatura più robusta. Il tasso d’ironia aumenta ancor di più e gli omicidi sono talmente intricati e paradossali che sembrano essere usciti da un cartone animato (Will Coyote docet). Buoni gli effetti speciali che offrono anche qualche momento gore, nonostante sembri che la versione italiana del film sia stata tagliuzzata qua e la. Curata la regia che riesce ad intessere alcuni attimi di tensione e che mantiene sempre alto il ritmo della vicenda, offrendo un’ora e mezza di rilassante divertimento. Com’è ovvio non ci si deve aspettare un capolavoro, ma di certo fra i tanti neo-slasher con teenagers che ultimamente imperversano, quest’ultimo si alza dalla media. L’incidente stradale, ad inizio film, è davvero catastrofico!
Vedere per credere

FORBIDDEN MANSION
di Vincenzo Cervoni

Una vecchia villa abbandonata fu teatro di orrendi omicidi ed atti di cannibalismo. Due ragazzi, armati di videocamera, decidono di penetrare di notte nella mansione, per realizzare un documentario in stile “Blair Witch Project”. Ma non sanno ancora cosa li aspetta… Vincenzo Cervoni scrive, coadiuvato da Isabella Ninfole, e dirige questo efficace corto che mescola atmosfere da brivido con esplosioni di violenza. Girato in una tenebrosa villa, completamente di notte, “Forbidden Mansion” è dotato di una pregevole confezione ed attimi di effettiva suspense. Con evidenti citazioni dal sopraccitato “Blair Witch” e “Non aprite quella porta”, passando per “Ring”, il corto mantiene però ben salda una propria personalità e stile. Forse manca equilibrio fra la prima parte, tesa ed atmosferica, e la seconda carica di splatter e frenesia, ma il risultato finale resta comunque notevole. Ottimo il sottofondo sonoro e gli effetti speciali che raggiungono il climax nella terrificante scena della vasca da bagno colma di sangue e frattaglie. Vincitore del premio “miglior cortometraggio ” e del "premio del pubblico" nell'edizione 2006 del “The Reign of Horror Short Movie Forum Award

FOREVER
di Giacomo Dimarno

Ecco a voi il cortometraggio probabilmente più ambizioso di Dimarno e di certo più impegnativo dal punto di vista dei mezzi impiegati. Un leggendario scettro, di origini antichissime, è il fulcro del potere sulla vita e sulla morte degli esseri umani. Un gruppetto di giovani, a conoscenza del mitico oggetto, decide di ritrovarlo e di impossessarsene. Ma un monaco mostruoso, che sta a guardia dello scettro, si risveglierà furibondo pronto a mietere una strage. Finale sorprendente. Ormai si è capito, Giacomo Dimarno si trova a suo agio con visioni oniriche che gli permettono di creare situazioni surreali montate in maniera molto creativa. Il soggetto di questo corto è comunque più interessante rispetto alle opere precedenti e, anche se il finale non mi ha convinto del tutto, il risultato complessivo è di tutto rispetto. Ci sono scene che non avevo mai visto in un opera amatoriale prima d'ora. In una di queste, una ragazza si trova di fronte ad alcuni personaggi vestiti in modo ottocentesco (dove hai recuperato quei bellissimi costumi Dimarno???). Le locations sono assai suggestive ed alcune apparizioni del monaco-demone realmente inquietanti (una su tutte quella in cui appare in mezzo ad un campo desolato). Gli attori, ben diretti, se la cavano molto bene e risultano abbastanza credibili nei loro ruoli. Questo "Forever" è sicuramente un grande passo in avanti per Dimarno sia dal punto di vista scenografico che dal punto di vista delle trovate visive. Veramente notevole.

LA FORTEZZA
(THE KEEP)
di Micheal Mann

Nel 1941 un reggimento di soldati tedeschi si istalla in un misterioso castello nei carpazi per adibirlo a fortezza. I soldati non sanno che il luogo e' sacro. Due di essi nella notte incuriositi dall' illuminarsi di una croce cercano di sottrarla da un muro , ma non sanno che dietro alla stessa c'e' un mostro invisibile(rappresentazione del male) che qualche secondo dopo si scatena e' fa strage di quasi tutti gli occupanti del castello. I pochi che si salvano lo devono ad un essere altrettanto misterioso ma benefico( Il custode dello stesso mostro) , che ingaggia una lotta incredibile col male , sacrificandosi pure lui. Senza dubbio ottima idea del regista Michael Mann, che vuole tramutare in film il racconto( The Keep) dello scrittore Wilson , ma che non riesce del tutto a realizzare le suggestive premesse del soggetto.Secondo alcuni critici meglio il libro che il film , per altro inedito in video cassetta nel nostro paese. In effetti il lungometraggio e' assai lento e troppo parlato, nel suo svolgimento. Di una certa tensione la prima mezz'ora , e il finale con dei discreti effetti speciali. Gli attori recitano molo bene , su tutti Scott Glenn e Jurgen Prochnow rispettivamente Il custode e l' ufficiale buono dei tedeschi. Colonna sonora elettronica del mitico gruppo tedesco dei Tangerine Dream. Il mio giudizio complessivo e' comunque discreto.

FRANKENSTEIN 2000 - RITORNO DALLA MORTE
di Joe D'Amato

Ultimo horror girato dal maestro Joe D'Amato,dopo un lungo periodo di assenza dal "genere" a lui più caro,resta uno dei film più ricercati dai fans in quanto mai uscito nelle sale(salvo per una presentazione al Fantafestival '92)e quasi introvabile in vhs,salvo una edizione limitata e numerata. In una piccola cittadina austriaca,una bella donna,aggredita e violentata da un gruppo di teppisti,finisce in coma all'ospedale. Contemporaneamente un suo amico,ex pugile,viene ucciso e trasportato all'obitorio dello stesso ospedale. Il forte legame che esisteva tra i due,continua anche in questa nuova "dimensione" e grazie alle facoltà sovrannaturali della donna,il "morto" risorge e decide di vendicarsi degli aggressori della amica. Naturalmente la ferocia del pugile sarà inaudita.... Molti sono i riferimenti al capolavoro di Joe D'Amato, "Buio Omega":ad iniziare dalla protagonista,la bravissima Cinzia Monreale,per la quale il tempo sembra non passare mai,e poi l'ambientazione austriaca,e una dettagliata scena di autopsia che richiamano alla mente il film culto del 1979. Il ruolo dell'ex pugile "redivivo" è affidato ad un altro attore "cult" del cinema di genere,ovvero Donald O'Brien,già visto in molti film di D'Amato,tra cui alcuni episodi di Emanuelle nera. Dispiace che il film abbia avuto poco seguito e sia stato mal distribuito,e non riesco a capire come mai,siano stati pubblicati quasi tutti i film del regista romano tranne questo,che testimonia l'attaccamento di D'Amato al genere horror ed è sicuramente superiore ad altri horror a basso costo

FREAKS
di Tod Browning

In un circo, la bella Cleopatra venuta a conoscenza che il nanetto Hans è venuto in possesso di una cospicua fortuna, decide di sposarlo con l’intenzione di accaparrarsi l’eredità, per poi ucciderlo.
Il piano, suo e del suo reale amante, il forzuto Ercole, viene però scoperto dagli altri “mostri” (i freaks che danno il titolo al film, appunto) che compiono la loro vendetta mutilando orrendamente i due amanti, riducendo lui ad un castrato obeso e lei a “donna gallina”.
Fin qui la trama.
Ancor oggi guardare “Freaks” è un’esperienza disturbante, non risulta difficile quindi credere come lo scandalo che venne dal film (e, forse ancor più, il suo clamoroso flop) fu l’inizio della fine, come regista, di Charles Albert “Tod” Browning, autore del leggendario “Dracula” del 1931 con Bela Lugosi, che consegnò al nostro immaginario l’immortale stereotipo dell’aristocratico transilvano assetato di purpurea linfa.
Nell’anno (il 1932) che vede passare sugli schermi “Piccole Donne”, Browning crea, forse al di là delle sue stesse aspettative, un’opera terribile, non solo per la messa in scena di mostruosità reali , e forse neanche solo per la cruda analisi sociologica che molti vi hanno voluto vedere (i veri mostri sarebbero i “normali”, un tema questo che ora è non del tutto desueto, ma che allora fece scalpore).
L’orrore di “Freaks” è nel fatto che è un film assolutamente senza pietà, per nessuno. Se Cleopatra ed Ercole non lasciano, nella loro avidità, spazio a scrupoli, i poveri esseri deformi esposti nel vaudeville alla morbosa curiosità del pubblico atterito e deliziato assieme dal monstrum , suscitano sì commozione nel senso etimologico, ma NON sono i “buoni” della situazione, non sono i bambini innocenti amati dagli Dei, non c’è spazio per interpretazioni edificanti. Hanno un codice d’onore e di lealtà, aperto all’accettazione (un pugno nello stomaco la scena, alle nozze, della cantilena terrificante e demente “Noi ti accettiamo! Sei una di noi!”), ma senza perdono.
Non c’è –oggi sarebbe questo il peccato di Browning- pietà da parte dei freaks, che in una scena indimenticabile inseguono Cleopatra ed Ercole, chi camminando sulle braccia, chi saltellando, chi strisciando, per poi punirli orrendamente (prima dei tagli che ridussero la durata del film a 60 minuti, era ancora più chiaro che i due amanti venivano torturati e mutilati).
Una fotografia magistrale, una sceneggiatura tanto perfetta da far credere, in alcuni momenti, di assistere a situazioni di “real life” (i freaks non vengono mai ripresi in pista), caratteri perfetti,una trama semplice ma mai scontata, un montaggio da scuola. Freaks è un capolavoro crudele, di quelli che nel Rinascimento segnavano la dannazione di un artista; non è da tutti, può segnare molto, sicuramente fa pensare e non consola

FREDDY VS JASON
di Ronny Yu

Dopo anni di attesa, rimaneggiamenti e stravolgimenti di sceneggiatura, repentini cambi in sede di regia (fra i tanti nomi, anche il mago fx Rob Bottin), rifiuti da parte di produttori e distributori, ecco giungere l’epico scontro fra i titani dell’horror anni ’80. Freddy, indebolito dal fatto che la gente di Springwood, oramai immemore delle sue crudeli gesta, non prova più terrore nei suoi confronti, decide di resuscitare il buon vecchio Jason (interpretato da Ken Kirzinger, invece che dal consueto Kane Hodder). Cosi’ penetra nei sogni del massacratore di Crystal Lake e lo fa risorgere dalla tomba, infuriato più che mai. Il buon vecchio Jason inizia ad uccidere e la paura fra la gente ricomincia a crescere. Freddy riacquista forza ed è pronto ad infestare di nuovo i sogni dei teenagers ma…Jason non è proprio la marionetta ch’egli credeva. Sarà dunque guerra aperta fra i due mostri. Il film tralascia lo spessore simbolico dei due “cattivoni” e si cura principalmente d’intessere una vicenda piena d’azione e gore. Lo svolgimento è quello tipico di tanti neo slasher attuali con l’aggiunta di una dissacratoria quantità d’ironia che permette allo spettatore di ridere e divertirsi abbastanza. La regia di Ronny Yu (“La sposa di Chucky”) è ritmata, specie nella seconda parte di film, ed abbonda in rallenty enfatici e movimenti di macchina serrati. Ottima la dose di effetti speciali con numerosi momenti di sano splatter e sangue a fiumi.

FROM BEYOND - TERRORE DALL'IGNOTO
di Stuart Gordon

Jeffrey Combs nel film interpreta il solito scienziato folle che inventa un macchinario in grado di materializzare mostruose creature. In realtà questi mostri esistono da sempre solo che sono invisibili ai nostri occhi come noi ai loro. Il macchinario è in grado di renderli visibili ma ha ancheil piccolo inconveniente di aprire un varco fra queste due dimensioni parallele. Dall'ingresso che si viene a creare alcune entità cosmiche passeranno nel nostro mondo e possiederanno lo scienziato ed i membri della troupe generando un incubo progressivo. Un film davvero particolare questo "From beyond" che mescola atmosfere alla H.P. Lovecraft con gli eccessi horror tipici di Gordon( qui alla sua seconda opera dopo il CULT "Re-animator"). Una pellicola non del tutto riuscita anche perchè la seconda parte è piuttosto deboluccia e manca della tensione che si è venuta a creare nella prima mezz'ora. Eppure ci sono colpi di genio che brillano ogni tanto ed il prodotto è sicuramente audace e ben ritmato. Allucinati gli effetti speciali con trasformazioni disgustose e mostri orrendi che fagocitano persone. Una delle produzioni più interessanti della defunta Empire di Charles Band.

FROM HELL - La vera storia di Jack lo squartatore
di Allen & Albert Hughes

Jack lo squartatore è un personaggio del mito e come tale va trattato. E' lui, frutto della realtà, non della fantasia, il primo serial killer della storia e per efferatezze e mistero mette in riga anche tutti i più blasonati e improbabili assassini seriali del cinema (da Norman Bates a Nightmare). Fare un film su di lui è un impegno "totale", la sua storia è stata scritta centinaia di volte, i fatti sono ineluttabili, le uniche due cose congetturabili nello scrivere di Jack sono il movente e l'identità, il resto è intoccabile. Ora, perchè questa premessa? Semplice, perchè il film in questione tratta di Jack lo squartatore ma si prende forse troppe libertà (cosa che non dovrebbe accadere visto il sottotitolo che, a scanso di equivoci, è però una aggiunta italiana) nel narrare gli eventi. Non fraintendetemi, il film è veramente molto bello, soffre forse un po' di lentezza narrativa, ma la ricostruzione di Londra (avvenuta nei pressi di Praga), le scenografie, le luci e non ultimi i costumi sono assolutamente perfetti e molti dei meriti di questa pellicola sono da ricercarsi proprio nella mirabile ambientazione e nella cura dei dettagli. Il detective Abberline (Johnny Depp sempre più attore sopra le righe nel saper interpretare personaggi fuori dal comune) si occupa dei crimini nel quartiere povero di Londra, Whitechapel, intrigo di viuzze e casupole di poveracci e prostitute, veri e propri relitti umani che vivono in condizioni assurde. E' proprio qui che il 30 agosto 1888 Jack the Ripper lascia il suo primo marchio, primo di cinque, questo il numero delle prostitute che Jack ucciderà nei modi più atroci prima di scomparire mettendo la parola fine ai delitti e facendo nascere la leggenda. Nel film viene supportata la tesi, ormai quasi "ufficiale", che Jack fosse un personaggio legato alla corona inglese; probabilmente per comodità di narrazione viene fatto sì che le cinque prostitute uccise fossero un gruppo di amiche (cosa in realtà non comprovata) e che il detective Abberline, dedito all'oppio e ottimo consumatore di assenzio, soffra di confuse visioni sul futuro, espediente probabilmente utilizzato per glissare sulle parti di pura indagine. L'ambientazione sempre notturna e nuvolosa di Londra rende quasi opprimente la regia che indugia insistentemente sui vicoli, lasciando solamente negli intermezzi della storia un po' di respiro con panoramiche della città tutt'altro che rassicuranti. In linea di massima i delitti sono ricostruiti con mirabile precisione, sia livello di locazioni che di metodiche. Allora dov'è il problema? Beh diciamo che dal secondo tempo in poi il film comincia ad entrare in una fase da "libera interpretazione" degli eventi. Infatti abbiamo l'ultima prostituta rimasta in vita (Heather Graham) che si innamora del detective, viene chiamata in causa la massoneria inglese, e cosa che più non ho digerito viene escogitato un espediente per non far morire l'ultima prostituta, cosa che nella realtà dei fatti è accaduta e ha reso celebre Jack, trattandosi infatti del suo delitto più efferato. Non svelo chi viene identificato come assassino, anche se chi conosce la storia deve solo scegliere quale delle tre ipotesi più accreditate seguire e il film ci indirizza precisamente su una via. In fine una cosa decisamente negativa, visto il protagonista del film, le cui efferatezze sono state descritte da libri con metodica precisione, era, direi necessario, inserire qualche scena forte in più (decisamente poche quelle presenti) che al di la' dell'effetto scenico, avrebbero contribuito a creare l'idea del folle privo di senno. Ma anche questa volta ci siamo dovuti piegare alle regole del businness di Hollywood. Spiace dirlo, ma con così tanti meriti, il film perde qualche punto proprio su due fattori importanti che avrei dato per scontato andando a vedere il film. Si poteva (doveva?) fare di meglio, ma è comunque una visione consigliata in quanto la migliore ricostruzione delle gesta di Jack the Ripper

FUNNY GAMES
di Michael Haneke

Un film grandioso. La vita di una tranquilla famiglia austriaca composta da padre, madre e un figlio viene progressivamente sconvolta dall'arrivo di due orribili mostri, celatisi sotto le sembianze di due ragazzi apparentemente normali ( uno molto gentile nelle proprie espressioni, l'altro apparentemente timidissimo e impacciato ). Dopo che i due hanno facilmente modo di studiare il comportamento della famiglia e acquisiscono la sicurezza che nessuno nelle prossime ore andrà a trovarli, ha inizio un gioco...un gioco orribile e perverso. Dopo aver ucciso il cane della famiglia e dopo aver immobilizzato il padre, i due si liberano di ogni possibile pericolo e hanno la strada spianata per le loro intenzioni. E la follia si dipana progressivamente e inesorabilmente, senza alcuna via di uscita...ma in modo spesso lento, tranquillo...perchè l'intrattenimento impedisce l'uccisione immediata... Nonostante noi spettatori facciamo il tifo per la sfortunata famiglia ( ed è uno dei due psicopatici stessi a dircelo...) il fatidico "happy end" continua a non arrivare. Anzi, viene fissato un termine...le ore nove del mattino del giorno dopo...ora nella quale ogni componente della famiglia sarà morto. Obbligatorio definire un "limite" perchè, come nella durata di un film, spesso è necessario non "sforare"... Si intravede una piccola luce di salvezza quando il figlioletto riesce a scappare di casa ma... Sembra ormai fatta quando la donna riesce a impugnare un fucile e a far fuori uno dei due ma.... Questa volta a comandare i giochi sono proprio loro, i "mostri"...e decidono loro cosa farci vedere e decidono loro quale tipo di verità vogliono farci sapere. Questa volta il nostro telecomando non ha potere su di loro...questa volta non arriverà la cavalleria a salvarci...questa volta il Dio Plutonio non ci salverà... Ma d'altronde...è solo un film. E la finzione è vera quanto la realtà che ci mostra il film. Straordinari tutti gli interpreti. Pur con qualche lungaggine evitabile e qualche momento un po' "teatrale", ordinata e efficace la regia di Michael Haneke
GAME OVER - La droga del futuro
di Marco Ristori

Tre ragazzi si offrono volontariamente, come cavie umane, per alcuni oscuri esperimenti con nuove droghe sintetiche. Ma gli effetti collaterali possono essere estremamente spiacevoli…Questa è, in sintesi, la trama del nuovo corto di Marco Ristori. Dopo l'esordio con “I Mangiatori”, il filmaker toscano conferma le sue interessanti capacità, specie dal punto di vista visivo. L'opera in questione è difatti infarcita di numerose immagini d'impatto ed ha una fotografia interessante, pulita a tratti e psichedelica in altri. Il montaggio è dinamico, in stile videoclip ed alcuni ritocchi al computer abbelliscono la confezione finale del prodotto. L'intreccio narrativo è sacrificato per dar spazio all'orrore visivo. Quest'ultimo esplode specialmente nella cruda sequenza in cui un “mad doctor” sevizia atrocemente uno dei ragazzi usando bisturi, siringhe e seghetto. Curati gli effetti speciali ed efficace la colonna sonora

IL GATTO A NOVE CODE
di Dario Argento

Pellicola del '71 , girata interamente a Torino , che a suo tempo incassò ben 750.000.000 solo nelle città capozona . La trama , a dispetto di alcuni critici che l' hanno definita complessa , è piuttosto semplice e lineare . Un giornalista ( interpretato dal convincente James Franciscus ) indaga , assieme ad un amico cieco (l' americano Karl Malden già protagonista del telefilm "Le strade di San Francisco ") su una catena di cruenti omicidi collegati ad una nota clinica in cui si svolgono importanti studi genetici .
Argento parte da una situazione realistica e dimostra una certa lungimiranza trattando un tema , le mutazioni genetiche , attualmente di discussione mondiale . Il film trova il suo punto di forza nella contrapposizione fra l' occhio dilatato dell' assassino e la cecità del protagonista ; e soprattutto nel fortunato uso di riuscite tecniche soggettive che fanno sì che lo spettatore si identifichi con l' assassino .
Notevole la scena , di forte impatto emotivo girata nel cimitero di Torino , punto focale di tutto il film . Azzeccate le note del celebre Ennio Morricone che sottolineano sia le sequenze tese sia le poche scene di sangue . Suggestiva la fotografia , orientata su tonalità estremamente scure

GINGER SNAPS
di John Fawcett

Sorprendente horror canadese del 2000 che tratta il tema della licantropia all’interno di un contesto giovanile. Brigitte e Ginger sono due sorelle dal look dark, spesso derise ed isolate dai loro coetanei. Le due ragazze coltivano una strana passione per la morte e si dilettano nel realizzare fotografie in cui simulano morti violente e suicidi. Durante uno dei loro “servizi fotografici” vengono aggredite da un lupo mannaro e Ginger viene ferita. Sarà l’inizio di un incubo. Infatti Ginger, essendo ormai contaminata dal morbo della licantropia, inizierà a mutare psicologicamente e fisicamente. L’istinto del lupo le donerà più sicurezza e fascino dinanzi ai maschi ma al tempo stesso un’indole particolarmente feroce la porterà alla ricerca di sangue. E la notte di luna piena si sta avvicinando… Dotato di trovate di sceneggiatura particolarmente originali (che fanno perdonare alcune incoerenze sparse qua e la nella vicenda) e diretto molto bene, “Ginger Snaps” è un buon horror piuttosto coinvolgente. I soliti cliché da teen-movie cedono il posto ad una visione disincantata del mondo giovanile, dove il pregiudizio, la superficialità e la cattiveria la fanno da padroni. La stessa fotografia del film gli conferisce un alone cupo e depressivo che i pochi momenti ironici non riescono a lenire. Ottima la prova recitativa del duo Perkins/Isabelle, sorelle reiette unite nel dolore e nella morte. Innegabile il fascino perverso della stessa Katharine Isabelle nel ruolo di Ginger. Notevole anche il tasso di splatter contenuto nella pellicola che si avvale di buoni effetti speciali e diverse scene shock, sempre ben congegnate e mai gratuite. Assurda la scena in cui Brigitte si avvicina alla sorella che sta dormendo e scopre che, fra le natiche, le è spuntata una coda !!!

IL GIORNO DEGLI ZOMBI
( DAY OF THE DEAD )

di George A. Romero

Terzo capitolo concepito dal signore degli zombi, George A.Romero. Il regista americano torna sull' argomento morti viventi e completa una preziosa trilogia. Nel mondo oramai regna l'apocalisse. Ovunque avanza la masnada di cadaveri ambulanti divoratori di fresca carne umana. Un gruppo di superstiti militari ha trovato rifugio in un bunker sotterraneo. La speranza di trovare contatti umani con il mondo esterno tiene unito il gruppo tra paranoie, discordie ed accesi contrasti. Fra di loro c'è anche un dottore che si diletta in esperimenti su zombi catturati, nel tentativo di togliere loro l'istinto famelico nei confronti della carne umana viva. Nel catartico finale c'è una nefasta orgia di sangue, un'esplosione di zombi nel bunker ed è qui che risalta uno tra i maggiori miracoli prodotti dal mito sfx Tom Savini. Nel film si respira pesantemente un'atmosfera claustrofobica fusa con la psicotica paura di esser divorati o contaminati dal nuovo e catastrofico mondo dei morti viventi. Innovativa la figura dello zombi addomesticato nel laboratorio dal dottore militare, si prova una profonda compassione nel vederlo tornare quasi alla sua vita umana precedente e provare infine sentimenti…

GOTHIKA
di Mathieu Kassovitz

Dopo “I fiumi di porpora”, che già aveva messo in evidenza qualità e limiti di Mathieu Kassovitz, “Gothika” segna il debutto del regista francese in una grossa produzione americana; ma il fatto che alle sue spalle ci sia la Dark Castle Entertainment, tristemente nota per avere sciupato rispettabili budget in occasione di film esangui come “I 13 spettri” e “Nave fantasma”, non è di buon auspicio. Una sceneggiatura assemblata con pezzi recuperati da pellicole precedenti (ci vanno di mezzo soprattutto i mediocri “Il collezionista” e “In dreams”, ma non mancano tracce dello scadente “Paura.com”) segue le peripezie di una brillante psichiatra (Halle Berry) impiegata in un manicomio criminale, la quale si ritrova da un giorno all' altro rinchiusa a propria volta in una delle celle, vittima di disturbi mentali ed accusata di un delitto che non ricorda di avere commesso: perseguitata da presenze apparentemente diaboliche, la giovane dottoressa scoprirà in un secondo tempo che dietro alle manifestazioni soprannaturali si cela in verità un orrore assai più concreto e crudele. Le mezze acrobazie e i leziosi svolazzi della macchina da presa, che unitamente alla fotografia patinata riescono incredibilmente nell' ardua impresa di rendere accattivante un soggetto altrimenti intollerabile dopo appena un quarto d' ora, dimostrano che il regista ha ben appreso la lezione di colleghi quali David Fincher ed il primo Dario Argento

GOZU
di Takashi Miike

Lo yakuza Ozaki sta impazzendo, il boss della famiglia a cui appartiene preoccupato della situazione, ordina al componente Minami di farlo fuori. Purtroppo non tutto va nel verso giusto, visto che il corpo di Ozaki scompare. A questo punto Minami inizia a cercarlo, incosciente di cosa lo aspetterà. Lungo il suo cammino si troverà di fronte a situazioni paradossali e deliranti come i personaggi che incontrerà durante questa disperata ricerca.
Dopo la visione di “Gozu” mi sentivo stordito e perso nei meandri della mia mente, un incubo ad occhi aperti? Credo che questa breve introduzione sia la chiave di lettura di tutta l'opera di Miike. Ogni scena, persino la più futile è parte integrante di questo mosaico, meravigliosamente costruito. “Gozu” è sperimentazione anarchica nella sua totalità, raramente nel cinema contemporaneo si è vista tanta libertà d'espressione, andare così facilmente controcorrente infischiandosene della banalità della trama. Qui la logica va via, sfugge ad ogni spiegazione sistematica. Miike ha un talento fuori dal normale e con “Gozu” fa capire quanto il suo cinema sia vicino alla concezione espressiva di Lynch. Durante la visione mi sono venuti in mente “Twin peaks” e “Strade perdute”, per via di certe soluzioni stilistiche, tra cui personaggi assurdi, ma soprattutto per il ritmo che aleggia in tutto il film, una lentezza catartica totalmente ipnotizzante. Catalogare il film in un genere prefissato è la cosa più assurda che si possa fare, qui c'è di tutto, dal classico film yakuza fino ad arrivare al thriller e all'horror amalgamato da una sottile vena ironica e grottesca, su tutte la caratterizzazioni dei personaggi di Ozaki e del boss della famiglia. Da antologia sono la scena iniziale e quella finale, due autentiche perle in questo superbo mosaico. Di sicuro un film da vedere! Eccellente!
IL GRANDE INQUISITORE
(WITCHFINDER GENERAL - THE CONQUEROR WORM)

di Michael Reeves

La storia è quella dell'inquisitore Matthew Hopkins, che durante l'epoca di Cromwell vaga per le zone rurali dell'Inghilterra alla ricerca di presunte streghe e adoratori di Satana. Forte del proprio mandato, svolge il proprio mestiere senza il benché minimo scrupolo, arrivando a sconvolgere la vita fino a quel momento serena del soldato Richard e della sua promessa sposa Sara. Sotto l'apparenza di film di genere si nasconde in realtà un melò spietato e dolorosissimo, oltre che un lucido ritratto storico: con i dovuti distinguo, “Il Grande inquisitore” sta alla rappresentazione del seicento inglese come “Barry Lyndon”, sette anni più tardi, starà a quella del settecento; se nel film di Kubrick infatti la morale e le relazioni interpersonali vengono subordinate a un'assoluta rigidità comportamentale, volta a nascondere le proprie efferatezze sotto il manto del lusso e dell'eleganza, nel film di Reeves è la religione il pretesto per giustificare violenze non meno spietate. Tutti i personaggi, “buoni” o “cattivi” che siano, non possono far altro che cercare di adattarsi alla realtà che li circonda, con conseguenze sempre tragiche. La caccia alle streghe adoperata dall'inquisitore Vincent Price è solamente il viatico per arrivare alla soddisfazione dei propri istinti più selvaggi, specchio di una società e di un mondo dove il male degli uomini contamina anche chi armato delle migliori intenzioni: Richard e Sara non chiedono altro che poter vivere in serenità il loro rapporto, ma dovranno anch'essi piegarsi alla violenza. “ Che Dio abbia pietà di noi ” dicono nel finale i soldati colleghi di Richard, e il successivo urlo della ragazza, straziante e insostenibile, (proprio come lo sguardo immobile e dilatato di Marisa Berenson che chiuderà “Barry Lyndon”) è la definitiva esplicitazione del pessimismo cosmico che pervade tutto il film, sensazione acuita a posteriori dal sapere che il venticinquenne regista – bravissimo – sarebbe morto suicida di lì a breve.

THE GRUDGE
di Takashi Shimizu

Ha avuto  buon fiuto il bravo Sam Raimi nell'intravedere nel nipponico "Ju On"  una possibile fonte dalla quale trarre il solito remake americano di un film horror orientale. Si perchè oggi, a quanto pare, gli americani sono a corto di idee e spesso non sanno far altro che attingere a piene mani da chi, di cinema di genere, forse al momento ci "capisce" di più. Una volta pronto il soggetto, sfruttata la popolarità di una attricetta molto in voga nel pubblico giovanile di oggi: la Sarah Michelle Gellar di "Buffy: l'ammazzavampiri", qualche "rivisitazione" alla sceneggiatura ( soprattutto per poter dar maggiore spazio al personaggio della Gellar ), l'ingaggio dello stesso regista del predecessore ,  qualche aggiunta di banali clichè standard per rendere il prodotto appetibile alle masse, ed ecco pronto, in men che non si dica, questo "The grudge". Purtroppo, come sappiamo, a volte non basta avere a disposizione le pietanze migliori per preparare un buon piatto: occorre che ci sia qualcuno predisposto a cucinarle nel migliore dei modi...e purtroppo questo tanto pubblicizzato remake americano, è stato "cucinato" forse troppo in fretta ed il risultato lascia parzialmente a desiderare. Quell'atmosfera gelida, quel senso di disagio, quella enorme tensione che si respirava in "Ju On" , in questo "The grudge" va, purtroppo, quasi del tutto annullandosi. Forse a causa di un ritmo altalenante, forse  a causa di una struttura filmica diversa dall' originale nipponico ( dove non esisteva nessun personaggio che potevamo definire "protagonista" ), forse anche a causa di una fotografia meno di impatto del predecessore, questo "The grudge" è solo in grado di propinarci qualche spavento qua e là e nulla più, con qualche caduta di ritmo soprattutto nella prima parte. Una pellicola impalpabile, una occasione persa.

HALLOWEEN - La notte delle streghe
di John Carpenter

Durante la notte dedicata alle streghe un bambino si traveste e uccide la sorella più grande con un lungo coltello da cucina. Il suo nome è Micheal Myers e per questo delitto passerà 15 anni in un manicomio criminale. Durante la sua lunga permanenza li' Micheal non farà altro che fissare un muro bianco senza dire una parola, poi poco prima dell'anniversario della notte di halloween in cui uccise la sorella fuggirà per tornare nel suo paese natale con l'intento di continuare la tragica scia di sangue. Difatti il maniaco possiede un'altra sorella che diverrà ben presto il suo bersaglio principale…ovviamente quelli che le stanno intorno faranno una bruttissima fine. Un medico-psicologo (interpretato da Donald Pleasance) ,che lo ha avuto in cura durante la degenza nel manicomio, cercherà disperatamente di fermarlo.Nel suo terzo film Carpenter fa brillare l'assassino di una luce maligna ed immortale con una classe raffinatissima dal punto di vista della regia e anche per quanto riguarda il senso figurativo dell'omicida. Lo definisco tra gli horror puri per eccellenza, la freddezza della maschera, che Micheal indossa, fa capire l'inespressività delle sue gesta, il vuoto che è in lui, la totale mancanza di sentimenti umani, il gelo glaciale racchiuso nel suo animo, l'automatismo che scatta quando commette omicidi efferrati. E' uno slasher (in pratica il primo slasher della storia) innovativo perché è ambientato nei quartieri lussuosi dove sono assiepate le villette a schiera, dove qualsiasi famiglia americana si sente al sicuro e dove mai nessuno sospetterebbe che si celi il male. Pienamente affascinante la visione attraverso gli occhi dei bambini, vedono in Micheal l'uomo nero, una delle paure immaginarie preferite dalla massa; molte scene contengono una tensione inaudita, l'assassino sbuca dal buio come lieve nebbia nella notte, appare e scompare da una siepe o da una finestra come a farci percepire la sua onnipresenza nell'apparente tranquillità di quartiere. Storica anche la colonna sonora, un'agghiacciante sinfonia da ascoltare nella notte in cui le streghe bussano alle nostre porte e l'uomo nero riprende il suo cammino…

IL SIGNORE DELLA MORTE
(HALLOWEEN 2)
di Rick Rosenthal

Nel primo capitolo il nostro maniaco era scomparso dopo aver incassato ben 6 colpi dal dottor Loomis, ora continua la sua marcia seminando cadaveri e svelando che in realtà la superstite Laurie ( interpretata da Jamie Lee Curtis )è la seconda sorella di Micheal. Il "nostro" la raggiunge alla clinica con l'intento di terminare l'opera avviata nel primo capitolo della saga. Ma Micheal morirà avvolto dalle fiamme grazie all'intervento del suo vecchio medico ed acerrimo nemico Loomis. Questo seguito riparte esattamente dalla stessa notte in cui Mr Myers tornò libero ad uccidere. Qui l'azione si svolge soprattutto tra i corridoi dell'ospedale prendendo più la scia del thriller che dell'horror, eseguendo la stessa formula vincente del primo. Ma "Il signore della morte" risulta meno energetico rispetto al capitolo precedente,pur mantenendo sempre avvincente la figura carismatica dell'assassino. Riuscire a ricomporre lo stesso cast del primo rende molto l'idea che i due film si succedano nella stessa identica notte, una notte da vero incubo, una notte senza fine…

HALLOWEEN 3 - Il signore della notte
di Tommy Lee Wallace

Alle porte della festa delle streghe un uomo è perseguitato da molteplici paranoie e viene ucciso da un sicario misterioso, che appena svolto il suo compito si suicida dandosi fuoco nell'autotomobile. Un medico e la figlia indagano su una strana fabbrica di maschere per Halloween attorno alla quale ruotano indizi collegati al precedente delitto. I due scopriranno che il 31 di ottobre qualsiasi bambino con addosso la maschera, prodotta da quella medesima fabbrica, morirà straziato tramite i messaggi subliminali trasmessi dalla pubblicità televisiva della stessa maschera. Alla fine il medico, dopo innumerevoli peripezie, riuscirà a far interrompere la trasmissione sul primo e sul secondo canale ma…sembra che il terzo non voglia ascoltare le suppliche delle sue urla. Incuriosisce molto la corporazione fantasma (celata dall'aspetto di normale industria di giocattoli) che compromette le vite di tanti bambini innocenti. La setta ha il controllo ,con telecamere e microspie ,del paese abitato da una razza inumana, simile ad automi, che discende dai celti e venera il culto di stonehenge. Qui tutti quanti sono complici, strumentalizzati da una sola mente diabolica che gli fa eseguire alla lettera qualsiasi ordine.

HALLOWEEN 4 - Il ritorno di Micheal Myers
di Dwight H. Little

Dopo 10 tranquilli anni Micheal Myers fugge di nuovo durante un trasferimento per tornare ad eliminare la nipotina Jamie, oramai vecchio,zoppo e sfigurato il dottor Loomies tenta anche questa volta di fermare l'impersonificazione del male(da lui definito con queste testuali parole). In questa nuova notte di Halloween il nostro caro psicopatico semina terrore nel buio generando di proposito un black out nella sua amata Haddonfield. I poliziotti dovranno bombardarlo di pallettoni da fucile a pompa per fermare l'uomo mascherato di bianco. Nella parte iniziale e finale della pellicola la tensione si mantiene su ottimi livelli, ma è nella zona centrale che del film che purtroppo si affievolisce la carica. Stupendo il finale in cui la piccola Jamie uccide la madre adottiva ripetendo il macabro rituale che lo zio (Micheal per l'appunto..) compi' quand'era bambino. Ennesima conferma della grande interpretazione di Donald Pleasance, oramai nemico indiscusso di Mr Myers. .

HALLOWEEN 5 - The revenge of Micheal Myers
di Dominique Othenin-Girard

Quinto capitolo della saga inaugurata da Carpenter nel lontano 1978 che nulla aggiunge di nuovo alla vicenda di Micheal Myers. Il maniaco immortale, dopo esser stato crivellato dalle fucilate dei poliziotti nel finale di "Halloween 4", riesce a rifugiarsi nella capanna di un pescatore che si prende cura di lui. Per un anno intero Micheal resta fra la vita e la morte finchè il giorno di Halloween si ridesta appieno e , dopo aver massacrato il pescatore, si rimette a caccia dell'odiata nipotina Jamie. Questa intanto è sotto osservazione nella casa di cura mentale del dott. Loomis ed ha sviluppato capacità medianiche, grazie alle quali vede in diretta gli omicidi di Myers. Nel concitato finale il maniaco omicida verrà catturato e rinchiuso in una prigione di massima sicurezza ad Haddonfield. Tutto finito direte voi…e invece no! Difatti un misterioso personaggio vestito di nero, che vediamo comparire sporadicamente durante il corso del film, riuscirà a liberare Micheal Myers e lo farà fuggire. Inutile dire che "Halloween 5" è scontato e ripetitivo come film ed inutile dire che solo gli affezionati alla saga potranno divertirsi nel guardarlo. Comunque il regista Othenin-Girard (proveniente dal mondo dei video-clip ed autore, nello stesso anno, dell'esteticamente piacevole "La regina dell'inferno") riesce a creare una confezione curata grazie alle belle riprese ed alla buona direzione degli attori. Brava Danielle Harris nel ruolo di Jamie e sempre grande Pleasance nei panni dell'inossidabile Loomis.

HALLOWEEN 6 - The curse of Micheal Myers
di Joe Chappelle

Sesto capitolo della saga dell'uomo nero inventato da John Carpenter, ma la fantasia ormai latita in maniera paurosa e la vicenda puzza alquanto di stantio. Micheal Myers ritorna a caccia di Jamie, che ormai diventata adulta e madre, cerca in ogni modo di sfuggire al suo persecutore. Inoltre una setta satanica che venera il maniaco, come suprema incarnazione del male, vuole il pargolo di Jamie per compiere un sacrificio rituale. Cosi' la nostra fugge e si rintana ad Haddonfield pronta per l'inevitabile scontro con Myers

HALLOWEEN H20 - Venti anni dopo
(HALLOWEEN H20 - 20 Years Later)
di Steve Miner

La realizzazione di Halloween H20, voluto e prodotto da Kevin Williamson ( che all'inizio doveva anche scriverne la sceneggiatura), aveva uno scopo ben preciso: ridare alla saga e al personaggio di Michael Myers smalto e credibilità che nel tempo erano andati perduti, in occasione del ventennale dall'uscita del primo "Halloween" . Inoltre il film avrebbe dovuto chiudere definitivamente la serie
(cosa che poi non è successo, vedi l'uscita di "Halloween: Resurrection"). Halloween H20 ( da noi Halloween 20 anni dopo) non è assolutamente un film brutto. E' ben realizzato, ha una bella fotografia, si sofferma sulla psicologia dei personaggi, ha le belle musiche di Marco Beltrami ed un buon cast che vanta oltre Jamie Lee Curtis, anche Michelle Williams ( la Jen di Dawson's Creek) e Josh Hartnett che di lì a poco sarebbe diventato un nuovo idolo per le teenager americane. La trama è piuttosto semplice: dimenticando i film dal terzo capitolo fino al sesto, qui si parte direttamente vent'anni dopo la fine del secondo film. Laurie Strode ha cambiato identità ed è divenuta preside di un prestigioso college per adolescenti, oltre che mamma di un ragazzone di 17 anni ( Josh Hartnett); in lei però è ancora vivo il trauma della notte di Halloween di vent'anni fa, cosa che la porta a prendere psicofarmaci ed a abusare di alcool. Purtroppo per lei l'incubo non è finito perchè il fratello Michael è riuscito a ritrovarla e rivuole una rivincita.

HALLOWEEN KILLER
(SATAN'S LITTLE HELPER)
di Jeff Lieberman

E' Halloween e il giovanissimo Dougie si traveste da “il piccolo aiutante di Satana” come il protagonista del suo videogame preferito in cui una sorta di demonietto aiuta il maligno a compiere cattiverie assortite. Il bambino è talmente appassionato ed ossessionato dal gioco che vedendo un uomo travestito da demonio, che ha appena ucciso una persona, lo scambia per il Satana del suo videogame e lo invita a casa sua per continuare a giocare. Ma quando si renderà conto che in realtà si tratta di un maniaco omicida sarà già troppo tardi… Liberman torna a dirigere un horror dopo più di quindici anni dalla sua ultima prova (“Videokiller”) e mostra di non aver perso né brio né acida vena di critica nei confronti della società americana. Nonostante il budget assai limitato è lodevole la messa in scena ed il ritmo della vicenda, che viene condita da massicce dosi di humor nerissimo. Ma “Halloween Killer (Satan's little helper)” è un film che può essere letto anche come manifesto odierno della caduta di qualsiasi dogma e certezza per l'uomo. In modo irriverente, ma non per questo meno acuto, Lieberman mette in scena, attraverso la figura del bambino, la confusione in cui stiamo precipitando, la perdita del concetto di astrazione (fondamentale se si parla di dogmi religiosi) che ci obbliga a dover sempre vedere un'immagine tangibile e concreta per poter credere, in conseguenza anche al continuo bombardamento televisivo e pubblicitario a cui siamo soggetti. Questo rendere , a tutti i costi, figurativo e riconoscibile ciò che è di natura simbolico spinge il protagonista della pellicola a credere in Satana non appena lo vede in maschera dinanzi a se e di conseguenza crederà anche a Dio quando questi gli si presenterà anch'esso in carne,ossa e maschera (in una delle scene più riuscite del film). Il finale, con l'arrivo del poliziotto, è il definitivo segnale del crollo di ogni certezza…anche la legge, ultimo baluardo per l'uomo, porterà il male. Buono il reparto recitativo, con la brava Amanda Plummer in testa. Vincitore dell'edizione 2005 del Ravenna Nightmare Festival. Consigliato.

HAUTE TENSION
di Alexandre Aja

“Haute Tension”, ovvero “Alta Tensione”, tradotto dal francese. Un titolo che promette ed un film che mantiene le promesse del titolo. Il giovanissimo regista Aja realizza, con grande senso del ritmo e della suspense, una pellicola dal plot semplice (e non poco debitore nei confronti di “Intensity” di Dean R. Koontz ) ma dalla resa estremamente aggressiva ed efficace. Due giovani studentesse, Alex e Marie, si recano nella campagna francese per studiare, in vista degli ultimi esami universitari. Le due vengono accolte dalla famiglia di Alex, in una fattoria immersa in un'atmosfera placida e silente. Ma la tranquillità viene spezzata brutalmente dall'arrivo, nel cuore della notte, di un perverso psychokiller che massacrerà l'intera famiglia e rapirà Alex. Marie, dopo essersi nascosta, potrebbe fuggire, sana e salva, poiché l'assassino non si è accorto della sua presenza. Invece si getta all'inseguimento del pazzo con l'obbiettivo di salvare l'amica ancora in vita. Ma il finale di film rivelerà una ben più agghiacciante verità. Il senso del ritmo è scandito con perfezione ineccepibile, in questo horror francese che si avvale anche di ottime interpretazioni e degli effetti speciali del sempre bravo Giannetto De Rossi. La storia semplice è un puro pretesto per creare situazioni al cardiopalma, realizzate con perizia tecnica e senso del thrilling. Il semplice atto di sbirciare dietro una porta semichiusa diventa in “Haute Tension” una situazione di insostenibile angoscia. Gli ambienti tranquilli si trasformano in trappole mortali dove la follia, brutale e puramente maligna, irrompe senza pietà per nessuno. La lotta impari contro il male assume contorni profondamente disperati. Sesso e violenza ci vengono mostrati in modo intelligente e funzionale, risultando molto disturbanti. Ottima la cupa fotografia cosi' come efficace è la colonna sonora in cui figurano anche i nostrani “Ricchi e Poveri” (so che sembra cosa ridicola, ma credetemi nel contesto funzionano!). Il film tiene col fiato sospeso, nonostante nel finale la sceneggiatura opti per una brusca sterzata che lascia piuttosto basiti, per gli evidenti buchi di logicità. Forse è questo l'unico limite di “Haute Tension”: avere una pretesa fuori luogo, in un prodotto che come unico vero scopo ha quello di far paura. Resta comunque uno degli horror più riusciti del 2003.

HELLRAISER
di Clive Barker

L'horror esplode con una forza impressionante in questo gioiello a basso budget. Il genio di Barker si ripete su celluloide, dopo aver terrorizzato nei suoi libri, con esiti davvero sorprendenti. Il cubo dei cenobiti, una sorta di passaggio per accedere alla dimensione dove il dolore rappresenta il piacere estremo, dove le carni dilaniate producono orgasmi e creature in tute sadomaso vivono in attesa di vittime sacrificali. Effetti speciali di ottima fattura, atmosfere cupe e numerosi attimi di vera tensione.Tratto dal libro "Schiavi dell'Inferno", questo film di Barker rende concerti tutti gli incubi partoriti dalla mente dello scrittore inglese.Visto il budget piuttosto ridotto con cui è stato realizzato il film avrebbe potuto essere solo un concentrato di effettacci. Ciò non è accaduto poichè la pellicola è in grado di generare un'atmosfera allucinata e malata a tratti insostenibile.Ottimi gli attori, le scenografie e grande Doug Bradley nel ruolo di "Pinhead", capo crudele dei cenobiti.Forse c'è una leggera caduta di tono nel concitato finale dove, in maniera fin troppo facile, la protagonista elimina i demoni, ma ciò non lenisce il grande impatto che questo film ha.Un must per chi ama lo splatter ed una bibbia per chi adora il genere horror. Il film, visto il grande successo commerciale, darà origine ad altri 5 sequel (di modesta fattura in verita').

HELLRAISER 5 : INFERNO
(HELLRAISER : INFERNO)
di Scott Derrickson

"I bambini sono l'unica cosa sacra rimasta a questo mondo". E quando una persona cresce, quella purezza che una volta ci contraddistingue, viene a mano a mano scemando degenerando spesso in una vita sbagliata, dove l'alcool e la droga la fanno da padrone...
Il tenente di polizia Joseph, si ritrova invischiato in una serie di misteriosi ed efferati omicidi, tutti apparentemente non collegati tra loro con un solo indizio che li accomuna: vicino ad ogni vittima viene sempre ritrovato il dito di un bambino...
Grazie a metodi spesso non proprio ortodossi, viene a sapere che il mandante di queste esecuzioni potrebbe essere una persona che si nasconde sotto lo pseudonimo di "l'ingegnere". Joseph riuscirà a scoprire chi si cela sotto le spoglie di questa figura ma...
Saga iniziata nel lontano 1987 da Clive Barker che ha riscosso un discreto successo arrivando addirittura al sesto capitolo, e, anzi, il numero 7 è di imminente arrivo. Nonostante le premesse probabilmente non troppo felici, il film è meno stupido di quanto possa apparire ( come lo sono invece il secondo e il terzo capitolo ) dove la parte prettamente "orrorifica" lascia spazio maggiormente ad una storia intrisa di giallo e di mistero. Il personaggio di Pinhead qui appare per pochissimi istanti e stessa cosa dicasi per gli infernali "supplizianti" che infesteranno le visioni ( i sogni ? ) del protagonista della vicenda. La scena da ricordare: nel prefinale quando Joseph, armato di doppietta, rincontrerà i personaggi morti durante il film, ognuno dei quali esaltazione del lato oscuro del protagonista che, di puro, ormai non ha più niente.

HENRY - PIOGGIA DI SANGUE
(HENRY - PORTRAIT OF A SERIAL-KILLER)
di John Mcnaughton

Tratto dalle confessioni di Henry Lee Lucas (celebre serial-killer che confessò centinaia di delitti), narra proprio delle vicende di questo discusso personaggio. Henry abita assieme al suo amico Otis che dà una mano all'amico nel compiere truculenti omicidi. Si nota una differenza tra i due: Henry compie tale gesto per dar sfogo all'odio radicato dentro di sé, Otis invece lo fa per puro divertimento scoprendo il sadico forsennato che vive in lui. La sorella di Otis decide di stare un po' dal fratello e tra lei e Henry nasce una certa confidenza. Ma una sera Otis, viene sorpreso da Henry, mentre sta violentando la sorella e viene fatto a pezzi. Dopo il delitto i due si danno alla fuga e trovano riparo in uno squallido motel dove decidono di passar la notte.Il mattino dopo Henry riparte dal motel..da solo..si ferma con l'auto.. getta su un ciglio della strada una valigia...contenente il cadavere di lei. Un film carico di una crudeltà ed una ferocia davvero impressionanti. Non ci sono scene in cui sovrabbonda il gore ma è lo stile gelido con cui è narrata la vicenda a shockare. Lo spettatore si avvicina al respiro di un serial killer e riesce a leggere nella sua mente. Riesce a penetrare per qualche secondo nel pensiero gelido che corre nell'anima del protagonista ,quanto di più vicino al concetto di umano e mostro, un pensiero dannatamente vero e crudo. Henry compie tali omicidi nella più totale naturalezza e disinvoltura, è questo il fattore predominante che ci sconvolge, il pensiero di lui mentre guarda nello specchietto retrovisore ed immagina una sua nuova vittima.La mente calcolatrice di Henry elabora piani e trucchi per evitare di essere scoperto,ed ogni volta che uccide è come se rivedesse la madre che lo umilia e lo obbliga a vestirsi da donna, per lui uccidere è ogni volta liberarsi dall'incubo costante del passato. Per uscire nelle sale cinematografiche il film ha avuto anni di problemi con la censura e dopo tanto tempo siamo qui a criticarlo, lodarlo forse anche distruggerlo solo per il semplice motivo di renderci immuni dinanzi a tanta crudeltà in un'essere umano. Fa paura pensare che esista la possibilità che per qualcuno "uccidere sia un gioco da ragazzi".La maestria del film risiede nella sua capacità di mostrarci l'indole omicida in qualsiasi gesto: andare in macchina, guardare la cassiera, cenare con amici, bere una birra.. Mai un film è riuscito a rendere palpabile e concreta l'idea del serial killer come questo. Guardandolo attentamente non si riesce a capire chi è "il buono" o chi "il cattivo": il male può aleggiare in ognuno di noi…basta trovarlo.

HORROR IN BOWERY STREET
(STREET TRASH)
di Jim Muro

Nel più squallido quartiere newyorkese i barboni passano la loro esistenza tra liti, ubriacature e altre circostanze degnamente fatte per il loro stile di vita. In un negozio di liquori viene ritrovata una cassa di uno sconosciuto alcolico ,rimasuglio dai tempi della guerra vietnamita. Il viper (tale è il nome della bevanda)sarà ingerito dai vari barboni malcapitati che dopo bevuto si scioglieranno come burro al caldo. Così il negoziante mette in offerta la bevanda e i barboni subiranno una terribile sorte ancor peggio di quel che gli può capitare nelle vie degradanti della metropoli. Il film si ricorda per lo splatter esagerato nelle scene di "squagliamento", dove ognuno prende una tinta diversa (blu,giallo,rosso,ecc…) . Il disastro provocato dal viper si manifesta in liquido,esplosioni e collasso sopra un cesso ( un barbone si scioglie letteralmente sopra la tazza!!!). Ci troviamo di fronte ad una varietà di sostanze putride che si differenziano nelle loro forme e colori con molta fantasia. Non ci si annoia affatto ed è eccezionale lo splatter esplosivo del finale! Un trash in piena regola. Uno splatter con le carte in tavola. Horror in Bowery Street: il "melting movie" degli anni 80.

HOSTEL
di Eli Roth

La vacanza europea di due ragazzi americani, iniziata tra i locali di Amsterdam e proseguita tra vari ostelli all'insegna del divertimento e del sesso facile, sfocia nel sangue quando, alla ricerca di emozioni sempre più forti, si imbattono in una vecchia fabbrica abbandonata, divenuta teatro delle più atroci esibizioni di violenza per ricconi annoiati. Il secondo film di Eli Roth conferma le capacità del regista già emerse nell'interessante “Cabin Fever”, e ne fa uno dei nuovi nomi di punta del cinema horror contemporaneo. Hostel è così cattivo e feroce che non si riesce mai a capire bene quando finisca la consapevolezza del genere e quando invece cominci la manifestazione del gratuito e del fine a sé stesso. Parte come una sorta di teen college movie con smodate dosi di tette e culi per poi pian piano affondare le proprie mani nel sangue e nelle viscere, come un grand guignol d'altri tempi. Roth sa esattamente cosa vuole il suo pubblico, e sa accontentarlo senza mezze misure; però sa anche come ricattarlo e come farlo sentire vittima e carnefice allo stesso tempo. Dietro ogni immagine si nasconde un pensiero, un'etica del fare cinema che a molti cinematografari da quattro soldi oggi non interessa più: al di là della più facile lettura contemporanea (la fabbrica come una sorta di Abu Grahib), Hostel mette in scena una condizione che è di tutti e alla quale non si può scappare (occhio alla trasformazione del protagonista negli ultimi venti minuti), unendola a una grande perizia tecnica da solido cinema di genere.

HOUSE OF 1000 CORPSES
di Rob Zombie

Due coppie in vacanza, in una desolata zona d’America, raccolgono una formosa & sexy autostoppista. Si scatena un temporale, la macchina dei ragazzi si rompe…che fare ? Visto che ormai sono giunti a casa dell’autostoppista, mi sembra più che ovvio accettare un po’ di ospitalità. Peccato che la famigliola della ragazza sia alquanto strana. Anzi, direi che strana non è proprio il termine esatto con cui definirla. Calza meglio psicopatica. La trama di questo film per caso vi ricorda qualche altro horror ? Ovviamente è impossibile non notare riferimenti espliciti a “Non aprite quella porta”. “House of 1000 corpses” è un evidente omaggio (quasi un remake, sotto certi aspetti) al capolavoro di Hooper anche se, a differenza del suo predecessore, rincara la dose di sangue, crudeltà e parodistica follia. La rockstar Rob Zombie, grande patito di film di serie b (che spesso vengono citati anche nei testi delle sue canzoni, specie in quelle realizzate con la sua storica band “White Zombie”), usa uno stile da “videoclip” per narrare questa vicenda di morte e pazzia. Gli ingredienti del film sono: montaggio frenetico, spezzoni girati direttamente in video alternati ad altri in pellicola, colonna sonora incalzante, movimenti di macchina assurdi, fotografia "fumettistica", recitazione sopra le righe, ottimi effetti speciali e violenza grafica. E’ a livello visivo che Rob Zombie piazza i suoi colpi migliori, trascinando lo spettatore in un viaggio delirante zeppo di humor nerissimo e cattiveria. I personaggi sono senza spessore, vittime sacrificali senza speranza che subiscono soprusi dall’inizio alla fine della storia, completamente privati di una qualsiasi forma di riscatto.

IDENTITA'
(IDENTITY)
di James Mangold

Una vera sorpresa questo “Identità” b-movie intelligente, ritmato e diretto con ottima verve dall’esperto e versatile Mangold. In una notte tempestosa, dieci personaggi si ritrovano in un motel alla ricerca di riparo ed assistenza. La situazione difficile diventa drammatica quando uno ad uno iniziano morire per mano di un assassino misterioso. Si scatenano i sospetti fra i sopravvissuti che non si fidano più l’uno dell’altro. Cosi’, mentre si cerca di svelare l’identità del killer vengono fuori strane coincidenze fra le identità stesse degli elementi del gruppo. La soluzione dell’enigma sarà sconvolgente. Veder un piccolo grande film come questo venir gettato nel miasma delle proiezioni estive di basso livello fa tanta rabbia. “Identità” è un film teso, ben orchestrato e con attori validi (Cusack, Liotta e la Peet recitano assai bene) in cui il budget contenuto viene valorizzato da una sceneggiatura arguta ed interessante. Mangold, che gioca abilmente con i flashback e gli spostamenti temporali, crea un’atmosfera cupa miscelando thriller ed horror. Il soggetto del film è stato scritto da Michael Cooney (ebbene si! Trattasi del regista del cult trash “Jack Frost”) che riflette sul tema dell’identità e della mente distorta, giocando con lo spettatore che riceve piccoli (ed insospettabili) indizi per tutto l’arco della vicenda. Non manca neanche il gore che seppur moderato (ma chi sente il bisogno di violenza gratuita in un film del genere ?) sortisce il giusto effetto in un paio di scene. Vivamente consigliato.

ILS
(THEM)
di David Moreau & Xavier Palud

Una coppia di coniugi vive una tranquilla esistenza, finchè una notte l'orrore irrompe senza preavviso e senza motivo. I due si troveranno braccati da presenze sconosciute, che hanno fatto irruzione nella loro casa di campagna e che gli daranno una caccia spietata e senza tregua. Il plot di “Ils” è tutto qua. Due righe sono più che sufficienti per descrivere la storia di questo horror francese del 2006 che si rivela essere un prodotto brillante, ritmato e molto teso. Giocato abilmente sulla classica dicitura “ispirato a fatti realmente accaduti”, “Ils” si muove sul terreno dell'orrore suggerito, sfruttando il gioco del vedo-non-vedo alla perfezione e scandendo ritmi d'azione in modo impeccabile. Il film riesce a trasmettere un senso di claustrofobia e pericolo quasi costante, aiutato dall'ottima prova del duo d'attori, da una fotografia gelida e cupa, da un commento sonoro essenziale ma efficace e, soprattutto, grazie alla regia intelligente e serratissima della coppia Moreau/Palud (tra l'altro i due registi sono già stati fagocitati dalla macchina hollywoodiana per il remake dell'horror orientale “The Eye”, in arrivo nel 2007). Il budget ridotto all'osso non risulta un limite per “Ils” che anzi dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, di come sia possibile creare un ottimo prodotto senza mezzi colossali ma solo con idee ed abilità. Nei suoi scarsi 80 minuti di durata il film è in grado di regalarci un'ottima dose di brividi ed un finale che svela, in modo particolarmente inquietante, l'identità delle presenze assassine che risultano spaventosamente vicine alla realtà quotidiana. Se si unisce questo al fatto che, nella mente dello spettatore, aleggia sempre la scritta d'apertura del film “ispirato a fatti realmente accaduti”, il gioco è fatto e l'effetto finale è ancora più forte e duraturo. Una mossa furba, senza dubbio, ma efficace in questo caso, come in pochi altri. Il film ha vinto l'edizione 2006 del Ravenna Nightmare Festival.
Vivamente consigliato
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INFERNO
di Dario Argento

Dopo aver sconvolto critica e pubblico (sia dal punto di vista narrativo che in quello oggettivo) con il precedente "Suspiria", Argento crea il suo film più personale ed illogico, fin dal titolo : "Inferno". Le tematiche che in "Suspiria" erano state per la prima volta affrontate, ora sono amplificate ed estremizzate tanto da lasciare il pubblico stordito ed attonito dagli eventi che hanno coinvolto i protagonisti. Se in "Suspiria" il male era rappresentato dalla stregoneria, ora non c'è nessun punto di riferimento, gli stessi omicidi avvengono senza motivo apparente. Lo svolgimento della trama si interseca tra due città: Roma prima e New York poi; nella metropoli italiana assistiamo al nascere della vicenda dopo che l'americana Rose, in seguito alla lettura di un antico libro intitolato "Le tre madri" e la successiva lettera spedita a Roma al fratello Mark per raccontargli dell'accaduto, fa una macabra scoperta nello scantinato del palazzo dove abita. Qui veniamo a conoscenza ad una delle scene più riuscite della filmografia Argentiana, esattamente quando ella scopre un appartamento sotterraneo completamente sommerso dall'acqua: in un tripudio di rumori fuori sincrono, è "aggredita" da un cadavere decomposto e dal quale con difficoltà riesce a liberarsi e tornare in superficie. Ha trovato l'antro di Mater Tenebrarum, una delle tre madri che governano il mondo e a cui l'architetto Varelli ha costruito tre dimore: questa di New York, un' altra a Friburgo (tornano i luoghi di "Suspiria") abitata da Mater Sospiriorum e l'ultima a Roma, dove impera Mater Lachrimorum la più bella e giovane delle tre. Ancora una volta elemento fondamentale è la musica, sia per quanto riguarda la splendida colonna sonora composta da Keith Emerson, sia quando fa da accompagnamento alle sequenze più terribili. Classico esempio è il massacro della collega di studi di Mark e del suo vicino di casa, dove sulla base del "Và pensiero" di Verdi e in un alternarsi di efficienza di energia elettrica si consumano i due omicidi, con una sinronia di musica ed immagini veramente agghiacciante (Argento riprenderà questo espediente in un suo film successivo "Opera", anche se con fini diversi). Le mani dell'assassino sono, come in "Suspiria", non umane, molto affusolate ed incartapecorite così da indicare una figura estranea ai nostri canoni conoscitivi. Gli animali hanno un valore simblico eccezionale, poichè ad esewmpio il gatto ,animale domestico per eccellenza, è qui rappresentato come un aggreesivo e spietato felino (vedi l'omicidio di Elise, una contessa amica di Rose); nello stesso tempol'anziano antiquario Kazanian, nemico dichiarato dei gatti, in una notte di luna piena, durante l'annegamento di vari felini, verrà attaccato e dilaniato dai topi, l'animale per eccellenza nemico del gatto, che lui con la sua ottusaggine ha sempre odiato ed eliminato. Ritorna in questo frangente la scena chiave che si era vista in "Suspiria" (l'omicidio del pianista cieco da parte del suo cane): in seguito alle grida di aiuto di Kazanian, accorre armato di un coltellaccio un venditore ambulante il quale, invece di aiutarlo, lo finisce con dei precisi colpi di taglio al collo. E' qui l'essenza di "Inferno", l'assurdità delle situazioni con la consapevolezza che ad orchestrare tutto c'è il male assoluto, l'inferno tra noi. Scenografie e luci si rifanno al film precedente, con colori accesi ed innaturali circoscritti in contesti allucinanti (vedi il palazzo newyorkese sede di tutte le disgrazie). Le analogie con "Suspiria" si ritrovano anche alla fine del film, quando Mark si scontra sia con l'architetto Varelli, colui che progettò le tre dimore, ma soprattuttocon Mater Tenebrarum o meglio ancora la Morte; tutto questo mentre il palazzo va a fuoco e lui riesce a fuggire all'esterno dove già sono pronti i pompieri, ma oramai l'Inferno è sulla Terra, come già era accaduto in passato. Film quindi apparentemente poco comprensibile, affascinante, estremamente violento e suggestivo, in cui la maestria nel girare di Argento si è fatta ancor più raffinata: carrellate esemplari come la sequenza dell'auditorium a Roma, dettagli di serrature che si chiudono, la macchina da presa che segue le onde sonore attraverso dei tubi fino alla orecchie di qualche oscuro ascoltatore nella dimora maledetta di New York. Tutto questo il pubblico lo premiò con ottimi incassi, in molte parti del mondo

L'INQUILINO DEL TERZO PIANO
( LE LOCATARIE - THE TENANT )

di Roman Polanski

Decimo lavoro di Polanski, si colloca senza indugi tra i suoi film più rappresentativi ed evocativi, essendo anche ispirato ad un romanzo ("Le Locatarie Chimerique", di Roland Topor) di cui ne migliora sicuramente il senso artistico. Un timido archivista polacco di nome Trelkosky ( mirabile interpretazione di Polanski ) si trasferisce a Parigi in un'appartamento precedentemente abitato da una ragazza di nome Simone Chule, suicidatasi poco prima gettandosi dalla finestra .Da quando Trelkosky prende possesso della casa la sua vita comincia lentamente a cambiare. Vessato da inquietanti e grotteschi vicini, scopre nell'appartamento orribili tracce dell'ex-inquilina ed inbocca progressivamente un tunnel di oscurità e follia fino al totale sdoppiamento di personalità nella ragazza. Si tratta sicuramente del film più "Kafkiano" del grande regista polacco, e probabilmente anche il più intriso di complesse strutture metaforico-interpretative. La prima e più evidente è senz'altro quella di condominio-alveare visto come universo aggregante dal punto di vista fisico, ma disgregante da quello psicologico. Tutti gli inquilini dello stabile ( dalla portiera al padrone di casa ) sembrano infatti seguire uno strano iter comune fatto di irrazionali scortesie, assurde lamentele, grottesche vendette. Del resto ci si accorge man mano che anche i propietari del bar accanto allo stabile fanno di tutto per cercare di evocare, riesumare, la vita e le abitudini della ragazza morta suicida per riadattarle alla persona di Trelkosky. L'esoterismo ed il misticismo sono dosati con tocchi virtuosi: un libro, una cartolina fino ad arrivare agli inquietanti geroglifici incisi sulle mura del bagno di fronte la stanza del protagonista. L'esplicito simbolismo di Polanski si fa via via più estremo: dagli inquilini immobili nel bagno ai macabri ritrovamenti nei buchi delle pareti per finire all'inesorabile sdoppiamento di personalità ( con tanto di vestiti ) in Simon Chule. Trelkosky sembra da subito ingabbiato in un sinistro meccanismo più grande di lui dal quale non riesce a svincolarsi, pedina condannata dalla inesorabile ciclicità del destino. Il film è tecnicamente ineccepibile, sullo sfondo di una Parigi vitrea ed anonima la macchina da presa mostra il condominio ( tutto ricostruito in studio ) con continui e mutevoli cambiamenti di punti di vista: le prospettive incrociate evocano sempre più il totale smarrimento del protagonista, enfatizzando al massimo la profonda inquietudine che pervade il film. Mirabile esempio di terrore quotidiano, ( sempre suggerito ma mai mostrato a pieno ), "L' inquilino del terzo piano" è una grande prova di maestria di uno dei più talentuosi registi del nostro secolo; profondamente disturbante e, a 27 anni dalla sua uscita, sempre più attuale ed inquietante.

L'INSAZIABILE
(RAVENOUS)
di Antonia Bird

19° secolo. Siamo in piena guerra tra Messico e Stati Uniti, l'America è ancora un territorio in gran parte selvaggio ed incontaminato. Bizzarra ambientazione per un cannibal movie ed effettivamente così è per un film che rivisita in maniera degna e interessante il filone che tanto fece discutere negli anni '70. Ovviamente scordatevi scene raccapriccianti, interiora che volano da un lato all'altro dello schermo e presunte voci di snuff movies. Questo è un prodotto confezionato nel 1999, dove tutto è permesso purché si lavori entro certi limiti. Detto questo com'è questo film, il cui titolo in realtà non lasciava a mio avviso presagire niente di buono? Bello, molto bello, non certo un capolavoro ma una rivisitazione come detto a cui sono state aggiunte interessanti novità (ambientazione, costumi, nonché retaggi folkloristici) per compensare l'ovvia mancanza di ciò che ha reso celebre il filone (leggasi scene splatter da infarto e lezioni di anatomia comparata tramite pellicola cinematografica). In uno sperduto avamposto dell'esercito americano John Boyd (un ottimo Guy Pearce) ha da poco preso servizio quando una notte arriva a Fort Spencer, sperduto baluardo di civiltà, un uomo, sopravvissuto ad un infernale viaggio durante l'inverno che racconta la tragica fine di una carovana guidata da un militare. Sperduti nei boschi l'ultima risorsa di cibo era la carne...umana ovviamente. Riuscito a fuggire prima che le cose lo coinvolgessero di persona riesce a raggiungere il forte. Parte ovviamente una spedizione per andare a cercare il luogo del misfatto e recuperare i corpi ed una donna che, secondo il racconto dell'uomo, era ancora in vita quando lui scappò. Ovviamente le cose non stanno propriamente così e decisamente prenderanno una brutta piega. Il film in sé batte strade già percorse ma lo fa come già detto inserendo interessanti connotazioni personali alla trama che rivestono la pellicola di un interessante fascino. Nota a parte per le musiche, a mio parere assurde (nei momenti di tensione partono marcette militari abbastanza comiche, nei momenti relativamente tranquilli quelle più tese) ma inaspettatamente calzanti nell'atmosfera malata e selvaggia dell'America. Ottime le scenografie, così come l'intreccio ella trama, e i costumi, indispensabili per rendere credibile il film nella particolare ambientazione scelta. Da non dimenticare che, nonostante non ci siano scene scandalose, alcune scelte registiche riescono a rendere anche un pranzo festoso qualcosa di nauseante, nonché la presenza di una buona dose di sangue, giusta controparte horror in una pellicola che di norma dovrebbe fare della violenza la sua arma vincente. Tutto sommato la variante apportata al classico cannibal movie riesce a tener incollato lo spettatore fino al sarcastico finale, scevro di un positivismo di maniera e degno di un film che fa del dubbio e della dialettica un'arma interessante, rendendo ottimamente anche i dialoghi (che negli anni '70 erano inesistenti), e le psicologie dei personaggi coinvolti, dando anche un'interessante analisi a quelle che sono le paranoie dell'essere umano alle prese con un piatto di carne umana.. Mangiare e sopravvivere o mantenere dignità umana e morire? Perchè in fondo, come è scritto sulla cover della videocassetta, "Tu sei quello che mangi...".

IN.TE.
di Marco Carlucci

Due personaggi a confronto all’interno di una cupa sala da interrogatorio. Miller, un detective aggressivo e Shoo, un criminale assassino. L’interrogatorio di Miller è concitato mentre l’altro si limita a rispondere in modo oscuro, ostentando una calma inquietante. Shoo stringe fra le mani una strana pietra verde che nasconde un segreto…un terribile segreto che il detective Miller sperimenterà sulla sua pelle. L’opera in questione, realizzata in miniDV, possiede due pregi fondamentali: una tecnica eccellente ed una capacità di sintesi estrema. Difatti tutta la vicenda si svolge in soli 2 minuti con un meccanismo narrativo logico, chiaro ed efficace. Carlucci dimostra tecnica di regia ed esperienza mantenendo alta la tensione e scandendo impeccabilmente il ritmo. Montaggio (sempre realizzato da Carlucci) perfetto, fotografia suggestiva e molto professionale ed attori ottimi.

ISOLATION
di Billy O'Brien

Dall'Irlanda giunge una lieta sorpresa, un horror cupo e crudele, pessimista e soffocante. Una fattoria sita su un'isola è in crisi economica. Per ovviare alle magre finanze, il proprietario permette ad una coppia di scienziati di effettuare esperimenti genetici sulle mucche, al fine di renderle più produttive e robuste. Ma qualcosa va storto ed un'orrenda mutazione s'innesca nei bovini, che daranno alla luce una bruttissima sorpresa. Diretto con uno stile molto personale ed eccellente tecnica dall'esordiente O'Brien (in precedenza aveva realizzato solo cortometraggi), il film in questione riesce a creare un'atmosfera estremamente cupa dove la fotografia, dura e notturna, e le scenografie che trasudano umidità e viscidume ammantano le immagini di un alone estremamente minaccioso. Sorretto da un cast in ottima forma, “Isolation” regala attimi di tensione, specialmente nella prima parte in cui l'orrore matura con lenta progressione. E' un peccato però che la sceneggiatura scelga di incanalarsi sui binari dell'horror debitore di “Alien” e che si assista, nella seconda metà di film, alla classica caccia alla preda, dove uomo e mostro si scambiano a turno i ruoli. Probabilmente il battage pubblicitario, durante la pre-produzione, del neozelandese “Black Sheep”, che narra di pecore mutanti, avrà influenzato in parte la scelta di usare un animale come la mucca in “Isolation”, per stuzzicare bizzarre fantasie negli spettatori, abituati ormai a creature sempre più improbabili nei recenti film horror. In parte avrà avuto il suo peso la cronaca nera degli ultimi anni, col triste caso della malattia della “mucca pazza” e il potenziale fascino morboso che la cosa poteva esercitare sull'audience. Ma quel che è certo è che “Isolation” prende, fin dalle prime immagini, distanza sia dai toni demenziali di “Black Sheep” che dall'exploitation sull' encefalopatia spongiforme, per imboccare la strada dell'horror cupo e violento.

JASON X
di James Isaac

Nel 1996 sembrava che fosse finita, sembrava che Jason fosse stato definitivamente debellato ma ecco che nel 2001 giunge quest'inaspettato decimo capitolo del più lungo serial che il mondo cinematografico dell'orrore ha conosciuto. Il centro ricerche genetiche di Crystal Lake (!?!?) è intenzionato a scoprire il segreto delle capacità rigenerative che rendono praticamente immortale Jason. Il nostro mattacchione ovviamente non ha intenzione di farsi studiare come una cavia e cosi' inizia ad accoppare tutti. Ma una battagliera dottoressa riesce ad ibernarlo restando però anch'essa intrappolata nella stanza criogenetica. Nel 2455 ecco giungere una spedizione spaziale che recupera i corpi congelati di Jason e della dottoressa. Il pianeta terra è divenuto inabitabile e la popolazione si è trasferita nello spazio dove la nanotecnologia ha fatto passi da gigante ed è in grado di rigenerare tessuti morti con l'inserimento di parti meccaniche. Cosi' sia la dottoressa che Jason vengono risvegliati e ricostruiti. Il gigante, una volta sveglio, si mette a fare l'ennesima strage sull'astronave fino a quando una donna cyborg lo maciullerà a suon di fucilate. Finita? Macchè, i computer impazziti si mettono a ricostruire di nuovo il corpo di Jason rendendolo un cyborg incazzatissimo! Saranno dolori per tutti…Quest'ultimo capitolo della saga è una assoluta presa in giro di tutti gli stilemi che hanno contraddistinto fino ad ora la saga Jasoniana. La massiccia dose d'ironia unita ad un uso del gore divertente rende questo "Jason X" assai spassoso. Tutti i personaggi sono delle macchiette : la dottoressa avvenente assolutamente non credibile, il marines d'acciaio alla Aliens, i teenagers scienziati che non stanno né in cielo né in terra ( e che pensano più ad accoppiarsi che a lavorare ) e lo stesso Jason "gigionissimo" specie nella versione cyborg-ridicola. James Isaac, già regista di "La casa 7 (House 3 - Horror Show)" e supervisore degli effetti speciali in big-movies come "Il ritorno dello Jedi" e "Gremlins", ha un'ottima cura dell'immagine e delle inquadrature ed un notevole senso del ritmo. Favolosa la scena in cui Jason viene a trovarsi in una stanza in cui vengono proiettati dei paesaggi virtuali. Il mostro si ritrova a Crystal Lake con tanto di avvenenti ragazze che lo provocano inneggiando al sesso e agli spinelli!!! Per quanto riguarda il gore c'è da segnalare la scena in cui Jason, dopo aver congelato la testa di una dottoressa infilandola in una vasca di azoto liquido, le spappola il cranio contro un tavolo.

JEEPERS CREEPERS
di Victor Salva

Trish e Darry stanno tornando a casa per trascorrere qualche giorno di vacanza dal college con i genitori; i due scelgono, piuttosto che il caos delle autostrade, una strada più lunga ed isolata, immersa nel verde delle immense colline della Florida. Paesaggi bellissimi, aria pulita e interminabili prati custodiscono però un oscuro segreto che i due ragazzi non riuscirebbero mai ad immaginare, neanche nel loro peggior incubo. Di colpo compare nello specchietto retrovisore un vecchio camion arrugginito che chiede strada e con continue manovre di disturbo ad alta velocità, tenta di mandarli fuori dalla carreggiata per poi fuggire a tutto gas. Quando tutto sembra essere dimenticato ed il tremendo spavento sembra essere passato ecco che, qualche chilometro più avanti, i due ragazzi scorgono ai lati della strada un vecchio casolare apparentemente disabitato; a destare i sospetti e la loro curiosità è però ancora una volta il camion, lo stesso che li aveva superati poco prima e che ora è parcheggiato proprio lì ed ha accanto uno strano individuo indaffarato a gettare in una specie di tunnel due sacchi molto somiglianti a due corpi umani avvolti in lenzuoli sporchi di sangue. Dopo essersi accorti che il losco figuro li ha riconosciuti e si è accorto di essere osservato, Trish e Darry scappano a gambe levate ma, dopo qualche minuto di riflessione, vengono colti da un rimorso di coscienza e decidono di tornare indietro per scoprire cosa relmente ci fosse dentro quei sacchi. E' proprio questo il momento in cui in ogni film horror "il protagonista fa qualcosa di molto stupido e viene odiato per questo!". La verità è a dir poco agghiacciante: il tunnel conduce ad una cantina di quello che non risuterà essere un semplice casolare abbandonato ma una vecchia chiesa sconsacrata che nasconde nei sotterranei numerosi cadaveri mutilati, orrendamente conservati come trofei di caccia. Dopo aver scoperto la loro intromissione il misterioso presunto maniaco inizierà una spietata caccia all'uomo, come se per lui i due ragazzi avessero qualcosa di particolarmente prezioso da conquistare a tutti i costi. Più avanti, con l'aiuto di una sensitiva si scoprirà che in realtà l'individuo in questione è un mostro-demone-vampiro che risorge tremendamente "affamato" dagli inferi ogni ventitreesima primavera per una durata di 23 giorni. Ogni qual volta sentiranno il ritornello della famosa canzoncina che fa "...Jeepers Creepers ma che begli occhi hai.." vorrà dire che lui è vicino e non rimane altro che scappare. Un horror, che è stato definito da molti come "spaventoso" e "terrorizzante" è apparso invece pressochè ridicolo, senza trama e come al solito, spiluccato da alcuni dei più grandi capolavori del cinema horror-thriller che si siano mai visti. Citiamo doverosamente i due titoli principali che ci sono venuti in mente sin dalle prime scene e cioè "La notte dei morti viventi" di George Romero, il cui dialogo iniziale in macchina tra fratello e sorella nei pressi di una strada praticamente deserta è stata per Salva (per sua stessa ammissione) una palese fonte di ispirazione e "Duel", il primo indiscusso "capolavoro" di Steven Spielberg, un thriller essenziale e angosciante in cui un vecchio camion perseguita letteralmente un povero automobilista per tutto il viaggio facendolo quasi impazzire ed incutendo nello spettatore una tensione incredibile dall'inizio alla fine (cosa che a Jeepers Creepers non riesce mai). Altro che canto del diavolo, avrebbero dovuto intitolarlo "Jeepers Creepers- Il Ronfare del Pubblico"... Eh si, è proprio difficile fare un bel film horror oggi giorno, ma farlo tanto brutto era quasi un'impresa più ardua. Complimenti a Victor Salva che ce l'ha messa davvero tutta e ci è riuscito alla perfezione partorendo questo film che passerà alla storia come l'ennesimo horror insignificante di questa stagione. I protagonisti sono guarda caso due teenager che, sulla scia di "Scream", "Nightmare" e "So cos'hai fatto" cercano, senza successo, di farsi strada nei cuori degli appassionati dell'horror giovanile risultando piuttosto inespressivi e con doti recitative da soap opera. La creatura che risorge ogni 23 anni per mangiare occhi per vedere, polmoni per respirare e cuori per vivere (tanto per citare qualcuna delle numerose assurdità del film) è totalmente senza senso. Perchè il demone compare proprio al risuonare del motivetto che poi da il titolo al film? Forse perchè il regista era a corto di idee e non gli veniva in mente come intitolare questa accozzaglia di idee confuse che risulta essere Jeepers Creepers? Ma non è finita qui...le sembianze della creatura sono umane ma ha sul volto come una specie di corazza che lo fa somigliare ad un gigantesco scarafaggio che se ne va in giro con una specie di ascia uncinata a massacrare le sue vittime, guidando magistralmente un enorme camion fischiettando quà e là la "famosa" canzoncina. Come se non bastasse questo fatidico mostro demoniaco ad un certo punto tira fuori anche un bel paio di grosse ali plastificate color avorio (?!) da pipistrellone draculiano e si allontana volacchiando con la preda tra i denti. Sembrava una di quelle creature che costruivamo da bambini con la scatola della fabbrica dei mostri. Numerose e fragorose le risate riservate a queste chicche che dovrebbero essere di un film del terrore! Viva la faccia di Freddy Krueger, che sarà pur bruttissima, ma di sicuro effetto e fascino; andate a chiedere a Robert Englund se è contento o meno di aver recitato con addosso i panni del mostro di "Nightmare"! Meglio per lui che non si veda la vera faccia dell'attore che interpreta il diavolo in Jeepers Creepers; il volto di Jonathan Breck (colui che giace sotto la maschera) eviterà così di essere associato a questo brutto film. Veramente una delusione quest'ultimo lavoro del regista californiano Victor Salva. Torna infatti sul grande schermo, dopo il brutto episodio di pedofilia risalente al 1981 che gli ha quasi stroncato la carriera, ripresentandosi ancora una volta con un film prodotto e realizzato con lo zampino di Francis Ford Coppola (l'American Zoetrope fa capo a lui). La collaborazione tra i due iniziò nel 1988 con "Clownhouse" un piccolo capolavoro di suspance senza squartamenti sangunolenti per cui Salva viene ancora stimato e ricordato dagli appassionati del genere; nel 1995 il regista tornò sugli schermi con il piacevole "Powder-Un incontro straordinario con un altro essere", quasi una favola fantascientifica che narra di un ragazzo albino che si ritrova degli strani poteri dovuti alla carica elettrica che si porta addosso frutto di un fulmine che colpì la madre quando era incinta. Forse erano gli ultimi residui di talento che gli erano rimasti...avrebbe dovuto fermarsi lì. Ah dimenticavo di dire che è già in fase di realizzazione (purtroppo) l'immancabile ed inevitabile sequel, diretto ancora da Salva, e che stavolta avrà come sventurate vittime un intero pullman pieno zeppo di giocatori di basket e cheerleaders. Chi è ancora in tempo si metta in salvo da entrambi.

JEEPERS CREEPERS 2
di Victor Salva

L’ottimo (ed inaspettato) successo commerciale del primo “Jeepers Creepers” non poteva che dare origine ad un immediato sequel da propinare ai teenagers di tutto il mondo. Questa volta, protagonisti della vicenda sono un gruppo di giocatori di basket, accompagnati dalle “cheerleaders” della squadra, che se la dovranno vedere col consueto demoniaco mostro. Il cattivone, mai sazio di membra e organi umani, buca le ruote dell’autobus che trasporta i ragazzi e poi si diletta nel dargli la caccia uno ad uno. I giovani, asserragliati all’interno del veicolo, passeranno una bruttissima nottata…A differenza del suo predecessore, questo sequel rinuncia a qualsiasi velleità da horror serio. Se nel primo capitolo,la mezz’ora iniziale di film era cupa nell’atmosfera e nelle premesse (salvo poi perdersi in una seconda parte gigionesca e piuttosto ridicola a mio modo di vedere) questo “Jeepers Creepers 2” parte come horror fracassone e si conclude come tale. Se si esclude qualche momento troppo verboso, il ritmo del film è alto, non mancano effetti speciali e situazioni piuttosto stereotipate ma gustose. Salva dimostra interessanti doti tecniche e costruisce in modo dinamico le sequenze d’azione e d’orrore, riuscendo anche a fornire ulteriori indizi sulla natura del demone da lui stesso ideato (cosa che nel primo capitolo rimaneva assai oscura). La sceneggiatura ed i dialoghi sono di routine, senza pretese d’originalità, e gli attori se la cavano decentemente. Un pizzico di gore, a condire il tutto. Ovviamente chi vuole un horror di spessore deve rivolgersi altrove, ma come prodotto per teenagers in cerca di intrattenimento, può andare più che bene

JIGOKU
(HELL)

di Teruo Ishii

Un saggio su una infernale ossessione strutturale : Jigoku 99 è il brillante remake/tributo dell'omonimo capolavoro,recentemente restitutito ai fasti del colore,di Nagasawa Nobuo. La personale visione degli Inferi di Ishii, è ripartita con impeccabile inflessibilità in due crude parti : il primo svolgersi narrativo è ispirato ai luridi e abominevoli atti criminosi di un giovane pedofilo che successivamente e impietosamente,sarà trascinato e poi torturato senza alcuna misericordia nei gorghi del Tartaro giapponese da untuosi demoni...La seconda parte,è "dedicata" ai crimini di una setta religiosa "vagamente ispirata" all'ordine Aum Shinrikyo ("Ordine della suprema verità") responsabile dell'atto terroristico con il gas nervino, nella metropolitana di Tokyo avvenuto negli anni '90. Rika è una bella ragazza di 16 anni, un giorno decide di iscriversi per curiosità in una classe di yoga per ritrovare l'eqilibrio perso a seguito di lutti e disgrazie. Sventuratamente e senza saperlo, la dolce ragazza entrerà negli ingranaggi soffocanti e stritolanti di una setta religiosa capitanata da un farlocco sedicente santone e dalla sua congrega di psicopatici sessuali... Rika diverrà figura simbolo chiave del culto perverso del "santone" e della sua abbietta pseudo-comunità religiosa. L'ingenua ragazza ben presto realizzarà con indicibile orrore in quale deviata dottrina si è inavvertitamente avventurata... La particolarissima dis-visione Ero-Guro* dell'Inferno (jigoku) del "re del cult"Ishii è realmente sfiancante, sprezzante, sadica, genuinamente malvagia, nefanda, sporca, perversa, tuttavia incredibilmente affascinante. A darci il benvenuto presso i cancelli mistici e "vaginali" dell'eterno oblio, "erebe"caricature Di Oni, minacciosi e giganteshi demoni della tradizione taoista-sciamanica, peccatori dalla pelle albina, infernali e sadici Orchi, e infine ma non meno importante,colui che regge con pugno di ferro, le legioni infernali e che sentenzia con impassibilità gli atroci supplizi dei peccatori,"Lord EnMa",divinizzazione ermafrodita spietato giudice ma al contempo compassionevole "vecchina". La visione di Ishii dell'inferno, è esplicita e senza fronzoli, è una atmosfera di opprimente e sfiancante asfissia e sporcizia, è un cinema crudo quello del Re del Cult,teso allo spasimo, costantemente in equilibrio tra genialità, cialtroneria e kaiju. Jigoku è una pellicola flemmatica, una delirante pittura giappo-fiamminga, una cromatica miscela alchemica di incantevoli atmosfere (seppur opprimenti),dove il disagio dello spettatore cresce progressivamente innanzi a un mondo apparentemente in fase di mutamento,ma dove realmente non cambia nulla.Muovendo dunque da tematiche che lo affascineranno in quasi tutta la sua filmografia, il prolifico Ishii ha scelto di rappresentare il "Jigoku" con un esasperato sadismo iperviolento,e volutamente poco realista,una narrazione inquieta e inquietante,un palpabile senso di disagio e alcune fugaci intermittenze di soft-core,fanno di Jigoku un saggio su una infernale ossessione,strutturale. Ishii,crea visivamente e magistralmente una promiscuità sanguinea di colori che danzano dinnanzi allo spettatore che inerme e ammutilito, sonda visivamente le profondità dell'inferno stesso. Accese tonalità vermiglio,tenui blu-cobalto,verdi opacizzati,infestano meravigliosamente il japan movie di Ishii,la pellicola fagocita letteralmente lo spettarore che come un moderno Dante,percorre e incorre nella cattura visiva iconoclasta della pellicola stessa. Parte indubbiamente rilevante nella pellicola è riservato alle interpretazioni dei peccatori e alla bruzzaglia degli orridi Orchi,che danzano con movenze teatrali intorno agli sventurati peccatori che dovranno poi essere tormentati per l'eternità nelle visciere dell'inferno Ishiano. Dato che il film è stato concepito "teatralmente", è posta molta cura e attenzione alle espressioni facciali e nelle recitazioni "roboanti". Distaccata comparsa del film, la presenza di un samurai, etereo, fantasma, stanco, "eroe di passaggio",forse un auto-riferimento all'omonima opera cinematografica "Jidaigeki: Bohachi Bushido"lo spadaccino errante mercenario" (Porno Period Drama: Bohachi Bushido,1973). Il "Re del cult" Ishii, crea un intreccio di richiami sul significato di visione e sguardo nell'epoca mediatica del presente, si compiace (pur non privo di morale) nel far compiere ai suoi personaggi diabolici supplizi e torture sui malcapitati peccatori,sentenziando definitivamente che,nel "suo" Inferno, non vi è spazio per "il dolore psicologico o intospettivo, filosofeggiante nella nostra cultura " ma bensì, solo la promessa di una dimensione di dolore eterno e di crudeli torture può farci riflettere sul nostro cammino da vivi. A me non resta che caldeggiarvene la visione al più presto...

JU-ON - The Grudge
di Takashi Shimizu

Ju On: la maledizione di una persona che muore in preda ad una collera furiosa che si accumula, e poi si scatena nei luoghi in cui quella persona è vissuta. Quelli che la incontrano muoiono, e una nuova maledizione prende vita".
Questa è la prefazione iniziale di “Ju On” horror nipponico del 2003 diretto in modo elegante da Takashi Shimizu. Film composto da vari episodi il cui unico filo conduttore è una casa, all'interno della quale, anni addietro, si era consumato uno spaventoso delitto. Chiunque abbia un minimo di interazione con quella abitazione, sia diretta che indiretta, subirà una fine inevitabilmente orribile. La pellicola è una concatenazione di eventi accaduti a una serie di personaggi che, in qualche modo, hanno avuto a che fare con quel misterioso luogo. Ognuno prefissato da un nome…quello del protagonista del singolo episodio,  al quale un triste destino lo attende.Nonostante spesso dall'oriente ci arrivino pellicole tutt'altro che memorabili e, spesso , sopravvalutate ( vedi “The ring”, “The eye”, “Dark Water” )  questo “Ju On” si è rivelato una grandissima sorpresa. Pur non avvalendosi di una gran quantità di effetti speciali e non contenendo esplicite scene di violenza, questo film ha la capacità di suscitare, fin dalle prime sequenze,  un certo disagio. Gli ampi silenzi, le estenuanti attese, la consapevolezza che prima o poi qualcosa dovrà pur succedere, sono i punti di forza di questa pellicola e, spesso, essi stessi si risolvono con un tipo di spavento forse banale e ripetitivo ma di indubbia efficacia.E sicuramente, chi lo vedrà, non potrà più dimenticarsi di quei volti grigi e freddi con gli occhi sbarrati, vittime, appunto, dello Ju On , di quel carico di odio che pervade quella casa. Non c'è un vero protagonista: la storia segue semplicemente le vicende dei singoli personaggi fino a sfociare in un finale sicuramente prevedibile, ma lo stesso impressionante.

JUST BEFORE DAWN
di Jeff Lieberman

Un gruppo di ragazzi s'inoltra nelle inospitali foreste dell'Oregon per campeggiare allegramente. Chiaramente passeranno un bruttissimo quarto d'ora, a causa di uno spietato assassino che si diverte a macellare incauti forestieri. Una trama semplice e lineare, che non disdegna anche un discreto colpo di scena, al servizio di questo slasher del 1981 che mescola atmosfere alla “Un tranquillo weekend di paura” e “Non aprite quella porta” con alcuni momenti in stile “Venerdi' 13” . Il regista Lieberman (“I Carnivori venuti dalla Savana”, “Blue Sunshine”, "Videokiller" ) , che di recente è tornato alla ribalta grazie al nuovo film “Halloween Killer (Satan's little helper)”, dirige con buona tecnica e stile la vicenda usando sfocature efficaci e movimenti macchina essenziali e dimostrando di saper creare tensione in numerosi momenti. Splendide le locations naturali e notevole la carica sessuale presente nel film. Quest'ultima permea numerose scene, filtra attraverso gli atteggiamenti dei personaggi, negli sguardi, nei gesti e nei corpi nudi (efficace la scena del bagno sotto la cascata) ma anche nel comportamento deviato del folle e deforme psychokiller. Non particolarmente sanguinoso , anche se i delitti sono ben congegnati, il film riserva però una scena splatter finale sorprendente, sia per la repentinità con cui avviene, che per la parossistica violenza che contiene.

KILLER ME
di Zachary Hansen

Interessante horror intimista che s'incentra sulla personalità turbata di un serial-killer. Il protagonista del film, Joseph (interpretato ottimamente da George Foster) studia criminologia ed è tormentato da flashback del suo tragico passato e da voci che risuonano incessantemente nella sua testa. Ogni volta che la sua sopportazione valica il limite, Joseph uccide esseri umani. A sconvolgere l'ordine delle sue giornate arriva Anna, giovane studentessa che s'innamora di lui. L'equilibrio mentale di Joseph, già di per sé fragilissimo, si frantuma ed il “nostro” si trova in balia di sentimenti ingestibili. Affetto, repulsione, paura, attrazione…e le voci tornano a bisbigliare nella sua mente. Girato con pochissimi mezzi, il film in questione è un gelido ritratto di dolore ed orrore metropolitano. L'esordiente Zachary Hansen si dimostra bravo nel gestire una vicenda, che si svolge quasi per intero nell'appartamento di Joseph, dove non c'è un intreccio vero e proprio. Difatti sono pochi gli avvenimenti nel film che ha uno scorrimento lento e che si concentra quasi esclusivamente sul protagonista, cercando di scavare nella sua sofferenza e nelle sue manie. Molto artistica la sequenza del tremendo flashback, che rivela il tragico passato di Joseph. Una scena dura, cruda e shockante che viene resa in modo intelligente, con accurata attenzione alle reazioni psicologiche (di difesa e di fuga dall'orrore) che possono effettivamente scattare nella mente di un bambino.

IL KILLER DI SATANA
(THE SORCERERS)

di Michael Reeves

Non smetteremo mai di rimpiangere abbastanza Michael Reeves e il suo talento: fatta eccezione per la co-regia non accreditata di "Il Castello dei morti vivi" , produzione italiana del 1964, il regista inglese ha realizzato solo tre film, dal 1965 ( "Il Lago di Satana" ) al 1968 ( "Il Grande Inquisitore" il suo capolavoro), per poi morire nel 1969 per un overdose di barbiturici che nessuno saprà mai quanto fu volontaria. Teniamoci ben stretto questo pugno di titoli, quindi, che mano a mano possiamo recuperare in dvd: se il film del 1965 con Barbara Steele è disponibile solo su importazione e de "Il Grande Inquisitore" possiamo godere dell'edizione Pulp Video, proprio ora la neonata Gargoyle Video ci propone Il Killer di Satana . Datato 1967, è la storia del professor Monserrat (Boris Karloff), anziano scienziato deriso dai colleghi per la particolarità delle proprie teorie: insieme alla moglie Estelle ha infatti messo a punto un macchinario in grado di ipnotizzare i pazienti per poi rivivere, attraverso essi, esperienze che la vecchiaia e le circostanze della vita hanno impedito loro di provare. Una volta preso “in ostaggio” un giovane, però, sarà proprio Estelle ad abusare dell'invenzione, spingendo la cavia sempre più in là, sino a fargli commettere degli omicidi. Messo così sembra un B-movie scemotto e approssimativo, ma è da ovazione la capacità con cui Reeves è riuscito a sfruttare le premesse: dietro la messinscena di un Genere (in queso caso, il fantahorror) si cela una consapevolezza del mezzo cinematografico che spiazza, mentre la malinconia che troviamo dietro ogni gesto e ogni scena, mai esplicitamente sbandierata, è di quelle che rimangono dentro anche a film finito. Ottima (e funzionale) l'ambientazione nella Londra anni Sessanta.

KILLER KLOWNS FROM OUTER SPACE
di Chiodo Bros.

Tutti da sempre crediamo che i clowns siano il simbolo della comicità nei circhi e che siano il sollazzo preferito dei bambini. Beh guardando questo film è facilissimo che possiate cambiare idea. Difatti dalla galassia piove direttamente nei boschi vicino ad una cittadina americana una enorme e variopinta tenda da circo. I giovani curiosi che si recheranno all'interno per scoprire di cosa si tratti si troveranno ad affrontare mostruosi clowns alieni! I pagliacci sparano con le loro pistole giocattolo ed avvolgono le persone in bozzoli di zucchero filato per poi immagazzinarle e berne il sangue con delle cannucce! Cosi' la città sarà preda del panico fino alla battaglia finale con la comparsa del capo dei clowns: un gigantesco pagliaccio nei confronti del quale pure Godzilla impallidirebbe. Eccezionale! Questo è il primo commento che mi viene spontaneo fare su questa incredibile pellicola. I fratelli Chiodo ( effettisti dei primi due capitoli della "Critters" saga) sono riusciti a rendere reale un'idea folle e geniale al tempo stesso. Il film è diretto con stile sobrio ed ha una fotografia che da spazio ai colori sgargianti simili quasi a luci da circo. L'atmosfera è sospesa fra la commedia demenziale e l'horror cupo…difatti gli stessi clowns sono davvero spaventosi e dalle fattezze mostruose e la scena dell'ufficio dello sceriffo è assai macabra. Una miriade di divertenti gags ci accompagnano in questa pellicola dal ritmo sostenuto che stupisce anche per i divertentissimi effetti speciali. Ottima l'idea di considerare i pop-corn come forme embrionali degli stessi clowns alieni e che una volta sviluppatesi divengono dei serpenti con la testa da pagliaccio!!! Assai trascinanti anche le musiche composte dalla band punk-rock cult americana dei Dickies. Da vedere assolutamente !!! !

THE KINDRED
di Jeffrey Obrow
& Stephen Carpenter

Monster-movie degli anni '80 che segna l'ultima collaborazione in coppia di due abili registi di serie b americani ossia Jeffrey Obrow e Stephen Carpenter . La storia, alquanto classica ma ben strutturata, vede una dottoressa dedita ad esperimenti atti a generare vita attraverso la manipolazione genetica e la fusione di disparate sostanze organiche. Ma ciò che fuoriesce dai suoi studi è un essere mostruoso che cresce a dismisura e che è estremamente vorace. La donna viene ricoverata in ospedale, a seguito di un malore, e li' uno spietato primario (ottimamente interpretato da Rod Steiger) la uccide per appropriarsi e proseguire i suoi folli esperimenti. Ma il figlio di lei si recherà nella villa dove risiede Anthony (cosi' viene chiamata la mostruosa creatura) assieme ad alcuni amici e colleghi per conoscere a fondo gli studi della madre. Il mostro causerà un vero massacro fino al concitato finale nel quale verrà ucciso. Stessa sorte toccherà anche allo spietato primario, intervenuto nel frattempo, per cercare di eliminare gli scomodi testimoni. Lodevole esempio di fanta-horror a basso costo che per nulla fa rimpiangere le big-productions hollywoodiane. Ottimi gli effetti speciali curati dal sempre bravo Matthew W. Mungle che raggiungono il top nella sequenza della mutazione di una ragazza in una sorta di lovecraftiano essere anfibio. La sceneggiatura regge bene e la regia è curata quanto basta per rendere questo "The Kindred" un prodotto estremamente godibile e piuttosto spettacolare. C'è anche una particolare scena, in cui la mostruosa creatura esce da un cocomero e divora una ragazza, che potrebbe far passare a molti la voglia di nutrirsi del refrigerante frutto estivo. Film davvero consigliato agli amanti dell'horror..

IL LABIRINTO DEL FAUNO
(EL LABERINTO DEL FAUNO - PAN'S LABYRINTH)
di Guillermo Del Toro

All'indomani della guerra civile spagnola, il compito di stanare i partigiani che si nascondono in una fitta boscaglia viene affidato ad un distaccamento dell'esercito regolare comandato da un malvagio capitano; la moglie di quest' ultimo, nonostante l' avanzato stato di gravidanza, lo raggiunge in compagnia della figlioletta, frutto del precedente matrimonio: la bambina, appassionata di fiabe, instaurerà molto presto una relazione con bizzarre entità che sembrano annidarsi tra la vegetazione... Scritto, prodotto e diretto da Guillermo Del Toro, “Il labirinto del fauno” è un fantasy di tutto rispetto che segna l'atteso ritorno del regista messicano allo stile inconfondibile di “Cronos” e “La spina del Diavolo”, solitamente accantonato in occasione di produzioni made in Usa quali “Blade 2” ed il pur pregevole “Mimic”. Affrancato da vincoli ed imposizioni, l'estro di Del Toro si sbizzarisce nel creare un intreccio che si sviluppa intelligentemente nell' ambito di due dimensioni tra loro assai dissimili, per ognuna delle quali il fido direttore della fotografia Guillermo Navarro ha concepito due soluzioni cromatiche dichiaratamente distinte, ed entrambe eccellenti: colori caldi e pastosi accompagnano la ricostruzione della cornice storica, mentre tinte gelide ed irreali regnano incontrastate durante i momenti favolistici. Autore di una sceneggiatura poetica e crudele al tempo stesso, il regista amalgama alla perfezione orrori reali e fantastici, finalizzando una sapiente commistione di cg , make-up ed animatroni (opera della sempre valida equipe DDT , qui affiancata dal veterano Everett Burrell) sia alla descrizione di combattimenti e supplizi grondanti sangue, che alla rappresentazione delle creature più disparate, quali fate, fauni, orchi, insetti meravigliosi e piante semoventi; mentre ad un cast di ottimi attori, di bravura inversamente proporzionale alla loro notorietà presso il grande pubblico, va il merito di aver saputo mirabilmente caratterizzare personaggi mai banali: spicca tra tutti la figura del cinico e crudele capitano dell'esercito, la cui spietatezza nell'umiliare e nell'uccidere, sublimata da crudeli torture e da sommarie esecuzioni, si rivela di gran lunga superiore addirittura a quella dimostrata dal memorabile dispotico Rhodes nel “Day of the dead” di Romero. Un mosaico di gran classe, nel quale ogni tessera s'incastra infine alla perfezione; e se il succedersi degli eventi potrà forse risultare fin troppo prevedibile per gli spettatori maggiormente smaliziati, il risultato finale appare comunque notevole.

LAST BLOOD
di Alessandro Izzo & Guglielmo Favilla

Cortometraggio ad alto impatto visivo realizzato dal gruppo livornese de “I Licaoni” che si avvale di una splendida fotografia e di una grande cura nella confezione. La terra non è più quella che conosciamo. E' devastata ed infestata da mostruose creature, che si nutrono di carne e sangue umano. Un cacciatore solitario, armato di lame e balestra, da la caccia ai mostri in una serie di cruenti scontri. Ma la brutalità e la follia sono i denominatori comuni per bestie ed umani… Visivamente potente, “Last Blood” è ben diretto, dotato di buon ritmo e sopperisce alla assoluta linearità della trama con valida tecnica. Estremamente cinematografico ed epico il taglio delle inquadrature e, come già accennato precedentemente, suggestiva la fotografia con ricerca cromatica notevole. Menzione a parte per l'audio ricostruito molto bene, gli effetti speciali e soprattutto per il make-up davvero pregevole. Le creature, sorta di vampiri dalle fattezze bestialmente esasperate, ricordano gli orchi guerrieri de “Il Signore degli Anelli” e non sfigurerebbero in una produzione a budget elevato. Buona la prova di tutti gli attori e ben coreografati i vari duelli. Il montaggio molto dinamico, incappa (di rado, in verità) in qualche “stacco” non proprio convincente. Chiaramente si tratta di piccolezze, minime impurità, tranquillamente trascurabili visto l'ottimo risultato finale. Un applauso meritato. Vincitore del “Premio speciale della giuria” nell'edizione 2004 del Joe D'Amato Horror Festival

LAST HOUSE ON DEAD END STREET
di Vitor Janos

Un avanzo di galera di nome Terry Hawkins ha intenzione di realizzare un sogno che è quello di poter girare degli snuff-movies, film che ritraggono vere torture e morti in diretta. Dalla sua parte si schiera un gruppo di ricconi annoiati e libertini, i quali vedono dietro questo sadico progetto, un modo per fare della sonante "grana". Cosi' Hawkins ha campo libero per le sue aberranti opere e ,non appena si rende conto che gli altri "soci" confabulano per escluderlo dai guadagni, si accanisce contro di loro uccidendoli e filmando la loro lenta ed atroce agonia. Alla fine del film, dopo che anche l'ultima vittima è stata uccisa e filmata, compare una didascalia che dice che i colpevoli di tali abominii sono stati catturati dalla polizia e condannati a scontare 999 anni di carcere (!?!). Spietato, sporco,crudele,umiliante e sadico. Questo è "Last House on Dead End Street", un film che dà un violento pugno allo stomaco dello spettatore e che si dimostra come uno dei film più truci della storia del cinema. Realizzato nel 1977 non possiede effetti gore particolarmente espliciti anzi, l'orrore e la violenza sono più suggeriti che altro, ma ciò nondimeno sconvolgono per l'atmosfera satura di perversione che avvolge il tutto. Un uomo viene preso brutalmente a calci, viene umiliato in tutti i modi ( è persino costretto a simulare una fellatio con uno zoccolo caprino legato al cinturone di una donna a mò di membro eretto!) ed infine gli viene trapanata la testa. Tanto per citare un'altra scena shock..un gruppo di annoiati ricconi organizza un festino a base di sesso e droga. Ad un certo punto una donna (anch'ella borghese come gli altri..) si trucca il viso fino ad assomigliare alla caricatura di una ragazza negra (si dipinge il volto di nero marcandosi le labbra con del cerone bianco) e si fa frustare pubblicamente. Tutti ridono e godono dinanzi a questa scena che simula palesemente il trattamento che gli schiavisti riservavano a neri durante lo schiavismo. Non credo ci sia bisogno di dire altro sul film. Il titolo si ispira spudoratamente a "Last House on the Left" di Craven ma qui si va oltre, molto oltre..fino al limite..

LOST SOULS - LA PROFEZIA
di J. Kaminski

Ennesimo film che ha per "protagonista" il Diavolo che sembra ritornato prepotentemente alla ribalta i questo ultimo periodo nei botteghini USA (e di conseguenza anche nel resto del mondo), probabilmente grazie alla riedizione del film demoniaco per antonomasia, e, sia ben chiaro, tutt'ora insuperato, ovvero "The Exorcist", l'imprescindibile termine di paragone se si vuole parlare di esorcismi demoni e spiritelli assortiti. Dopo questa doverosa premessa parliamo di questa pellicola che comunque non segue pedissequamente il percorso già tracciato da William Friedkin nella sua opera migliore. Maya Larkin (Winona Rider), una ragazza che è stata strappata al maligno da un esorcismo è convinta che il Diavolo stia per incarnarsi nel corpo di Peter Kelson (Ben Chaplin), scrittore e fervente sostenitore della causa scientifica, dando così vita all'anticristo. Lo scetticismo della Chiesa e dello stesso scrittore saranno gli ostacoli più duri da superare per Maya. Questo è il primo film di Kaminski, già direttore della fotografia in "Salvate il soldato Ryan" (e infatti il film non difetta certo in quest'ultima), che dimostra di avere le capacità di creare ottime scene di suspence, grazie anche alla scelta di ottime ambientazioni ed un sapiente uso delle luci (guardate le scene degli esorcismi) creando atmosfere cupe e buie che ben si adattano alle situazioni. Il film è buono ma soffre sostanzialmente di due difetti: l'inevitabile senso di "già visto" e la parte finale che viene mozzata da un finale troppo veloce che lascia dubbiosi. In conclusione un buon horror che va ad arricchire il filone demoniaco, a tratti inquietante, ma che rimane comunque nella media.

MACABRO
di Lamberto Bava

New Orleans. Una bella donna è solita incontrarsi con il suo amante "fuori casa" lasciando da soli i due figlioletti. In un raptus di follia la figlia maggiore uccide con ferocia il fratellino nella vasca da bagno(ricorda la recente tragica vicenda di Novi Ligure con la giovane Erika,20 anni prima...)e poi avverte la mamma che nel frattempo se la spassava con l'amante. Questa nel tentativo di arrivare subito dai figli corre in macchina con l'amante ma sbanda e incredibilmente resta illesa mentre il compagno viene decapitato(aaarrghh!)dalle lamiere. Sconvolta dall'accaduto,la donna passerà diverso tempo in una clinica psichiatrica ma non ne uscirà completamente guarita. Infatti appena uscita si reca costantemente nel luogo dove era solita incontrarsi con l'amante,e questo desta la curiosità dei vicini e di un giovane cieco col vizio dell'investigazione("Almost Blue" docet!). Sembra che la donna conservi qualcosa di importante nel freezer della cucina e non esita a uccidere chi tenti di scoprire questo segreto... Questa fascinosa opera prima del 1980, è firmata da Pupi Avati con la collaborazione di Roberto Gandus(che recentemente ha firmato "Voyeur",prodotto da Tinto Brass e interpretato dalla mia amica Raffaella Ponzo) che affidarono la regia del film al giovane e promettente Lamberto Bava. Più che sugli effetti speciali questo film si basa molto sulla suspence e sulla atmosfera tetra della villa, e in seguito Avati completerà una trilogia di film,simili nelle ambientazioni(New Orleans)e nei temi "morbosi" con "Dove comincia la notte" con la regia di Maurizio Zaccaro e "La stanza accanto" diretto da Fabrizio Laurenti,enfant prodige scoperto da Joe D'Amato. La recitazione è discreta e il meglio lo danno Stanko Molnar(il cieco) e Bernice Stegers(la psicopatica protagonista) oltre che il bravo caratterista Roberto Posse,oggi affermato attore teatrale e cinematografico,ma all'epoca utilizzato spesso in "cult movies" come "La svastica nel ventre"(!!) a cui spetta l'ingrato compito dell'amante decapitato che esce presto di scena per tornare,a sorpresa, e "non intero" nello sconvolgente finale....

MAELSTROM - IL FIGLIO DELL'ALTROVE
(UNKNOWN BEYOND)
di Ivan Zuccon

Ivan Zuccon torna alla carica con questo sequel del precedente "L'Altrove" e dimostra saper ribadire quanto di buono aveva fatto in precedenza. In questo secondo capitolo i mezzi sono aumentati, la recitazione e gli effetti speciali migliorati ulteriormente e, soprattutto, la storia è ben più solida e meglio sceneggiata. Siamo in un futuro non precisato con gli umani coinvolti nell'eterna e disperata lotta con l'orrore dei Grandi Antichi. Un gruppetto sparuto di soldati (composto da uomini e donne) cerca di reggere all'assedio e, nel contempo, di trovare una soluzione all'incombente tragedia. Ma, purtroppo, la nascita del figlio dell'Altrove, pargolo degli Antichi, potrebbe decretare la fine del mondo. Cosi' i soldati sono costretti all'affannosa ricerca del libro Necronomicon, che nelle sue pagine contiene il segreto per sconfiggere il male. Intanto il feroce figlio dell'Altrove nasce e sarà massacro spietato…Zuccon continua con il suo stile di regia aggressivo e lo mette al servizio di una vicenda coinvolgente e terrificante al punto giusto. Notevoli almeno due sequenze: la prima è quella del dialogo fra una strega-zombie e un soldato che fornisce al militare delle informazioni sul Necronomicon in cambio di un rapporto necrofilo con lei (argh!) e l'altra è quella della crocifissione di un ragazzo (sequenza girata con idee e stile davvero impeccabili). Girato con gli stessi supporti del precedente film (Betacam, "cinepresa" digitale e 16 mm) il prodotto in questione è, a parer mio, superiore a tanti altri film dal budget ben più elevato ma dalle idee latitanti (e come ben sapete se ne vedono tanti oggi in giro…). Interessante anche la maniera logica con cui questo sequel è stato collegato al precedente capitolo, ma che allo stesso tempo permette di vedere "Il figlio dell'Altrove" come un film totalmente a parte. A questo punto sono in fremente attesa che Zuccon termini il terzo capitolo della sua trilogia Lovecraftiana.

MAGIC
di Richard Attenborough

L'impacciato Corky vorrebbe sfondare nel mondo dello spettacolo come ventriloquo e per questo si porta sempre dietro il suo pupazzo, dal poco rassicurante nome “Forca”. Vessato e incompreso, il “nostro” s'innamora della giovane Peggy, ma nonostante le attenzioni di lei, incontra sempre maggiori difficoltà a restare ancorato alla realtà. Progressivamente il suo rapporto simbiotico con “Forca” prenderà il sopravvento, rendendolo schiavo dei desideri, della rabbia e della violenza che il pupazzo sembra sprigionare. Thriller psicologico dalle venature horror interpretato da un giovane Anthony Hopkins che ben incarna il ruolo del fragile e instabile ventriloquo. Sostenuto anche da un valido cast di caratteristi, fra cui Ann-Margret e Burgess Meredith, il film riserva momenti piuttosto intensi e sa far crescere la tensione di pari passo con la follia del suo protagonista. Ma la vera star del film è probabilmente il pupazzo “Forca” (Fats the Dummy, nella versione originale), il cui aspetto è davvero inquietante e che regala attimi di crudeltà assolutamente genuini. Budget modesto ma essenziale, per una pellicola che punta più sull'introspezione che sulla spettacolarità. Scritto da William Goldman e diretto da Richard Attenborough nel 1978, prima del suo celebre “Gandhi”. Da riscoprire.

MAI SEPPELLIRE UN ASSASSINO !
di Pierluigi Caramel

Opera seconda del poliedrico Caramel (autore de “ La Morte ha il camice bianco”) che mette in scena un horror gotico ispirato al racconto “ La Tomba ” di H.P.Lovecraft. Siamo in un paesino dell'Italia, nel 1960, dove il solitario e visionario Jervas s'incammina fra i boschi, sognando di poter incontrare le sue fantasie materializzate. Il ragazzo s'imbatte in una vecchia e cadente tomba che attrae morbosamente la sua attenzione. Dalle profondità del sepolcro sembra sprigionarsi una forza opprimente e subdola che farà tragicamente vacillare la mente di Jervas. Coraggioso cortometraggio che, con pochi mezzi, cerca una non facile ricostruzione storica attraverso l'uso di costumi, suggestivi paesaggi rurali ed una fotografia in livido bianco e nero. Lo stile visivo di Caramel (già in evidenza nella sua opera prima) qui si acuisce e compone spesso sequenze ed immagini di grande suggestione. I limiti di budget costringono l'opera a ridimensionare le sue ambizioni, la vicenda stessa è a volte preda d'ingenuità, la tecnica di montaggio risulta a tratti rozza cosi' come incerti sono alcuni movimenti di camera, eppure “Mai seppellire un assassino!” risulta affascinante. E' concepito in modo da mescolare stile classico, tipico del gotico italiano anni' 60, con sfuriate da videoclip che non stonano nell'insieme finale. Ottimo la colonna sonora e volenterosi tutti gli attori. Un applauso quindi a Caramel e ai suoi collaboratori, in attesa di un nuovo prodotto che confermi le ottime premesse fornite da “Mai seppellire un assassino!”.

MALEFICIA
di Antoine Pellissier

Direttamente dalla Francia ecco a voi un amatoriale ultra-splatter. Una famigliola di nobili ottocenteschi , in viaggio fra i boschi, s'imbatte in una setta satanica che sta compiendo un rituale. Inizialmente attratti dallo strano fenomeno tutti i componenti del nucleo familiare si mettono ad osservare lo sviluppo della messa nera. Ma presto si pentiranno amaramente di questa loro curiosità poiché i sacerdoti incappucciati iniziano a sacrificare ragazze in maniera brutale ed attraverso il rito fanno risorgere una miriade di zombi famelici. La famiglia si dà alla fuga per non finir divorata e si rifugia in un vecchio maniero apparentemente abbandonato. La sfiga nera vuole che invece i suoi inquilini ,in realtà presenti, vivano in bare nella cantina ed abbiano affilati e lunghi canini! Cosi' fra zombi, satanisti e vampiri si va avanti fino al finale a sorpresa, in cui si viene a scoprire che tutto ciò che abbiamo visto è solo un film horror. Cosi' gli attori dopo essere stati congedati dal regista se ne vanno gaudenti ma..la loro macchina si bloccherà misteriosamente in un bosco e di fronte a loro appariranno zombi e satanisti…veri questa volta. Il gore più estremo impera sovrano in questo lungometraggio realizzato con supporto digitale. Sbudellamenti in quantità industriale, mutilazioni assortite e cannibalismo sfrenato. Il regista pare aver appreso assai bene la lezione del teutonico Schnaas ed inoltre la mette in pratica sfoggiando una buona tecnica di ripresa. Gli effetti speciali sono abbastanza semplici ma molto curati ed inquadrati in modo tale da nascondere alcune pecche artigianali. Ottimo il make-up degli sbavanti zombies e particolarmente riuscita la scena in cui ad una donna viene piantato un ferro rovente negli occhi. L'unica critica che si può muovere al film (oltre che quella della storia non proprio originalissima invero..) è il fatto di perdere idee e trovate lungo il corso della vicenda. Difatti dopo un inizio al fulmicotone ci si lascia un po' andare in balia degli effettacci e dei dettagli macabri senza però fornire verve alla storia. Si sbadiglia un pochino, soprattutto nella parte finale, anche se ogni tanto qualche follia registica riesce a rivitalizzare il tutto. Interessanti anche alcuni attori che hanno una postura abbastanza professionale, e questo non è poco considerando il livello recitativo di altri amatoriali che ho visto. Insomma "Maleficia" è un buon prodotto che renderà felicissimi tutti gli amanti dello splatter più estremo

MANIAC
di William Lustig

Un folle assassino semina il terrore nelle notti buie di una caotica New York;il suo nome è Frank Zito, apparentemente un uomo comune, finchè non si prepara per uscite ad adescare le sue vittime, prevalentemente prostitute o coppie di fidanzatini. Il nostro amico Frank non si accontenta del semplice gesto omicida perchè il suo spiccato sadismo lo porta ad eseguire truci scalpi sulle vittime (con cui poi addobba i macabri manichini sparsi nel suo squallido covo). Dopo essersi fatto sfuggire una ragazza che stava per uccidere torna nella sua tana e li' le sue paranoie , le paure ed i suoi rimorsi iniziano a prender vita: i manichini si animano squartando
e facendo a pezzi il maniaco.
Questo film si avvale innanzitutto della magistrale interpretazione del grande,immenso,carismatico Joe Spinell. Nel suo personaggio riesce a modellare un classico cittadino americano che nella sua distorta personalità nasconde un forte squilibrio nei confronti del sesso femminile,probabilmente generato dal suo morboso attaccamento ,avuto in passato, verso la madre. Frank Zito uccide le coppie provando un senso di invidia nei loro confronti poichè lui, in realtà, è un uomo profondamente solo. Uccide tutto ciò che rappresenta la felicità ch'egli non possiede. Considerando che questo è l'esordio di Lustig ,nel cinema horror, è stato in grado di sfornare un vero e proprio gioiello "sleaze", probabilmente uno dei film più duri ed efficaci sul tema dei serial killer cinematografici. Eccellente il lavoro da effettista di Tom Savini , il quale ironicamente si fa esplodere la testa (interpretando, in una scena del film,uno sfigato con la sua ragazza aggredito da Zito) con un colpo di fucile. Ma su tutto regna la grande schizofrenia creata da Spinell per il suo personaggio. Dopo aver ucciso,violentato,scuoiato riesce a piangere nella maledizione dei suoi peccati. Che nessuno osi infangare la memoria di questo grande attore da cui io personalmente traggo ispirazione nella vita di ogni giorno. Ti ringrazio Spinell, per averci trasmesso le forti emozioni che prova uno psicolabile con l'anima in pena...grazie!!!

MARTIN - WAMPYR
di George A. Romero

Nel 1968 il buon George Andrew Romero portava l'orrore nella vita quotidiana, con il suo splendido film in bianco e nero di cui non è neanche il caso di citare il titolo. Dieci anni e due film dopo usciva Wampyr, nel quale il regista affronta alla sua maniera la figura del vampiro. Un giovane ragazzo, Martin, uccide e beve il sangue delle sue vittime. Cuda, il suo anziano cugino, è convinto che si tratti di vampirismo, mentre il ragazzo sostiene che si tratti di una malattia. Cuda ospita Martin a casa sua a patto che non osi toccare la gente della sua città. Nel triste finale Martin verrà accusato dal cugino di aver ucciso una donna con cui aveva una relazione e che in realtà si è suicidata tagliandosi le vene, e, in quanto ritenuto vampiro, verrà trafitto da un paletto. In questo film Romero, operando in maniera simile a quanto aveva fatto con i suoi morti viventi, prende la figura del vampiro e la inserisce in un contesto per lui inusuale: la vita "normale". Non ci sono agenti immobiliari che fanno migliaia di chilometri e arrivano in un paese in cui nessuno è mai stato dove trovano questo benedetto vampiro, è il vampiro stesso che viene traslato nella nostra dimensione di vita. Martin rappresenta il riversamento dell'orrore da cui l'uomo cerca di prendere le distanze, nonostante questo sia parte integrante del suo essere; è uno specchio dei suoi simili e Cuda, nel suo fervore cristiano, si dimostrerà quasi sanguinario quanto lui, e ben più freddo. Un film intelligente, triste, cupo (molto suggestivi e inquietanti i flashback in bianco e nero risalenti a un imprecisato passato) che non ha bisogno di croci rovesciate, pentacoli o bare per essere tale. Una prova più che buona di un grande regista..
LA MASCHERA DEL DEMONIO
(BLACK SUNDAY)
di Mario Bava

Per prima cosa mi rivolgo a tutti coloro che stanno leggendo questa recensione invitandoli (pena la morte) a fare un inchino di fronte al nome che vedete qui sopra. Finiti i convenevoli parliamo di cinema, di grande cinema. Mario Bava è insieme, e più, di Freda, almeno per quel che concerne il valore dei film, l'inventore del cinema horror gotico italiano. Punti cruciali del genere, che si distaccava rispetto agli stereotipi letterari sui quali la maggior parte del cinema horror del periodo era basato, erano la trasposizione del male in un qualcosa di concreto e tangibile. "Capro espiatorio" di questa ricerca del concreto diventa la donna: ritratta a tinte fosche da tutte le produzioni del genere, ricettacolo del peccato o indaffarata in attività di stregoneria o demoniache, il bisogno cinematografico di dare un volto al male vede nascere il mito delle femmes fatales. E proprio "La Maschera del Demonio", anno 1960, è precursore dei tempi. Ambientato nell'800 vede due dottori in viaggio verso Mosca imbattersi in una caverna nella quale è contenuta la cripta di una strega con indosso una maschera. uno dei due dottori la leva e ferendosi fa cadere una goccia di sangue sul volto della strega che si risveglia. All'uscita dalla cripta incontrano Katia, che vive in un castello poco distante e che rivela una strabiliante somiglianza con la strega di nome Asa, di cui si scoprirà essere lontana parente. Ovviamente sta per cominciare una lotta tra il bene ed il male, impersonate da Katia e Asa, che però per scelta del geniale Bava sono la stessa persona, ossia la regina dell'horror Barbara Steele. Questi stratagemmi del regista per creare un senso di confusione nello spettatore, la trama intricata del film, una fotografia a livelli sublimi (alcune delle immagini sono come istantanee che racchiudono tutto ciò che può essere gotico in un solo fotogramma) ed una regia accorta hanno fatto si che questo film rappresentasse la perfetta sintesi di quello che era l'horror gotico in Italia. Bistrattato dalla critica ai tempi, Bava è oggi idolatrato, e come al solito è stato scoperto prima negli altri paesi dove addirittura la sua tecnica di regia era studiata nelle Università. Un film che a 40 anni di distanza mantiene il suo fascino e la sua intoccabile posizione di capostipite di un genere, sicuramente una spanna sopra le altre produzioni del periodo e non solo italiane.
Da vedere
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MATRIMONIO IN COLLINA
di Cristiano Stocchi

Un uomo, solo ed affranto, si aggira in un paesaggio devastato e ricorda…ricorda il giorno del suo matrimonio. Un giorno che per tutti dovrebbe rappresentare felicità in condizioni normali. Ma il suo matrimonio non si svolge in condizioni normali, la sposa che si muove sofferente e claudicante al suo fianco è solo il preludio all'orrore che ha ormai irrimediabilmente infestato il mondo. Il nuovo cortometraggio di Cristiano Stocchi è l'ennesima conferma della sua notevole abilità tecnica e della spiccata sensibilità per l'horror “suggerito”. Un'atmosfera plumbea e disperata avvolge la vicenda in cui l'orrore si fonde con la poesia. Specie nella prima metà del corto, ci troviamo immersi in una situazione sospesa fra il reale e l'onirico, il tangibile e l'assurdo. Poi l'orrore si sprigiona nell'interessante rivelazione finale. Tecnicamente ben confezionato, “Matrimonio in Collina” è un ottimo corto che forse ha come unica debolezza una certa freddezza nella narrazione che rischia di non coinvolgere emotivamente lo spettatore. Per il resto è perfetto nello scandire ritmo e tempo, in soli dieci minuti racchiude una storia ed una visione del mondo e della solitudine deformata dalla lente dell'orrore. Bravi gli interpreti fra cui Elisa Faggioni e Francesco Cortonesi che è anche autore del racconto da cui è tratto il cortometraggio.

MEET THE FEEBLES
di Peter Jackson

Realizzato dal geniaccio Jackson due anni dopo "Bad Taste", questo divertentissimo film si propone come la versione sporca e cattiva del celebre "Muppet Show". Un gruppo di bizzarri pupazzi dalle fattezze animalesche popola un teatro e vi lavora per creare musicals di successo. Ma dietro le quinte dello show assistiamo a tutti i sotterfugi ed a tutto lo squallore che permea la compagnia teatrale. C'è Heidi, un ippopotamo femmina grasso e canterino, che mangia dolci per vincere la depressione e che viene puntualmente tradita con le prostitute dal marito tricheco che è anche il direttore dello show (e che ha loschi affari di droga con la mala). C'è un attore-rana (parente del buon Kermit eh eh) reduce dal vietnam che si fa d'eroina per sfuggire ai suoi terrificanti ricordi di guerra, cosi' come ci sono animali sessuomani, bari, corrotti e pure assassini. In mezzo a tutto questo miasma piomba un giovane ed ingenuo riccio di campagna col sogno della recitazione. Ne vedrà e passerà di tutti i colori, fino alla strage finale che compirà Heidi, con un mitra da guerra, in preda ad un eccesso di gelosa follia. Stupefacente, oltraggioso, spassoso, incredibile, geniale. Non bastano queste parole per definire "Meet the Feebles", un'opera in cui Jackson da' libero sfogo a tutto il suo folle estro registico. La critica sociale insita nella pellicola è strabordante e cinica quel tanto che basta per far ridere e riflettere sulle miserie morali umane. Splendidi i pupazzi, che nonostante il basso budget della pellicola, riescono a sostituire benissimo veri attori in cane ed ossa. Fra i numerosi personaggi del film vi segnalo il coniglio playboy che è convinto di aver contratto una mortale malattia venerea e che viene tormentato dalla mosca giornalista sempre a caccia di scoop spietati (quindi di nuova merda di cui nutrirsi e nutrire il mondo). Per quanto Jackson abbia poi migliorato, nei suoi film successivi, tecnica e forma questo resta il mio film preferito del regista neozelandese. STRA-CULT !!!

IL MESSIA DEL DIAVOLO
(MESSIAH OF EVIL - DEAD PEOPLE)
di William Huyck

Piccolo cult-movie del 1972 che ha i suoi punti di forza nelle atmosfere angoscianti. Una ragazza si reca in un paesino alla ricerca del padre pittore di cui ha perso, in maniera inquietante, le tracce. Una volta giunta in paese la giovane si accorgerà dello strano clima di desolazione che permea il posto. In realtà la popolazione è formata da morti viventi che stanno attendendo l'avvento di un oscuro messia che porterà morte e distruzione. Dopo una serie di situazioni spaventose la ragazza riuscirà a sopravvivere ma la polizia, non credendo ad una sola parola del suo racconto, la internerà in un manicomio. La mancanza d'ideali e l'appiattimento della personalità portano l'essere umano a perdere qualsiasi stimolo e lo rendono solo un elemento della massa. C'è quindi terreno fertile per un nuovo credo rappresentato dal "messia del male" che non chiede prove di fede ma solo cibo per essere sfamato. Questa visione del futuro verso cui è proiettata l'umanità permea il film rendendolo terribilmente angosciante. La sceneggiatura bislacca ma ben congegnata e la regia dallo stile interessante rendono questo "Messia del Diavolo" un film inquietante e riuscito. L'orrore entra in scena progressivamente creando una spirale senza via d'uscita in cui la protagonista è impotente. Ci sono alcune sequenze da incubo memorabili quali, ad esempio, quella in cui una ragazza si ritrova in un supermercato dove un folla si ciba di carne cruda oppure quella che si svolge in un cinema dove un branco di morti viventi divora una sventurata. Il gore è dosato con parsimonia ed in maniera intelligente. Vivamente consigliato.

IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW
(SLEEPY HOLLOW)
di Tim Burton

Visionario, ribelle, geniale, fuori dagli schemi. Questi e molti altri sono gli appellativi che Tim Burton si è meritato nella sua carriera cinematografica; con certezza, però, si può affermare che sia uno dei registi più personali partoriti dal mondo della celluloide USA, solitamente avaro di idee e sperimentazioni, tutto raggomitolato dietro attori di richiamo ed effetti speciali da baraccone. Ma anche questa volta Burton ha deciso di fregarsene bellamente delle mode del mainstream e di seguire solo la sua ispirazione, risultata, per altro, già vincente in più di una occasione (ad esempio "Edward mani di forbice" o "Ed Wood"). "Il mistero di Sleepy Hollow" è una favola-horror (pregasi dare alla prima parola il giusto peso nell'economia della definizione) che va a ripescare quelle atmosfere gotiche tanto care agli anni '70, debitrici, e fatemelo dire con orgoglio, del nostro grande Mario Bava. Tali atmosfere sono rivedute e corrette alla luce dei progressi della tecnica cinematografica e filtrate dal personale modo di fare cinema del regista, e vengono modellate attorno al racconto di Washington Irving cui il film si ispira. La trama vede l'investigatore Ichabold Crane (Johnny Depp) alle prese con una serie di efferati delitti che avvengono nella cittadina di Sleepy Hollow. Illuminista, razionale e scientifico dovrà mettere da parte alcune delle sue convinzioni per affrontare un cavaliere senza testa che risorge dalla tomba per decapitare (e vi assicuro che Burton non lesina le scene con le teste che volano) la gente del villaggio. Un pizzico di detective-story non guasta per dare i giusti ritmi alla storia (proprio i film gotici degli anni '70 facevano della lentezza il loro punto debole). L'ambientazione ottocentesca, gli splendidi costumi e la scenografia perfetta (vincitrice anche di un Oscar) creano un'atmosfera stupefacente che fa da sfondo alle indagini di Crane, dotato di quel pizzico di humor che distinguono il personaggio di Depp dai mille cloni di Sherlock Holmes. Un film divertente ed oscuro insieme, avvincente e visivamente splendido. Un'opera bellissima ed originale. Guardatelo.

MONKEY SHINES - ESPERIMENTO NEL TERRORE
di George A. Romero

Splendido thriller/horror firmato da un George A. Romero in grandissima forma.Il regista americano si dimostra, aldifuori della trilogia zombesca, comunque un grande maestro dell'horror contemporaneo. Allan è un giovane ed atletico studente che , a causa di un grave incidente, è costretto a vivere su una sedia a rotelle con una pesante forma di paralisi. Distrutto psicologicamente, il nostro si affida all'amico scienziato Geoffrey che, con la scusa di amichevoli cure, non fa altro che usare Allan come cavia per i suoi esperimenti. Lo scienziato difatti dona all'amico una scimmietta intelligentissima che si prende cura, come una vera governante, del giovane paralitico. In realtà Ella (questo il nome dell'animale) è frutto di un esperimento di Geoffrey che intende aumentarle l'intelligenza fino a renderla umana. Fra Allan e la scimmia si crea un fortissimo rapporto affettivo che genererà una sorta di collegamento mentale fra i due. Cosi' gioia, dolore, turbamento e rabbia si rifletteranno dall'uomo all'animale con esiti spaventosi. Ella inizierà ad uccidere carica della rabbia di Allan. La sensibilità di Romero nel delineare questa vicenda di amore e morte è veramente notevole. Fin dove deve spingersi l'uomo e la sua pseudo scienza ? Fin dove può spingersi l'uomo e la sua insensata crudeltà ? Può una bestia essere più umana di noi ? Tutte domande a cui Romero fornisce, a suo modo, una risposta dimostrando come certi limiti, etici e scientifici, non debbano mai essere valicati. Il regista americano analizza e rivitalizza abilmente il dilemma del dualismo interiore uomo-bestia.Mette in luce il lato più oscuro dell'animo umano che si riflette nei gesti della scimmia succube dei sentimenti impetuosi del suo padrone.Nel finale di film, quando sarà l'animale stesso a rivendicare il suo nuovo ruolo di padrone, Romero riesce a toccare le "corde" giuste per far provare allo spettatore pietà e paura al tempo stesso. Ottima la prova degli attori e, soprattutto, sbalorditive le capacità recitative della scimmietta Ella. In alcuni momenti sembra davvero un essere umano in grado di far trasparire sentimenti attraverso i suoi grandi occhi acquosi. Come tutti i film più introspettivi ed impegnati di Romero anche questo fu un totale fallimento al box-office. Nelle intenzioni del regista c'era la volontà di inserire un finale agghiacciante e pessimista che però gli fu vietato dal produttore. Nonostante questa ingiusta limitazione "Monkey Shines" resta una pellicola eccellente che non mancherà di commuovervi ed, al tempo stesso, farvi provare brividi di terrore.

MONSTER
di Patty Jenkins

Il film si ispira alla vita e alle tristi vicissitudini di Aileen Carol Wuornos, prostituta pluriomicida, che è stata definita dalla stampa come “il primo serial-killer donna della storia degli Stati Uniti”. Ma la pellicola getta uno sguardo pietoso nella cruda vicenda, mostrandoci tutte le angherie e le sofferenze che la società ha inflitto a questa donna, trasformandola in una assassina. Cresciuta in un ambiente degradato, vessata da un padre manesco poi morto suicida, Aileen vive la sua vita come un rifiuto e ben presto inizia a spostarsi per l'America facendo la prostituta. Malmenata, violentata, delusa dagli uomini, pensa di suicidarsi ma il destino vuole che incontri in un bar per gay una giovane ragazza, di nome Selby. L'amicizia si trasforma in amore e Aileen è convinta che la vita stia tornando a sorridergli. Ma, per racimolare denaro, è costretta a prostituirsi ed incappa in un cliente che la brutalizza e vorrebbe ucciderla. Ma la donna riesce a liberarsi e gli spara, ammazzandolo. A questo punto però, l'odio per gli uomini e per il mondo ed il bisogno di denaro, la spingeranno in una spirale di morte senza uscita. Dotato di un linguaggio narrativo crudo e diretto, “Monster” è un film che trasuda sporcizia, delusione e sofferenza. Parla di orrore vero, tangibile, orrore che puzza di quotidianità. La Jenkins si dimostra abile nel rendere la storia coinvolgente e serrata anche se forse, specie nel finale, si appassiona troppo al personaggio di Aileen, erigendola quasi a vittima totale. Questo squilibrio è comunque compensato dalla perfetta resa della straziante “fame d'amore” che attanaglia la protagonista, deformata dalla brutalità di tutto ciò che la circonda. Eccellente la interpretazione di Charlize Theron, che per il film in questione è ingrassata di 15 kg e si è prestata ad un lavoro di make-up che la rende quasi irriconoscibile. Giustamente premiata con un oscar, un golden globe, un orso d'argento al festival di Berlino ed una valanga di altri riconoscimenti. Ottima anche la prova della “spalla” Christina Ricci. Consigliato.

LA MORTE DIETRO LA PORTA
(DEAD OF NIGHT - DEATHDREAM)

di Bob Clark

“La Morte dietro la porta” , ovvero cronaca di un disfacimento familiare. E' il 1975, la ferita aperta dal Vietnam sanguina ancora a fiotti e con questo film Bob Clark pone una pietra miliare all'interno del genere. La storia del soldato Andy che torna a casa in veste di zombi è deflagrante non tanto per il cotè horror, quanto invece per l'impianto sociologico rivoluzionario che porta con sé: il film di Clark è un dramma racchiuso tra quattro mura, la rappresentazione secca e senza fronzoli dell'orrore che ritorna. Orrore voluto dai Padri, che ora si ritrovano a pagarne le conseguenze a costo di un prezzo salato per tutti, soprattutto per gli innocenti. Oggigiorno un film così suonerebbe banale e risaputo, ma ai tempi era una bomba ad orologeria piazzata sotto le poltrone dei salotti borghesi, la manifestazione in piazza contro l'ipocrisia di chi le guerre (tutte le guerre) le decide e le comanda, ma che poi fa scendere in campo chi di scelta non ne ha. Il ritmo è lento e sommesso (da dramma da camera, appunto), la quantità di sangue insufficiente per chi ha pretese di gore, ma la forza del film è innegabile: la scena finale, in cui la madre aiuta il proprio figlio a seppellirsi, è una delle più belle e strazianti degli anni Settanta, la sintesi perfetta degli ottanta minuti che la precedono. Da sola vale più di dieci, cento stolti film di guerra messi insieme.

LA MOSCA
(THE FLY)

di David Cronenberg

Celebre e riuscitissimo rifacimento de "L'Esperimento del Dott.K" di K. Neumann, del 58', a sua volta tratto dal racconto "La mouche" di George Langelaan.
Seth Brundle, un giovane e geniale fisico della materia, invita nel suo laboratorio una giornalista in cerca di scoop, Veronica Quaife, per mostrarle il suo nuovo progetto, una macchina che riuscirebbe a "teletrasportare" la materia. La giornalista, inizialmente scettica, deve poi ricredersi all'evidenza di un esperimento brillantemente riuscito.
Accordatasi con lo scienziato, inizia a documentare le ultime fasi della sua sperimentazione con la volontà di pubblicare un libro che illustri dettagliatamente le fasi della scoperta, una volta terminata. La macchina per il teletrasporto è infatti incompleta; le manca quella parte fondamentale che cambierebbe la storia dell'umanità: la possibilità di teletrasportare esseri viventi. Il tentativo fatto su un babbuino ha dato infatti risultati disastrosi e raccapriccianti, e Brundle comprende di non sapere abbastanza sulla “carne”.
Tra i due, intanto, è nata una relazione che non viene per niente accettata dal cinico direttore del giornale per cui lavora Veronica, Stathis Borans, suo ex amante.
Nei giorni seguenti, Brundle riesce finalmente nell’esperimento con il babbuino. E’ un momento di infinita gioia, guastata però dall’ex amante della giornalista che spedisce al laboratorio la copertina del suo giornale in cui si annuncia un servizio sulle ricerche di Seth Brundle. Veronica, furiosa, corre subito a fermare l’uscita della rivista, ma Brundle non capisce ed ha un attacco di gelosia. Crede che tra i due ci sia ancora qualcosa, e furente decide di provare su se stesso il teletrasporto. Non si accorge, però, della presenza di una mosca con lui nella capsula: ma il computer esegue con successo l’esperimento.
Da questo momento Brundle comincia lentamente, ma inesorabilmente a cambiare. Inizialmente sembra avere energia e forza notevolmente accresciute ma presto si accorge che ben altro sta accadendo al suo corpo. Un progressivo disfacimento gli fa letteralmente perdere i pezzi: gli si stacca un unghia, gli cade un dente, il suo viso si comincia a ricoprire di pustole purulente. Deciso ad indagare su cosa gli stia succedendo, il computer gli rivela l’orribile verità: fusione a livello molecolare-genetico con la mosca presente nella telecapsula. Un mese dopo Veronica torna da lui e si ritrova davanti un essere ripugnante e deforme, che cammina sulle pareti e vomita sul cibo per ingerirlo; la giornalista è disperata ma continua a documentare la metamorfosi. Scopertasi incinta decide di abortire ma Brundle la rapisce prima di farlo. Veronica rappresenta infatti l’ultima speranza per lo scienziato, che vuole teletrasbordarsi con lei per tentare di tornare umano. Stathis Borans tenterà di salvarla nel laboratorio che sarà scenario del finale.
Stiamo senz'altro avendo a che fare con un capolavoro, che amplifica tutte le tematiche tipiche del cinema fanta-orrorifico plasmandole su misura di Cronenberg. Il grande talento visionario del regista canadese regna sovrano, mettendo in luce due caratteristiche molto pronunciate del suo cinema: l’approccio “melò” e l’ossessione della “carne”. Sono questi infatti i leitmotiv dell’intera opera Cronenberghiana, così costantemente piena di sottile tristezza e pessimismo ed al tempo stesso di morbosa curiosità nei confronti di quello che sta dentro e vuole uscire fuori, nei confronti della metamorfosi della carne. L’intera vicenda può essere riassunta come una storia d’amore dal tragico ( e melodrammatico ) epilogo, dove uno dei due amanti è destinato ad un’atroce fine senza che l’altra possa fare nulla per salvarlo; lì dove si sarebbe potuto indugiare sull’effetto “suspence” o su una massiccia dose di splatter Cronenberg mette in risalto l’aspetto profondamente poetico del suo cinema, pieno di protagonisti che lottano con fierezza per un’ideale, pur sapendo di andare incontro ad una sicura sconfitta. Ma il protagonista Cronenberghiano è tenace: Seth Brundle continua ossessivamente a studiare il disfacimento biologico del suo corpo, contemporaneamente attratto e disgustato da quello che scopre.
Così come in Videodrome, il corpo umano, ed in particolare la sua corruzione, rappresenta la riflessione dominante del film. In “La mosca” il corpo è infettato, contaminato da qualcosa di estraneo e profondamente diverso da noi, ma al tempo stesso così tangibile e fortemente reale. Seth Brundle non è paragonabile a Gregor Samsa nella “metamorfosi” di Kafka; il suo cervello è a tutti gli effetti una fusione uomo-mosca che racchiude la razionalità dello scienziato e l’istintualità dell’insetto.
Il film è tecnicamente superlativo: l’ambientazione opaca ed opprimente, la splendida fotografia degli interni, gli strabilianti effetti di make-up su un grande Jeff Goldblum, probabilmente nella sua migliore interpretazione. Degne di nota anche la creatura finale, ottimamente realizzata dal bravo Chris Walas, e la struggente musica di Howard Shore, soprattutto nei titoli di coda.
Un “must” per tutti gli appassionati e non, orripilante, commovente e profondamente ricco di significati; assolutamente da non perdere.

MULHOLLAND DRIVE
di David Lynch

Il ritorno di Lynch alla follia cinematografica si consuma con questo "Mulholland Drive", dopo la parentesi di grande cinema offertaci con "Una storia vera" si era vociferato di un recupero delle complesse architetture che avevano reso celebre il regista per film come "Strade Perdute" (da cui questo nuovo film prende alcuni spunti). Non credo ci sia ancora bisogno di spiegare che Lynch NON è il classico regista horror ma che ha ben diritto di essere recensito anche (e non solo) come tale, dato che certe scene da cardiopalma, di semplice ed incontrastato terrore, create dalla sua macchina da presa mettono in ginocchio anni di sottoproduzioni e Z movies vari che pretendono di infastidire o scioccare lo spettatore con badilate di sangue finto e interiora di animale. L'impatto dell'immagine ha un suo effetto istantaneo che però si perde col tempo (tutti bene o male ci siamo inorriditi di fronte a scene splatter le prime volte ma le abbiamo poi "metabolizzate" fino a non sentirne più effetti), la ricerca della suspence, della psicologia distorta e del colpo di scena, invece, hanno un effetto costante soprattutto se l'imprevedibilità dell'opera ci trae in inganno di modo che il "momento critico" arrivi quando meno te l'aspetti. Questo è Lynch! E' la tensione crescente, la completa sregolatezza della trama, il rincorrersi di supposizioni e presentimenti sempre e comunque smentiti dal regista per portarci in nuovi lidi della storia. Tutto ciò in questo film è esasperato. Idealmente diviso in due parti il film comincia con quella che è una classica impostazione "alla Lynch": più storie che si richiamano per luoghi o citazioni, tutte contemporanee ma apparentemente slegate, si svolgono in una inquieta Los Angeles meta di aspiranti attori e attrici, di intrighi della malavita e omicidi; apparentemente la "solita" Los Angeles, ma da subito si presagisce che non sarà così i personaggi sono tutti sopra le righe, strani, bizzarri e in molti casi onniscienti rispetto allo spettatore che invece vive l'evoluzione dei fatti dal punto di vista dei vari protagonisti. Così abbiamo un regista a cui viene bloccato il film in lavorazione da intrighi mafiosi, attrici emergenti e assassini che mischiano i loro cammini. Fulcro della questione una donna che ha perso la memoria in un incidente d'auto e che è alla ricerca di se stessa (un'altro dei classici di Lynch, la personalità distorta da ricostruire). Il film è normale fino a meta, si potrebbe dire, perchè ad un tratto i personaggi che avevamo intravisto ma di cui non capivamo lo scopo diventano cardini che fanno degenerare il film nella pazzia totale. La storia diventa quella di uno sdoppiamento di personalità, di un suicidio che ha qualcosa di mistico (guardate la scena in cui la ragazza viene inseguita nel suo appartamento dai vecchietti...da incubo), insondabili abissi psichici che vengono a galla rimescolando le carte in tavola e privandoci dei punti fissi che tanto a fatica avevamo eretto nella prima parte. Incredibile e difficilmente descrivibile a parole, un film che va visto con attenzione e concentrazione (comunque insufficienti per dare una spiegazione a tutto, ammesso che Lynch voglia che il film sia totalmente comprensibile...) che da il suo massimo nella prima visione, emozionante e ricca di suspence grazie a scelte registiche azzeccatissime (in alcune parti l'uso della macchina richiama le folli inquadrature del Raimi de "La Casa") e un uso delle luci che sottolinea il progressivo degenerare della situazione. Andrebbe visto almeno cinque o sei volte per poter spiegare in questa sede gli intrighi che rendono questo film un concentrato di tensione, ma è altrettanto bello sentire quella sensazione di inquietudine che ti porti fuori dalla sala, conscio che in una apparente logica dei fatti, c'era qualcosa di paranormale, c'era un confine tra follia e realtà che troppe volte è stato varcato per poter essere infine certi di qualcosa. Come diceva Lovecraft "La più grande paura dell'uomo è quella dell'ignoto", paura di qualcosa che non vedi ma sai che c'è, qualcosa che Lynch ti ha mostrato durante le 2 ore abbondanti di film, in svariate forme e modi ma che non ti ha mai spiegato lasciandoti dubbi dove prima avevi certezze. E anche questo è orrore che per una volta non dipende da quanto sangue hai visto sulla pellicola ma dal fatto che, nonostante tutto, alla fine, c'è ancora qualcosa che non quadra.

LA MUMMIA - IL RITORNO
(THE MUMMY RETURNS)
di Stephen Sommers

Sequel del kolossal avventuroso horror che un paio d'anni fa spopolò in America firmato ancora una volta da Sommers ("Deep Rising"). Questa volta nella vicenda subentra un altro personaggio malefico ovvero Re Scorpione che con la sua resurrezione porterà le tenebre di Anubi ovunque. Compito dei due avventurieri del precedente capitolo (che ora si sono sposati ed hanno anche un marmocchio) è quello di fermare il risorto Imothep e la sua reincarnata consorte prima che risveglino il mostruoso Re Scorpione. E cosi' si va avanti a suon di botti di capodanno e con uno stuolo impressionante di effetti digitali. Cosa dire al riguardo di questo "Blockbuster" statunitense? Beh, rispetto al primo capitolo diminuiscono i momenti puramente comico-ironici (che alla lunga stancavano invero) in favore di un'azione forsennata ed esasperata. Praticamente non passano cinque minuti senza che si spari a qualcuno, si faccia a pugni o si compiano le solite imprese eroiche alla Indiana Jones. Di sicuro il divertimento ci guadagna a scapito di una trama alquanto trita e pure un po' raffazzonata. Fondamentalmente il film in questione è ,come il primo capitolo, destinato ad un pubblico di giovanissimi che cercano effetti speciali a iosa (stupendo il mostro finale che rappresenta l'evoluzione malefica di Re Scorpione) e qualche spruzzatina di horror che, sia beninteso, non faccia poi cosi' tanta paura..

MY LITTLE EYE
di Marc Evans

Nel leggere la trama di questo film l’unico terrore crescente è stato quello di vedere uno slasher con ambientazione da grande fratello, ma su altrui consiglio ho deciso comunque di rischiare la visione e devo dire che alla fine ne è valsa la pena. Nulla per cui gridare al miracolo, e nessun ingiustificato fanatismo nei confronti del regista…però ancora una volta, un po’ di intelligenza e i mezzi del digitale si sono rivelati ingredienti perfetti per creare (con un budget non mostruoso…) una buona oretta e mezza di sano intrattenimento. La storia è di una semplicità forse eccessiva, quasi inverosimile nel suo essere (ma d’altro canto in tutti film horror c’è gente che entra in case abbandonate senza torcia, va alla caccia di serial killer disarmata, etc…per cui non sottilizziamo) ed è comunque un approccio che permette di ridurre a 7 le comparse in carne ed ossa del film…i richiami da fare potrebbero essere “Il Cubo” per l’idea e “Blair Witch” per il discorso telecamere in soggettiva etc. Risparmiato dunque sul budget ci si è potuti concentrare su una serie di eventi semplici ma efficaci per seguire il canovaccio narrativo messo in piedi. Ottimo l’uso dei suoni, sempre a sottolineare una certa tensione, manipolati in modo da essere veri e proprio effetti sonori d’impatto anche quando la fonte è solo il rubinetto di un lavandino o un cigolio. Ottima anche la scelta di alternare inquadrature normali a quelle in infrarosso, sistematicamente più inquietanti e comunque utile diversivo quando la scena si riduce a 4 o 5 stanze. La trama è semplicissima: 5 ragazzi vengono selezionati per partecipare ad una sorta di Grande Fratello via Internet, spediti in una casa sperduta in montagna, loro stessi non sanno quale è la loro posizione geografica nè chi gestisce il gioco…lo slogan ci fornisce le motivazioni “profonde” dietro tutto ciò: 1 milione di dollari per stare in quella casa 6 mesi, se uno se ne va tutti perdono. Le prime immagini servono per renderci “osservatori”, in quanto seguiamo l’iter per diventare dei “voyeur della rete” e avere accesso alle telecamere distribuite in giro per la casa…manca una settimana di gioco per finire. Tutto sembra tranquillo, quando iniziano i primi rumori, le prime sensazioni cupe e le paranoie derivanti dal sentirsi cavie sotto vetro. Le situazioni di tensione spingono i giovani tirare fuori i loro scheletri nell’armadio, con il risultato di incrementare l’un l’altro le proprie fobie. La situazione psicologica già tesa rende vulnerabili oltre modo ad ogni minimo stimolo negativo; da piccole provocazioni si passa a trovare evidenti segni di effrazione notturna…e lo stress comincia a mietere le prime vittime e in un crescendo esplode con ottime scene di violenza, quasi gratuita, ma lodevole proprio per la sua inaspettata e insensata escalation…Il finale da un tocco in più, con un colpo di scena a sviare le premesse e rigirare le carte in tavola, un falso lieto fine che rallegra perché non ci coccola con il solito buonismo da talk show di serie Z. Un film per cui non è il caso di strapparsi i capelli ma che ci regala ottimi momento di suspence

NAMELESS - ENTITA' NASCOSTA
(THE NAMELESS - LOS SIN NOMBRE)

di Jaume Balagueró

Può esistere secondo voi qualcuno che vive per causare dolore negli altri e che è capace di goderne in maniera totale ed assoluta? La risposta è si, esistono persone che si definiscono "elette", quasi una sorta di "santi" dell'orrore che posseggono il dono "supremo" di riuscire ad isolare il male puro, sia fisico che psicologico, ed a rendere questa capacità l'unica ragione di vita. I "senza nome" sono una congrega di persone a cui è stato tolto tutto, tutto quello che poteva abbassare il loro livello spirituale al pari di quello degli altri; rinnegano persino il loro nome, considerato un mezzo umano di distinzione attraverso "il verbo", sinonimo di menzogna. La loro concezione "elevata" della sofferenza li trasforma in esseri umani senza coscienza, senza pietà né paura e non c'è da stupirsi se dopo numerose ricerche si scopre che le origini di tutto questo risalgono all'epoca dell'olocausto nazista ed alle orrende torture nei campi di sterminio. Il fondatore di questa setta è Santini, uno psicopatico che dopo le torture subìte dai seguaci di Hitler, non fu più capace di riprendersi, rimanendo per sempre un pervertito amante della violenza creatore di questa orrenda realtà. I "senza nome" sono di ogni età e nazionalità, si muovono continuamente di città in città per non essere trovati e per non destare sospetti; si stabiliscono in luoghi isolati ed abbandonati, lontani dai rumori, lontani da tutto ciò che può avvicinarli al mondo reale, quel mondo che non appartiene più loro e che hanno rifiutato in ogni aspetto. Ma il male che invocano è sfuggito loro di mano ed ora l'orrore è ai massimi livelli... Forse non c'è nulla di più crudele, per due genitori, del sapere che la loro bimba è stata ritrovata senza vita e che, prima di essere brutalmente uccisa è stata torturata in tutti i modi possibili. Anzi, a pensarci bene, qualcosa di più crudele c'è: far credere ad una madre che la sua bambina, dichiarata morta cinque anni prima, possa essere ancora viva. Quando infatti Claudia sembra aver ripreso una vita quasi normale dopo la scomparsa della piccola Angela, ecco che un pomeriggio squilla il telefono. Non immagina neanche cosa il destino le stia per riservare, come se il passato non fosse stato già abbastanza doloroso. "Pronto mamma....sono io...Angela..non sono morta..vienimi a prendere....se non lo fai mi uccideranno davvero stavolta...fai in fretta". L'orrore, che sembrava essersi attenuato con il tempo, è tornato di colpo ed è appena ricominciato. Sarà stata davvero la piccola Angela a fare la telefonata o anche questa risulterà essere l'opera di sadici pervertiti che hanno come scopo primario il gusto di provocare la sofferenza nell'animo altrui? Siete davvero sicuri che si sia toccato il fondo, oppure c'è qualcosa di ancora più crudele che si nasconde dietro questa terribile vicenda e che implacabilmente tenterà di annientare quel che rimane della povera Claudia? Splendida l'interpretazione di Emma Vilarasau (Claudia) e di Karra Elejalde (Massera, il poliziotto che cercherà di dare una mano alla povera donna). Notevole anche l'interpretazione (che ricorda un pò Hannibal Lecter) di Carlos Lasarte (Santini). Tratto dal romanzo di Ramsey Campbell "The Nameless", il film scorre nelle vene cupo e tagliente; le musiche e gli effetti sonori sono encomiabili ed accompagnano lo spettatore nelle convulse e sconvolte menti dei protagonisti. Formidabile il direttore della fotografia Giménez che accompagna il promettente talento del regista 34enne in questo brillante esordio (insieme a tutti i numerosi premi vinti dal 1999 ad oggi con Nameless tra cui citiamo il Méliès d'oro come miglior film fantastico europeo del 1999, il Fantafestival di Roma ed il Festival Fantasia di Montreal, entrambi nelle edizioni del 2000) a seguito del quale avremo presto (le previsioni dicono febbraio 2003) il nuovo film "Darkness" (coprodotto dal grande mitico Brian Yuzna e definito a dir poco terrificante dagli addetti ai lavori). Qualche scontatezza di troppo nei dialoghi e diverse scopiazzature che riportano in mente capolavori come "Shining", "Seven" ed il sopracitato "Il silenzio degli innocenti" ma il tutto di grande impatto e di sicuro effetto. Per capirci una sorta di David Fincher iberico. Molto furbo, migliorabile di sicuro ma che si proietta sulla cresta dell'onda come nuovo talento del cinema horror-thriller.

NECRONOMICON
di Christopher Gans, Shusuke Okano e Brian Yuzna

Tre episodi ispirati alle opere ed al mondo da incubo di H.P.Lovecraft che ruotano attorno al ritrovamento del mitico "Necronomicon", il libro dei morti scritto col sangue ed impaginato con la pelle umana. Jeffrey Combs ("Re-animator", "From Beyond") veste i panni dello stesso Lovecraft e si dedica alla lettura del tomo maledetto facendo cosi' da filo conduttore per le storie che vediamo scorrere sullo schermo. Il primo episodio, diretto da Gans narra l'orrore a cui andrà incontro Edward Delapoer (ricordate il racconto "I topi nel muro"?) il quale dopo aver ereditato un sinistro maniero si troverà a fronteggiare un demone mostruoso. Diretto con mano salda ,e grazie all'uso di una suggestiva fotografia, questo segmento del film si guarda con piacere. Pecca forse di originalità ed il mostro finale non è il massimo della computer grafica ma è dotato comunque di più d'un paio di momenti da brivido. La seconda storia, opera del giapponese Okano, narra delle miracolose doti di un fluido in grado di preservare la vita del copro anche dopo la morte. Un'incauta e curiosa giornalista seguirà al vicenda fino alla sua drammatica conclusione. Piuttosto lento e prevedibile questo episodio che rappresenta una lieve battuta d'arresto per la pellicola in questione. Nella terza ed ultima storia, diretta da Yuzna, ci troviamo proiettati di colpo in un incubo assurdo. Una poliziotta insegue un criminale e si perde all'interno dei tetri cunicoli di un palazzo fatiscente. In un crescendo di panico e sinistre apparizioni la donna si troverà ad essere testimone d'una sorta d'inferno sulla terra pullulante di mostruose creature e scenari da incubo. Inoltre si scoprirà che la poliziotta è incinta ed il suo feto verrà divorato dai mostri come un agnello sacrificale. Con gli eccessi tipici del suo stile cinematografico Yuzna (autore anche del segmento-filo logico con Jeffrey Combs) firma il più bello ed il più angosciante dei tre episodi. Scenografie da incubo e creature informi scaturiscono dal nulla in un turbinio di colori intensi e bollenti. Tecnicamente ineccepibile. Nel finale di film lo stesso Lovecraft pagherà il tributo ai "Grandi Antichi" per via della sua curiosità nell'aver voluto leggere il Necronomicon.

NEKROMANTIK
di Jorg Buttgereit

Dalla germania arriva l'orrore di Buttgereit. L'orrore insostenibile, una cupa storia di necrofilia ed omicidi. Una storia di solitudine e disperazione, incomunicabilità e ricerca disperata di amore. Il cadavere e l'uomo messi a confronto, posti l'uno di fronte all'altro senza possibilita' di fuga. Le mura gelide dei quartieri di periferia, la tristezza che pervade tutto fagocitando la bellezza e deturpandola a tal punto da generare solo deviazione ed orrore. Questo e' Nekromantik prendere o lasciare. La fusione perfetta tra poesia morbosa ed horror nauseante, spinto ai limiti dell'umana sopportazione.

NIGHTMARE - Dal profondo della notte
(NIGHTMARE ON ELM STREET)
di Wes Craven

L'orrore cambia faccia,i sogni possono uccidere. Il film-culto di Wes Craven rappresenta una vera e propria rivoluzione nel campo del cinema horror. La storia narra di alcuni adolescenti americani tormentati da incubi terrificanti che vedono sempre come protagonista un uomo ustionato che indossa un guanto con dita a rasoio. Questi altri non e' che Freddy Krueger maniaco assassino di bambini che venne arso vivo dai furibondi genitori degli stessi.Tornato dalla morte, il "mostro" esaudisce la sua sete di vendetta uccidendo i discendenti di coloro che lo arrostirono penetrando nella loro dimensione onirica. Un grandissimo horror dal piccolo budget,con dei grandissimi effetti speciali e con dei bravi interpreti.Ma la vera rivoluzione a livello cinematografico sta nel fatto che Craven ha creato un nuovo mostro sacro: Freddy Krueger l'uomo dal guanto artigliato(forse debitore pero' del conte-fantasma del film BARON BLOOD di Mario Bava) e dal viso ustionato.L'assassino che uccide nella tranquillita' del sogno,il mostro che entra nel mondo apparentemente limpido e gaio degli adolescenti americani deturpandolo e portando a galla tute le fobie piu' recondite. In NIGHTMARE e' evidente il nuovo cambio di generazione per i mostri del cinema…dall'uomo lupo, Dracula e la creatura di Frankestein ora si passa a qualcosa che non cela piu' l'orrore fra nebbie ed ombre…ora ci si trova di fronte ad un qualcosa di imprevedibile che esplode fragorosamente con una sanguinosa rasoiata.

NIGHTMARES IN A DAMAGED BRAIN
(NIGHTMARE)
di Romano Scavolini

Il film shock dell'italiano Scavolini che è stato considerato come uno dei nasty-movie di punta nel genere horror. Specialmente la censura Britannica ( al solito insomma.. ) si è battuta contro di esso sequestrandolo dal mercato. George è un uomo con serie turbe psichiche derivategli dall'infanzia scioccante in cui uccise la madre e il suo amante con un'ascia. Ora è cresciuto ed è costretto a vivere in una casa di cura ma un giorno riesce a fuggire e vaga libero per le strade. Soggetto a continue crisi d'identità, disperato con una fragilità psicologica allarmante, George spia una donna ,di nome Susan, e il suo bambino e poi massacra la baby-sitter di casa con il suo boy. Nel finale si verrà a scoprire che lo stesso George è l'ex marito di Susan e padre di suo figlio. Proprio il pargolo, per difendere la vita della madre, ucciderà il maniaco. Ma a quanto pare la follia è genetica e ben presto Susan dovrà vedersela, nel violento finale, con il proprio figlioletto che la farà fuori. Scavolini (autore anche di "Un bianco vestito per Marialè") firma un'opera dalla sceneggiatura piuttosto confusa e dal montaggio non sempre di supporto alla stessa. Peccato perché se si escludono questi difetti, la pellicola in questione è davvero ben diretta e possiede notevoli momenti shock.Ottimi davvero gli effetti speciali di Tom Savini (non accreditato) che raggiungono il climax con la decapitazione a colpi d'ascia . Inoltre il film cela in sè un dura critica al mondo della medicina e della scienza che altro non fa che imbottire il maniaco di pillole senza mai giungere neanche lontanamente alla soluzione dei suoi tremendi traumi.La figura del serial-killer è quanto di più triste si possa immaginare. Un essere in perenne conflitto con se stesso, pieno di dolore per la sua incapacità a controllare gli istinti da assassino. Indicativa e disturbante la sequenza in cui una ragazza viene aggredita da George che le squarta lentamente il ventre ed intanto piagnucola e dice "I'm sorry…I'm sorry".

NIGHT OF THE DEMON
di James C.Wasson

Film americano poco conosciuto(forse per il titolo utilizzato più volte nel cinema horror),che narra le gesta di un feroce Bigfoot che si accanisce con inaudita crudeltà contro ignari campeggiatori,ed in particolare con un gruppo di studenti capitanati da un professore,deciso più che mai a verificare se le voci sull'esistenza della creatura siano veritiere.Tutto raccontato in flashback dall'unico sopravvissuto. Il regista sembra indugiare più sugli effettacci e sul sangue,che sullo svolgimento della storia. Da segnalare tra le scene più dure quella dell'evirazione ai danni di un motociclista,quella delle due campeggiatrici torturate a morte,ed infine lo stupro di una ragazza da parte del Bigfoot. Gli ultimi dieci minuti del film,in cui gli studenti asserragliati all'interno di una capanna vengono trucidati uno alla volta dalla creatura,sono una vera e propria sagra del gore. Davvero notevole il Bigfoot.Per chi ama veramente un bel sano film splatter senza troppe pretese.

NIGHT OF THE SCARECROW
di Jeff Burr

Jeff Burr è un regista horror americano specializzatosi in sequel che ha realizzato, tra l'altro, il terzo capitolo della saga di "Non aprite quella porta" ed un paio di capitoli del serial "Puppet Master" della Fullmoon. In questo caso il "nostro" confeziona una delle sue prove migliori con questo "Night of the scarecrow", eccellente slasher dotato di grandi effetti speciali. In un paesino sperduto del sud degli states un mostruoso spaventapasseri prende vita ed incomincia a massacrare a destra e a manca. La comunità è in balia del mostro che è posseduto dallo spirito di un negromante che fu ucciso, un secolo prima, dagli avi dei paesani. Un ragazzo e la sua girlfriend cercheranno di fermare la mortale minaccia e vi riusciranno solo dopo che il demone avrà lasciato alle sue spalle una copiosa scia di sangue e morte. Davvero piacevole e pregevolmente realizzato, il film in questione riesce a creare attimi di tensione notevoli, alternati a truculente scene splatter. Intrigante la malefica figura dello spaventapasseri, che si distingue per un particolare senso di crudeltà nella realizzazione degli omicidi. Memorabili almeno un paio di scene: la prima è quella in cui lo "scarecrow" violenta una ragazza che poi viene smembrata da una serie di mostruosi tentacoli che le fuoriescono dallo stomaco, mentre nella seconda un ottuso uomo politico viene inchiodato ad un muro, con degli attizzatoi da camino, e successivamente "impagliato" come fosse un fagiano da esposizione !!! Gli attori non se la cavano male e la regia di Burr è assai coinvolgente e non manca di sottolineare abilmente l'atmosfera chiusa e rurale del sud degli Stati Uniti. D'accordo, tale "Night of the scarecrow" non sarà il massimo dell'originalità per quanto concerne trama e svolgimento, ma di certo risulta un prodotto horror di buon livello che non mancherà di soddisfare gli amanti del genere. Consigliato.

NOI...ED ESSI
di Mirco Paolini

Opera seconda di Mirco Paolini (“Stanotte sono tra noi”) in cui si evidenziano notevoli progressi sia dal punto di vista registico che per quanto concerne aspetti tecnici di montaggio, sonoro e fotografia. Un ragazzo corre disperato e si rifugia in una sorta di bunker desolato. E' ferito, angosciato e solo ed intuiamo che il mondo in cui vive è stato sconvolto da un'epidemia mortale… Plot semplice e scorrevole, durata calibrata (5 minuti), ritmo alto e tensione che spesso colpisce nel segno. Buona la prova recitativa del protagonista, tra l'altro dotato di una bella voce, ed efficace la fotografia che alterna toni freddi e slavati ad altri caldi e soffocanti. Funzionale anche il commento sonoro che collabora alla creazione di un'atmosfera cupa. In definitiva un buon passo in avanti per Paolini che dimostra crescente maturità tecnica e che, con mezzi veramente esigui, è riuscito ad imbastire un cortometraggio semplice nella struttura ma personale e ben congegnato.Vincitore del premio “miglior regia ” nell'edizione 2006 del “The Reign of Horror Short Movie Forum Award”.

LA NONA PORTA
di Roman Polanski

Roman Polanski non è certo un regista bisognoso di presentazioni, non è per la verità neanche un regista propriamente horror, ma innegabilmente un cineasta di altissima caratura tanto che quando si cimenta in generi anche non "suoi" riesce a creare piccole opere d'arte. Inutile ricordare quel Rosemary's Baby, autentico concentrato di presenze maligne e demoniache nascoste dietro i volti di due amabili vecchietti. E di nuovo il maligno fa capolino in questa pellicola di Polanski interpretata ottimamente da un Johnny Depp in stato di grazia e molto credibile nel ruolo anche grazie al look non proprio acqua e sapone. Nella pellicola Depp interpreta Dean Corso, navigato mercante di libri rari che viene assoldato da un riccone per controllare se un libro da lui acquistato, "le nove porte del regno delle ombre" è identico alle altre due uniche copie esistenti. Secondo la leggenda il libro sarebbe stato scritto con la collaborazione di Lucifero ed aprirebbe appunto le porte degli inferi. Parlando del film si puo dire che è realizzato in ambientazioni assolutamente splendide, e che, malgrado la lentezza degli eventi (forzata dal fatto che Corso è un ricercatore di libri mica un berretto verde stile Stallone…) lo spettatore è incuriosito da questa detective-story con sfumature horror (omicidi, satanismo, messe nere sono ingredienti stimolanti). Lo spettatore si riconosce nel protagonista e con lui svela pian piano gli enigmi delle nove porte. Il finale è, forse, un po' debole e discutibile, forse troppo "ermetico" tanto da lasciare qualche dubbio di troppo ma quando si ha a che fare con le forze oscure non si puo pretendere di piu'. Un film consigliato a chi ha apprezzato Rosemary's Baby (comunque ineguagliato) e a chi non si spaventa di fronte a film dall'andamento non troppo elevato, ma che dell' horror apprezza l'atmosfera misteriosa e malsana.

NON APRITE QUELLA PORTA
(THE TEXAS CHAINSAW MASSACRE)
di Tobe Hooper

Nel 1974 l'orrore cambia faccia e lo fa nella maniera più cruda e spaventosa possibile. L'orrore abbraccia la realtà e diviene tangibile, angosciante e gelido come la lama di una mannaia. Un gruppo di ragazzi in vacanza "on the road" nel sud degli Stati Uniti s'imbatte in una folle famiglia di macellai che uccidono viandanti mutandoli in carne da macello. Sarà un'odissea nell'incubo più puro e solo una ragazza miracolosamente riuscirà a salvarsi. Tobe Hooper al suo esordio sforna il suo più grande film, un capolavoro che vanta innumerevoli imitazioni, tre sequel (di cui il secondo firmato ancora da Hooper) e che ha cambiato il concetto di cinema horror moderno. Nel film in questione tutto è votato al realismo, alla ricerca dello shock. Pare che la pellicola sia tratta da una storia realmente accaduta, difatti in America c'è la leggenda di questa famiglia folle che massacrava turisti per farne cibo. Ma aldilà di queste premesse (che comunque fecero grossa pubblicità al film) quel che più angoscia lo spettatore è il senso di immane degrado delle zone più povere texane, il senso di caldo afoso,sporco,snervante, in grado di alienare individui costretti a viver li' nella più profonda ignoranza e povertà. La famiglia assassina (in un breve dialogo) viene definita un tempo prosperosa ed estremamente lavoratrice, poi con l'avvento dell'industrializzazione anche nel campo del macello del bestiame si è ritrovata sorpassata ed ha perso tutto il lavoro. C'è dunque un forte tono di protesta sociale, in questo film, che colpisce indirettamente la mente dello spettatore comunque sconvolta dalla violenza (non eccessivamente splatter ma comunque d'effetto). Inoltre "Non aprite quella porta" resta nella memoria anche per l'ingresso di una delle figure d'assassino che hanno caratterizzato il genere horror moderno ovvero Leatherface (dall'inglese letteralmente "faccia di cuoio") che con motosega vibrante alla mano (quando insegue le bionde urlanti non si puo' far a meno di paragonare l'utensile a motore ad un chiaro simbolo fallico) si copre il volto con maschere aderenti fatte con pelle umana. In definitiva un film che lavora con gli incubi materiali e con quelli paranoico-mentali ottenendo un effetto devastante

NON APRITE QUELLA PORTA 2
(THE TEXAS CHAINSAW MASSACRE 2)
di Tobe Hooper

Nonostante siano trascorsi parecchi anni dagli eventi narrati nel primo capitolo, la famiglia Sawyer è ancora più indaffarata che mai nel praticare il proprio passatempo preferito: il cannibalismo. Questa volta però dovranno vedersela con uno sceriffo desideroso di vendetta e con una dee-jay radiofonica, della quale Leatherface si innamorerà irrimediabilmente.
Divenuto ormai un regista affermato, Hooper decide di dare un seguito a uno dei film che più hanno, nel bene o nel male, segnato gli anni Settanta. Ma tanto "
Non aprite quella porta" era un film delirante, malato e spaventoso, quanto questa seconda parte è inutile e povera d’inventiva. La sensazione è che al regista non interessi più impressionare lo spettatore, bensì divertirlo con una sequela di situazioni grottesche e al limite del ridicolo; e questo è un vero peccato, considerato il notevole potenziale orrorifico della storia (la seconda parte è interamente ambientata in un sotterraneo pieno di resti umani).Alcune scene gustose non mancano, ma ciò non basta a nascondere la delusione dei fan.

NON HO SONNO
di Dario Argento

Ritorno al thriller ultra violento per Dario Argento,che richiama i Goblin a musicare il film e si fa affiancare per la sceneggiatura dal giallista Carlo Lucarelli. Dopo un beve prologo, troviamo una prostituta che scappa dalla casa di un cliente e che andrà in contro ad una morte terribile sul treno che aveva preso per tornare a casa. Anche l'amica che era arrivata alla stazione per accompagnarla,finirà uccisa dal killer. In queste prime sequenze(circa 30 tesissimi minuti),avvertiamo il ritrovato "genio argentiano" e le riprese denotano una cura tecnica che da tempo aveva accantonato. Inoltre si nota una sorta di esplorazione dei canoni del thriller "moderno",alla "Scream" per intenderci. L'immagine della prostituta che cerca disperatamente di farsi vedere dal finestrino del treno mentre il killer la uccide e abbassa le tapparelle è davvero inquietante! Comunque il killer continuerà la sua strage seguendo una macabra filastrocca(scritta da Asia Argento)e tutte le sequenze di omicidio sono ben fatte. Stilisticamente perfetto l'omicidio della ballerina verso il finale.

NON SI DEVE PROFANARE IL SONNO DEI MORTI
( NO PROFANAR EL SUENO DE LOS MUERTOS - ZOMBI 3 - DA DOVE VIENI ? - LET THE SLEEPING CORPSE LIE )

di Jorge Grau

Inquietante film italo-spagnolo girato tra Roma,Madrid, Sheffield e Manchester da un ottimo regista spagnolo poco conosciuto. La sceneggiatura ,un mix tra italiani e iberici tra cui spicca Sandro Continenza,funziona ottimamente seppur ricalcando irrimediabilmente alcune tematiche de "La notte dei morti viventi".Ma rispetto al capolavoro romeriano viene fortemente evidenziata la stoltezza e la brutalità della forze dell'ordine,nonchè una critica ai dannosi effetti che può portare l'inquinamento ambientale sulla natura e su gli esseri viventi. La trama: una macchina antiparassitaria ad ultrasuoni risveglia i cadaveri di una zona della provincia ingle- se.Ray Lovelock e Cristina Galbo cercheranno di debellarli nonostante vengano ostacolati di continuo da un ottuso commissario di polizia(Arthur Kennedy)che non crede all'incredibile realtà. La prima parte è premonitrice di quello che sta per accadere ai protagonisti.Le fredde immagini della provincia inglese avvolta dalla foschia,si alternano ai lenti e dolci movimenti di macchina degli interni donando alla pellicola un senso di mistero e di interesse. Magistrale la scena della cripta dove il vento soffia in un silenzio irreale e sotto gli occhi atterriti dei protagonisti,che sono chiusi dentro,i cadaveri si rialzano lentamente dalle loro bare.Qui come in altre scene c'è un perfetto connubio tra momenti gore e momenti di assoluta paura.Lo spettatore si sente soffocare dall' abbraccio mortale dei cadaveri appena risorti che con i loro occhi rossi e penetranti che si lamentano in modo inquietante. Gli effetti artigianali ultra-splatter di Giannetto De Rossi sono assai realistici (sembra addirittura che , ai tempi, venne portato in tribunale !)e anticiperanno quelli altrettanto efficaci di Tom Savini in "Zombi".Al contrario degli zombi romeriani questi possiedono una forza straodinaria e possono essere eliminati solo con il fuoco. Geniale il finale, in particolare una scena in cui il commissario ed il suo braccio destro scherzano sulla macchina antiparassitaria non sapendo cosa li attende. Il produttore Edmondo Amati non conoscendo Grau gli affidò Giovanni Arduini uno degli aiuto registi più affidabili dell'epoca. Il film fu riuscitissimo come testimonia un premio vinto al Festival di Stiges nel 1974. A parte qualche stupida riedizione dal titolo "Zombi 3" o "Zombi 4",il film è conosciuto anche con il titolo "Da Dove Vieni?".Tra i più bei film italiani sui morti viventi.

NON SI SEVIZIA UN PAPERINO
di Lucio Fulci

È doveroso precisare sin dall'inizio che "Non si sevizia un paperino" non è un vero e proprio horror movie, e che non risente nemmeno della vena splatter che ha reso famoso Fulci in tutto il mondo; si tratta piuttosto di una sorta giallo, impregnato, tanto per rimanere sempre in tema di definizioni cromatiche, di venature nero- fantastiche. Il succitato regista, facendo leva su personaggi e situazioni tipiche, riesce a ritrarre in maniera straordinaria tutta una serie di aspetti antropologici e sociali di un non specificato paese del sud Italia, scenario che fa da sfondo al film. Infatti, non a caso compaiono figure quali la "magara" (una sorta di strega) e il pazzo (o scemo del villaggio, che dir si voglia), e vengono sottolineati alcuni atteggiamenti, come la rabbia della gente di fronte alla sparizione e uccisione di alcuni bambini del posto, vicenda su cui ruota gran parte della trama, evidentissima nella sequenza del tentato linciaggio del presunto colpevole. Estranei a questo background sono un giornalista (Tomas Milian), ed una facoltosa ragazza esiliata in questo sperduto paesino dalla famiglia (una conturbante Barbara Bouchet), non meno importanti comunque per l'economia narrativa di questo lungometraggio del 1972. Un'aura di malsano mistero vi rapirà per tutta la durata del film, e non ve ne libererete fino a quando non scoprirete chi è il folle autore degli efferati delitti, impresa assai difficile, dato che l'efficace caratterizzazione psicologica dei personaggi contribuisce non poco a confondere le idee.

NOSFERATU - Eine symphonie des grauens
di Friedrich Wilhelm Murnau

Murnau è stato il migliore regista che abbia avuto la Germania e uno dei più grandi di tutto il mondo insieme a Griffith, Ejzestejn e, in seguito, Hitchcock. Questo suo celeberrimo film è tratto dal “Dracula” di Bram Stoker ma, per una faccenda di diritti d’autore, i nomi dei personaggi sono cambiati (ad esempio il vampiro è il conte Orlock). La trama è quanto di più classico si possa immaginare, ma è grazie a questo film se lo è diventata: un mediatore di terreni si reca presso il castello del Conte, nei Carpazi, per concludere un affare non portato a termine da un collega in seguito impazzito. Ma il conte è in realtà un vampiro, il quale, imbarcandosi su una nave, riesce a raggiungere la moglie del mediatore a Brema; lei decide di sacrificarsi per la salvezza della città, caduta nelle mani del vampiro. Proprio quando sembra che tutto sia perduto un raggio di sole colpisce Orlock e lo dissolve. Il film ha una grandissima potenza visiva, grazie a una splendida fotografia e alla fantasia di Murnau, che ci regala bellissime sequenze come la carrozza che corre nel paesaggio in negativo, la traversata del vampiro sulla nave per raggiungere Brema o la sua morte (Willem Dafoe reinterpreterà la stessa scena durante la sua realizzazione in “L’ombra del Vampiro”, meritandosi una nomination per l’oscar); tra l’altro, originariamente, in questa scena il fascio di luce che dissolve il vampiro era effettivamente colorato di giallo, con un procedimento simile a quello che si usava per il cinema d’animazione, ma con il tempo il colore è andato perduto. Questo film è un ottimo esempio di cinema dei tempi andati, quando la settima arte veniva ancora considerata a tutti gli effetti come “arte visiva”; nessun altro film può, a parer mio, essere considerato IL film dell’orrore per eccellenza. Murnau ha preso di forza il terrore e lo ha messo sullo schermo tedesco, che grazie a lui verrà definito “lo schermo demoniaco”.

LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI
(NIGHT OF THE LIVING DEAD)
di George A. Romero

Romero inventa il nuovo horror. Romero mescola la politica e l'horror. Romero crea un capolavoro assoluto ed indimenticabile. I morti escono dalle tombe senza un motivo apparente, divorano i prorpi simili, incoscienti seguono l'istinto primitivo e la loro vacillante massa diventa un vero e prorpio moto rivoluzionario contro la societa' moderna. Girato in bianco e nero, con un budget risibile e con un protagonista di colore (e per i tempi era una scelta assai azzardata), "La Notte dei Morti Viventi" rappresenta il contributo che l'horror ha dato al 1968 urlando le sue idee e le sue fobie attraveso immagini orripilanti ed atmosfere angosciose. Attraverso un rabbioso e disperato racconto di quotidianità che va in pezzi e certezze che vacillano, attraverso una massa informe di non-morti che seguono unicamente l'istinto base umano del nutrimento, spogli di qualsiasi forma di civilizzazione e morale imposte dalla società. Un pessimismo soffocante pervade tutta la pellicola e non lascia scampo nè ai "buoni" nè ai "cattivi", fino all'ultimo, beffardo, fotogramma. Non credo che ci siano parole per commentare un film del genere, bisogna solo inchinarsi di fronte a cio' che Romero ci ha voluto comunicare e che poi tra l'altro ribadira', adattandosi ai tempi ma con vigore invariato,negli altri tre capitoli della sua quadrilogia dei morti viventi.

L'OCCHIO NEL CIELO NOTTURNO
di Giuseppe Tozza

Opera prima del torinese Giuseppe Tozza, "L'occhio nel cielo notturno" è un mediometraggio noir/horror a tinte forti. Un ragazza sensitiva è tormentata da terrificanti incubi ricorrenti. Sembra esserci un filo conduttore in ciò che sogna e cosi' decide, assieme ad un ragazzo, di iniziare delle indagini. Lentamente verrà a comporsi un mosaico fatto di segreti, morte e sette esoteriche. Un prodotto interessante che ha diversi pregi ed alcune pecche. Notevole l'inizio onirico del film in cui assistiamo anche alla scena shock in cui una donna incinta si martoria il grembo con un coltello da cucina. Il resto dell'opera però non rispecchia l'ottimo andazzo dei primi 20 minuti. Ci sono difatti frequenti tempi morti e la trama, in alcuni punti, si dispiega in maniera piuttosto tortuosa. Comunque degno di nota è il montaggio che in alcuni punti ha uno stile da videoclip ed ottiene buon impatto visivo. Gli attori sono stati doppiati ed in qualche caso la fluidità audio e video ne risente. Buone le musiche che annoverano alcuni pezzi che faranno felici i cultori dell'heavy metal. Per l'angolo del sadismo gratuito segnalo la violentissima scena in cui un tipo acceca una ragazza usando l'accendi-sigari dell'automobile. True Gore !!!

L'OCCHIO NEL TRIANGOLO
(SHOCK WAVES - ALMOST HUMAN - DEATH CORPS)
di Ken Wiederhorn

Apparentemente un film di serie b, ma pian piano ci si accorge che siamo di fronte a un lungometraggio di una profondita' non indifferente, girato con pochi mezzi , ma con tanta intelligenza ed espressivita'. Un gruppo di naufraghi sbarca su un isola apparentemente deserta ma ben presto si trova di fronte un esercito di zombi ( un tempo soldati delle ss naziste ), con pessime intenzioni. Gli zombies faranno fuori uno ad uno i poveri malcapitati , fatta eccezione per una ragazza. Dal massacro generale non se la cava neanche il comandante (Peter Cushing) il quale era stato il custode del suddetto esercito di morti viventi.Un film con una tensione crescente, misteriosi e sinistri i soldati, attori che riescono a dare il meglio di se stessi, un grande John Carradine e Peter Cushing. Musiche azzeccatissime.

L'OMBRA DELLA STREGA
di Giacomo Dimarno

Un'avvenente ragazza soffre d'insonnia e cosi' se ne sta davanti al televisore in attesa che giunga il tanto agognato sonno ristoratore. Sullo schermo televisivo passano diverse immagini fra cui alcune appartenenti al famoso horror "Halloween - La notte delle streghe" di Carpenter. Disperata per la mancanza totale di sonno, la giovane prende dei sonniferi e d'improvviso si ritrova in un incubo in cui è inseguita da Micheal Myers, il famoso assassino del film sopracitato! Realtà e sogno si confonderanno in un vortice senza via d'uscita. Una trama pretestuosa è solo il modo più semplice per scatenare, da parte di Dimarno, un serie di scene oniriche intervallate da bruschi risvegli. Il gusto visionario del regista si sbizzarrisce in una serie di situazioni horror, alcune delle quali pregne di tensione. Tecnicamente pregevole, il corto in questione si segnala per l'ottimo montaggio dai ritmi forsennati e pieno di hard-cut efficaci. Anche l'uso interessante di alcuni effetti fatti al computer da quel tocco di qualità in più all'opera di Dimarno. Visti i contenuti, forse la lunghezza finale del film è eccessiva, ma ciò non toglie che ci si trovi di fronte ad un prodotto impeccabile (nonostante i mezzi esigui) dal punto di vista tecnico.

L'OMBRA DEL VAMPIRO
( SHADOW OF THE VAMPIRE )

di E. Elias Merhige

Nel '22 usciva l'opera di Friederich Willhelm Murnau, "Nosferatu", il non morto, uno dei primi film realizzati sui vampiri. Una perla di cinema ancora oggi ineguagliato, super produzioni tecnologiche e computer graphic non valgono le atmosfere sulfuree e surreali di quel film. Oggi a quasi 80 anni da quell' evento si è pensato bene di rendere omaggio a si tanta grazia cinematografica con "L' Ombra del Vampiro", prodotto da Nicholas Cage, ed interpretato magistralmente da John Malkovich (Murnau) e Willem Dafoe (Max Shreck). La perizia cinematografica con cui l' intera pellicola è girata è impressionante (fantastiche le scene in cui assistiamo alla riduzione dell' obbiettivo passando dal colore al livido B/N come se vedessimo le cose dall' occhio della cinepresa), la capacita degli attori di immedesimarsi in personaggi non certo semplici è strabiliante, cosi come la fotografia e gli ambienti scelti per girare il film. Tecnicamente l'opera è ineccepibile. Purtroppo il film si muove lentamente, risultando comunque credibile cosa che non si sarebbe verificata se di punto in bianco la pellicola fosse degenerata in una carneficina sanguinolenta. In fin dei conti si tratta di una interpretazione fantastica sulla realizzazione originale dell'opera del regista tedesco; è più un film SU un film dell'orrore che un film dell'orrore vero e proprio (se mi passate ehm..l'orrendo gioco di parole). Secondo la trama, Murnau, per avere dagli attori la massima performance e credibilita' decide non solo di tenerli all'oscuro dei dettagli del film ma persino di scegliere un vero vampiro per impersonare il conte Orlock, con i risultati che si possono immaginare. Se volete vedere qualcosa di diverso piuttosto che il solito clone di Venerdi 13 o il classico splatter-movie questo film vi soddisfera'. Ma attenzione è per palati raffinati, gli amanti di zombi, squartamenti ed eviscerazioni ne stiano lontani, molto lontani.

OPERA
di Dario Argento

Con questo film del 1987 Dario Argento firma una pellicola di tecnica totale. Forse il suo film più in "soggettiva", questo è il film del vedere... La storia ruota intorno a Betty, la giovane sostituta della cantante lirica Mara Cecova che viene investita da una macchina e si rompe le gambe... Betty, al suo debutto, sembra incerta, ma è brava e fa clamore, riceve applausi, e risveglia i ricordi del folle di turno. Inizierà per lei un incubo al quale sarà costretta ad assistere. Vedere, dicevo, il tema del film. Argento ci fa vedere tutto. Le soggettive si inseguono l'una all'altra, già dalla sigla si intuisce il tema del film: un primissimo piano della pupilla di un corvo. E lo sguardo segue tutta la vicenda. Gli omicidi sono brutali, e Betty è costretta a guardare l'assassino che uccide le sue vittime, legata, con una fila di spilli sotto le palpebre che le impediscono di chiudere gli occhi. La tecnica raggiunge il suo apice. Argento ci fa vedere con gli occhi di Betty, in soggettiva dietro gli spilli; ci mostra l'interno della bocca di Stefano, dove un coltello spunta da sotto la lingua; e ci precipita dentro lo spioncino di una porta, in una splendida sequenza al rallentatore, attraversato da un proiettile che sfonderà l'occhio di chi osserva! Vedere significa entrare nelle mire dell'assassino, e Argento ci mostrerà l'assassino da dentro: il suo cervello con i suoi ricordi; perfino il pulsare di una sua vena, con tanto di riflusso di sangue. Argento è poco interessato alla trama, gli serve solo per cucire insieme le immagini che si affacciano nella sua mente, e arriva a delegare il ruolo di detective a dei corvi, per essere così libero di girare una scena stupenda nel Teatro Regio di Parma: la soggettiva di un corvo in volo, all'interno del teatro, che roteando sul pubblico cerca l'assassino, colpevole di aver ucciso anche alcuni corvi di scena. I corvi ricordano, hanno una buona memoria, e riescono a trovare chi li ha assaliti. Strappano anche un occhio al loro assalitore. La sequenza è bellissima, il corvo vola sulle teste della gente, e noi voliamo con lui, cerchiamo con lui. Gli effetti degli omicidi sono ottimi, come sempre, curati da Sergio Stivaletti, anche creatore di corvi meccanici, e Rosario Prestopino, le cui ferite sono veramente realistiche. Una menzione spetta all'omicidio di Giulia, la sarta, le viene sezionato il petto in una rudimentale tracheotomia, alla ricerca di un braccialetto rivelatore (scoprite voi come le è finito il braccialetto in gola...). L'omicidio non ci viene mostrato, vediamo solo il dettaglio delle forbici e i primi piani di Giulia che sussulta. Ma il sonoro completa il tutto, ed il disgusto è alto. Un giallo che ci affascina, ci prende, ma che, purtroppo, cede un pochino nel finale. Ma è difficile portare avanti la tensione ininterrottamente per quasi due ore, specie in quello che, come ha detto Argento stesso, è stato il suo film più sofferto e faticoso. Sicuramente da vedere.

ORE 11:14 - DESTINO FATALE
di Greg Marcks

Ore 11:14,p.m. I destini di alcuni
residenti di Middleton si incrociano proprio allo scoccare di quell'ora, che come dice il titolo, si rivelerà "fatale"Co-produzione Stati Uniti/Canada, del 2003, diretta dall'esordiente Greg Marcks, un
giovanotto che lascia ben sperare per il futuro; girato in stile serrato, in modo da
presentarci le vicende personali dei protagonisti ad una ad una, inserendo degli incroci tra di esse (che rimandano alla mente lo stile di “Pulp Fiction"), che lo
spettatore può divertirsi a cogliere e che lasciano intendere come ogni nostra singola azione non solo determini tutto il resto della nostra vita ma che porti anche conseguenze nei destini altrui. Abbiamo quindi la storia di tre ragazzi che rimangono coinvolti in un incidente mentre compiono atti di
vandalismo per la strada, una storia d'amore a tre, una rapina, un occultamento di cadavere e un cervo investito, il tutto perfettamente intrecciato in un
clima di tensione mista ad ilarità. Cosi ci apprestiamo a visionare tragedie concatenate, con un'insolita spensieratezza, dovuta all'alcool trangugiato dai personaggi che affrontano anche le situazioni più
assurde. Forse, a livello di sceneggiatura, qualche passaggio ed alcune sfumature si potevano approfondire di più e, ovviamente, alcune assurdità non
possono essere giustificate semplicemente dagli effetti dell'alcool sui personaggi, ma il film è sicuramente gradevole e senza momenti di stasi. Consigliato.

PAURA NELLA CITTA' DEI MORTI VIVENTI
(CITY OF THE LIVING DEAD)
di Lucio Fulci

Una veggente di nome Emily ha la visione di un prete che si suicida impiccandosi causando cosi' il risveglio dei morti viventi. La ragazza subisce uno shock dopo la visione e va in catalessi profonda..cosi' profonda che viene creduta morta e viene sepolta viva. Fortunatamente la giovane viene salvata in extremis da un giornalista che poi la condurrà nel luogo dove è avvenuta l'allucinante visione. Si tratta della città di Dunwich dove il male si è reincarnato nel prete morto e dove, la notte di Ognissanti, i morti torneranno dall'aldilà. Sarà un durissima lotta per scongiurare l'avvento degli zombi. Il film più truculento di Fulci e forse l'unico in grado di competere a livello visionario con "L'Aldilà". La scena iniziale nella quale si assiste al suicidio del prete è memorabile e splendidamente fotografata. Per non parlare della scena in cui la ragazza sepolta viva si sveglia e prende coscienza della sua disperata situazione: un gioiello di tecnica,suspance ed angoscia mescolate sapientemente. Forse una delle più belle scene girate da Fulci. Per quanto riguarda il settore splatter..bhè..è un vero massacro..Michele Soavi (che fa una comparsata) fa una finaccia assai orrida ed addirittura in una sequenza una ragazza rigetta dalla bocca le sue interiora!!! Un MUST !!

PHANTASM
di Don Coscarelli

Eccellente piccolo film degli anni 80.Originale e molto tenebroso riesce a creare attimi di tensione davvero notevoli, grazie anche all'inquietante figura dell tall-man un essere che profana tombe e resuscita cadaveri rendendoli schiavi nella dimensione parallela da cui egli proviene. Dei giovani cercheranno di venir a capo della terrificante situazione scoprendo orrori su orrori. Girato in maniera abile, il film possiede delle chicche davvero imperdibili quali, ad esempio, la sfera di metallo che trapana crani e svuota scatole celebrali e la lotta fra il protagonista ed un moscone furioso che nasce in mezzo ai suoi capelli! Coscarelli evita comunque il facile effettaccio gore preferendo invece l'uso di nebbie e fari dai colori cupi e riuscendo cosi' a dare al suo film un aurea inquietante e del tutto unica. PHANTASM puo' piacere o meno,ma di sicuro nessuno potra' mai affermare che esso non sia un prodotto originale!

PHANTOMS
di Joe Chappelle

Fanta-horror dotato di buoni effetti speciali e di momenti gore divertenti. Due sorelle ,con un passato difficile alle spalle, decidono di passare un mese nel paesino di montagna degli anziani genitori. Giunte li' troveranno la popolazione del paese sterminata da una forza misteriosa e letale. Con l'aiuto di alcuni poliziotti e di uno scienziato bislacco scopriranno che l'assassino che ha falcidiato gli abitanti del villaggio è un'antica creatura, responsabile della scomparsa dei dinosauri! Difatti il mostro si risveglia di tanto in tanto dal lungo letargo e divora persone assumendone la memoria ed i sogni. Cosi' lo sparuto gruppetto affronterà, nel più "rambesco" ed americano dei modi, il millenario mostro sconfiggendolo grazie ad un batterio per la raffinazione del petrolio. Difatti la struttura molecolare della creatura è composta da idrocarburi! Dopo un inizio senza tensione con scialbi dialoghi ed una fotografia da TV-Movie, si passa all'azione serrata e notturna. Il film è tratto da un romanzo di Dean R.Koontz che qui veste i panni anche di sceneggiatore e produttore. Nel complesso ci si diverte e qualche sano brividino ci è dato dal discreto regista Chappelle (autore del sesto capitolo della saga di "Halloween"). Bella la sequenza in cui appare un cane inquietante che dentro di sé possiede lo spirito del mortale essere millenario.

PHENOMENA
di Dario Argento

Dario Argento torna (siamo nel 1984) con questo film al giallo onirico. Tutto quello che accade in "Phenomena" accade in un sogno, e l'universo di Argento torna ancora a Walt Disney, in un modo ancora più esplicito che in "Suspiria". In quel film Argento aveva detto di essersi ispirato a "Biancaneve e i 7 nani", per i colori, per la storia della strega cattiva, per la favola maledetta. Ma in questa pellicola c'è una vera e propria antropomorfizzazione degli animali. La protagonista, la bellissima, sognante Jennifer, comunica con gli insetti, parla con loro, e la sua migliore amica è una scimmia. E gli animali sono veri attori, sentiamo le loro voci, vediamo con i loro occhi tramite una soggettiva caleidoscopica. E saranno gli insetti prima, e la scimmia Inga dopo, ad aiutare Jennifer nella soluzione del caso di un folle che uccide giovani ragazze in un collegio svizzero. La scena iniziale, del primo omicidio, nel quale recita la figlia del regista, Fiore, è di una bellezza grafica estrema. Ma in tutto il film si respira un amore, un rispetto per la natura e per la sua poesia. E veramente la natura e gli ambienti diventano protagonisti: la grande foresta all'inizio del film, le valli, gli alberi scossi dal vento, l'acqua di un placido laghetto. Ma anche una cascata può diventare il luogo di un delitto, il male contamina tutto. Poi ci sono gli insetti. E sono proprio i piccoli protagonisti del film al centro di una splendida sequenza: Jennifer, derisa dalle sue compagne di studio, chiede aiuto. Ed un impressionante sciame di mosche si riversa sulla facciata del collegio, pronte ad aiutare la loro protetta. Una scena veramente epica, che perde sullo schermo televisivo, ma lascia senza fiato sullo schermo di un cinema... Poesia, durante tutto il film, interrotta da momenti agghiaccianti, gli omicidi delle giovani studentesse e di coloro che in qualche modo si mettono sulla strada del folle. Ci sono anche le brillanti scene di sonnambulismo di Jennifer, dove vediamo, in soggettiva della ragazza, corridoi, scale e palazzi illuminati da una luce irreale e onirica. Per la prima volta, Argento sottolinea i momenti più violenti con musica metal, utilizzando gruppi come Iron Maiden e Motor Head, accanto al sempre fedele ed in forma Claudio Simonetti, che scrive per l'occasione uno splendido pezzo, "Phenomena", appunto. E tra poesia e colpi di scena "Phenomena" va avanti, fino al finale, e qui tutto cambia. Il film precipita nell'incubo totale, nel tripudio del cadavere. E Jennifer sarà anche costretta a precipitare in una grande vasca di resti umani. Un finale teso, sempre pronto a sorprendere.

POLTERGEIST - Demoniache Presenze
di Tobe Hooper

Questo regista ha avuto un esordio al fulmicotone presentandosi con un'opera prima come "Non aprite quella porta". Dopo quel film però iniziò una vertiginosa caduta, azzeccando ben poche altre opere... beh questa é una di quelle!
La vicenda narra di una tipica famiglia americana che vive in una tipica villetta americana in un tipico complesso residenziale, tranquillo, abbastanza lussuoso...insomma il posto ideale dove far crescere i propri figli. Nei primi venti minuti non succede sostanzialmente nulla (prologo a parte), essi servono infatti per farci familiarizzare con i 5 componenti della famiglia, dopo di che la figlia più giovane (bravissima la piccola attrice) inizierà a chiacchierare amabilmente con il televisore, ma solo quando questo é privo d'immagini! Nessuno dei familiari sa dare una spiegazione a tale comportamento e quando le chiedono con chi parla lei risponde semplicemente "Con quelli della televisione!"
Chi sono "quelli della televisione" e che cosa vogliono dai Freeling?
Tobe Hooper ci trascina in questo spaccato di vita americana che diventa un incubo allucinante.
La storia é stata scritta da Steven Spielberg e la sua mano si vede specialmente nelle scene più dolci, dove la famiglia si fa forza per fronteggiare la minaccia. E' vero che Spielberg a volte é un po' sdolcinato, ma in questo film riesce a dosare molto bene la tensione e la tenerezza. La mano di Hooper si nota invece nelle scene più crude, ne vanno ricordate almeno 3: L'albero che si anima facendo "irruzione" nella camera del figlio, il ricercatore che si gratta la faccia fino a scarnificarsela e il pupazzo-clown che si anima ( sarà oggetto di una gustosissima parodia in Scary Movie 2).
Insomma un cast tecnico roboante che annovera, oltre ai già citati Hooper e Spielberg, anche Frank Marshall in veste di co-produttore.
Una volta tanto un horror prodotto con tutti i cliché holliwoodiani risulta divertente e intrigante

PREDATOR
di John McTiernan

Un commando viene mandato nella giungla per liberare alcuni ostaggi, ma dovrà vedersela con uno spietato essere alieno capace di mimetizzarsi: Tutta qui la trama, ma il film possiede una carica e una forza visionaria incredibile: parte come un action movie con il testosterone al massimo per poi abbracciare l'horror e la fantascienza; sulla carta la commistione era rischiosa, ma McTiernan si dimostra un ottimo regista (cosa che non sempre riuscirà a fare in seguito) in grado di realizzare un prodotto di genere tesissimo, stimolante e dal ritmo indiavolato. Rischia grosso (perché certe visualizzazioni della creatura potevano sfiorare il ridicolo) ma alla fine ne esce a testa alta: ciò che gli interessa maggiormente è riflettere sulle dinamiche interne del gruppo (si respira quasi aria di Peckinpah!), sull'ignoto che ci attrae e spaventa al tempo stesso e sul confronto cacciatore/preda, affrontato in maniera estrema e mai banale. Un gran film, quindi, con uno Schwarzenegger più sopportabile del solito che ci regala uno scontro finale con il mostro davvero memorabile.

PREMUTOS - DER GEFALLENE ENGEL
di Olaf Ittenbach

Ittenbach torna alla carica con questo amatoriale imponente e molto ambizioso. Anzi, definirlo un film "Amatoriale" è ormai riduttivo poiché la pellicola è stata girata in digitale con una risoluzione altissima e con un budget davvero considerevole. La storia vede Premutos, l'angelo della distruzione e dei morti viventi che ritorna in azione nel mondo moderno incarnandosi in un giovane e sfigatissimo ragazzo. Il ragazzo è difatti tormentato da continui flashback che lo proiettano in svariate epoche storiche (medioevo, scozia dei clan di Wallace, Russia dell'800) e nelle quali ogni volta muore e poi risorge con sembianze mostruose. Alla fine le visioni avranno il sopravvento mutandolo in Premutos e scatenando un'orda di morti viventi al suo seguito. Direttamente debitori nei confronti di "Splatters" di Peter Jackson e con strizzate d'occhio a "Street Trash" di Jim Muro, il film si muove sui binari dello spaltter esagerato e dissacratorio. Ottime le ricostruzioni scenografiche delle epoche passate..davvero sorprendenti visto il budget (comunque basso) del film in questione.Ci sono scene violentissime alternate con altre prettamente comiche (l'accattone che recupera un vasetto con uno strano liquido, lo beve e poi gli scoppia la testa in mille pezzi!). Tecnicamente molto abile, Ittenbach costruisce una storia divertente anche se un po' confusa e piuttosto slegata in alcuni punti. Tutto sommato preferisco "The burning moon" (il suo film precedente) per i contenuti e per le idee, ma comunque "Premutos" resta pur sempre un progetto davvero lodevole e stupefacente!

PRODUZIONE PROPRIA
di Alfonso Balzano & Vincenzo Coccoli

Un ragazzo si reca in un videonoleggio alla ricerca di un film horror. Nutrendo scarso interesse per i titoli offerti dalla videoteca, decide di chiedere consiglio al proprietario del posto. Il suo desiderio è di vedere un horror veramente spaventoso, che si avvicini estremamente alla realtà. Il lercio proprietario del videonoleggio saprà offrirgli molto di più di ciò che lui sta chiedendo… Cortometraggio firmato dal duo Balzano/Coccoli che si rivela un crogiuolo di citazioni filmiche e, al tempo stesso, una riflessione, sospesa fra serio e faceto, sul labile confine fra orrore e realtà. Aldilà della truculenta messa in scena, “Produzione Propria” mostra allo spettatore ciò che molti di noi spesso cercano, senza razionalità ed in modo ossessivo, ovvero l'orrore plausibile e vicino alla quotidianità. La freddezza con cui accadono i brutali eventi è narrata allo stesso modo in cui vengono narrati i “reality show” : una telecamera inquadra ciò che avviene, senza intromissioni eccessive,se non quelle che possono subdolamente enfatizzare alcuni momenti topici. La regia è dosata, talvolta dotata di buon dinamismo (titoli di testa in primis) e la fotografia è volutamente piatta e luminosa. Tanto sangue, effetti caserecci e qualche dettaglio che più che raccapriccio sortisce risate, ma fa tutto parte del gioco. Sceneggiatura lineare e semplice, ma comunque sempre presente, anche nel momento della mattanza. Forse una cura formale maggiore avrebbe reso il prodotto ancora più appetibile, tuttavia il risultato finale resta efficace. Vincitore del “premio speciale della giura” nella prima edizione del “The Reign of Horror Short Movie Forum Award”.

PROFONDO ROSSO
di Dario Argento

Lo spartiacque del cinema trhiller italiano e mondiale ("Psycho" a parte…), il capolavoro del piu' geniale regista di genere in Italia (Sergio Leone si trova però un gradino più su..permettetemelo,facendo lui parte dell'olimpo degli intoccabili!), il film che molti hanno scimmiottato ma mai nessuno eguagliato(compreso lo stesso Argento..): sono le credenzilai della pellicola che nel 1975 Dario Argento presento' al pubblico italiano e successivamente al resto del mondo, ignaro al momento di cosa esso avrebbe rappresentato per molti. "PROFONDO ROSSO" non fu solo innovativo dal punto di vista dello svolgimento in sé per sé ma anche dal punto di vista visivo e sonoro..ma andiamo con ordine.. Già dall'inizio le immagini del pianista all'opera (l'attore inglese David Hemmings) sono intervallate dall'omicidio prologo della vicenda avvenuto in qualche luogo in un determinato perdiodo che lo spettatore non riesce a circoscrivere ed identificare.Tornati al presente man mano che la storia si snoda vengono offerto nuovi elementi riguardanti lo stesso (sempre con il contagoccie..) facendo restare ogni persona spaesata nella sarabanda crescente di tensione, paura e violenza.La soluzione finale, cosi' agghiacciante ed inaspettata, viene vista come una liberazione sottoforma pero' di beffa poiche' la possibilita' d'induividuare l'assassino Argento ce la offre in realta' dopo un quarto d'ora dall'inizio del film stesso(la famosa scena della figura riflessa nello specchio,tra i volti di un'inquietante quadro) anche se per pochi attimi.Per arrivare alla fine pero' siamo obbligati a percorrere un labirinto di orrori fatto di follia e sadismo(ogni omicidio e' un elogio alla violenza ed alla sofferenza grafica!).A Glauco Mauri ,prima di morire trafitto alla gola dalla lama di un coltello ,viene sbattuta la bocca e rotti tutti i denti contro ogni spigolo e sporgenza che si torva nella stanza!la medium prima viene selvaggiamente colpita con una mannaia dopo di che il coplo di grazia la manda contro un vetro rotto che le recide la gola!Mark(Gabriele Lavia) viene agganciato per un piede alla carrozzeria di un camion in corsa..trascinato,sballotato finisce in mezzo alla corsia stradale ed un'altra auto sopraggiunge schiacciandogli la testa con la ruota!!! Queste sono solo alcuen delle spaventose scene che pervadono il film dove la paura della vittima ed il suo dolore sono quasi tangibili. Pellicola ricca comunque di simbolismi sin dalle immagini voyeristiche ed inquietanti: gli oggetti feticcio dell'assassino,le bambole,i giocattoli,le lame lucenti dei coltelli ripresi con una speciale telecamera..la fugace lotta fra i cani,omaggio a "l'esorcista" di W.Friedkin (suo grande amico) come ad indicare l'incombre imminente del male; la bambina che si diverte a torturare la lucertola ,in linea col sadismo del killer, che conosce almeno superficialmente i segreti che si celano nella spettrale villa che si raccordano con l'omicidio durante i titoli di testa.L'altra componente vincente fu la musica..non si puo' immaginare Profondo Rosso senza la spettrale ed ossessiva track dei GOBLIN. Questo cocktail di elementi ha portato all'eccezionale risultato di "PROFONDO ROSSO", ed il regista Dario Argento negli anni a venire (ma anche prima.. da vedere i primi 3 eccezzionali lungometraggi!!) arrivera' ad una nitidezza tecnico-visiva invidiabile da molti suoi colleghi a scapito qualche volta pero' della logicita' della trama. Tutto questo fino a che alla fine degli anni 80 qualcosa si e' rotto,ma questa purtroppo e' un'altra storia…

PSYCHO
di Alfred Hitchcock

Nel 1959 usciva "Psycho", il romanzo di Robert Bloch, e soltanto un anno dopo Hitchcock ne traeva questo grandioso capolavoro, che, sotto tutti gli aspetti, rappresenta un punto di svolta per il cinema di genere e non. A mio parere, gran parte del suo successo questo film lo deve a Bloch, al quale non è stato tributato sufficientemente il merito di aver ideato la storia delle due sorelle Crane e della "famiglia" Bates, senza cui, non me ne voglia nessuno se dico questo per quanto banale possa essere, il film non sarebbe mai stato realizzato. La grandezza di "Psycho" sta proprio in questo, nell'intrecciarsi delle vite, delle differenti emozioni e psicologie dei personaggi, oltre che naturalmente nel genio di Hitchcock, espresso in questa occasione in tutta la sua inquietante efficacia; è ben evidenziato infatti il morboso rapporto che lega Norman Bates a sua madre, come del resto cinicamente risaltano i sogni, le ambizioni e le frustrazioni degli altri protagonisti, che nella maggior parte dei casi vanno in pezzi, dilaniati dalla lama dell'assassino. Superlativo in ogni sua componente, il film è ricolmo di stupende inquadrature e sequenze memorabili, tra le quali, sicuramente la più famosa è quella dell'omicidio nella doccia, forse la più citata nella storia del cinema.

QUEL MOTEL VICINO ALLA PALUDE
(DEATH TRAP - EATEN ALIVE)

di Tobe Hooper

Se durante uno dei vostri viaggi in Louisiana, tra un bordello e l'altro, voleste fermarvi a dormire in un qualche motel sperduto, vi sconsigliamo fermamente quello gestito dal vecchio Judd: il suo legame morboso con il coccodrillo della palude potrà non essere di vostro gradimento... A due anni di distanza dal memorabile "Non aprite quella porta" , Tobe Hooper sceglie per la sua opera seconda una storia che non si discosta molto dalla precedente: se è vero che "Quel motel vicino alla palude" vive in gran parte di rendita dal film del 1974, allo stesso tempo è vero anche che Hooper porta il discorso molto più avanti. Mette in scena tutta una serie di personaggi ben rappresentativi, dal cowboy macho ( I'm Buck and I'm here to fuck : detto tutto) al reduce di guerra impazzito (Vietnam?), mentre la famiglia viene vista solo come luogo di incomunicabilità e di fratture insanabili: in questo modo fa dell'unità di luogo il teatro di una società marcia destinata al macello, aggiungendo al tutto anche un gustoso citazionismo cinefilo, una buona dose di humour nero e almeno un ralenty d'antologia. Certamente un film figlio del proprio tempo, ma che ancora riesce ad essere testimonianza dell'America di quegli anni: ecco il motivo per cui, oggi, titoli come "The Village" paiono più che altro pamphlet didattici di ben poco interesse. Un grande film.

RABID - Sete di Sangue
di David Cronenberg

Una giovane donna (interpretata dalla pornoattrice Marilyn Chambers) incorre in un incidente automobilistico che le deturpa il corpo; medici senza scrupoli, impazienti di compiere una rivoluzionaria operazione di chirurgia plastica, le sostituiscono la pelle danneggiata con quella di un cadavere. Le conseguenze dell'esperimento vedranno la donna trasformarsi nel portatore sano di un orribile morbo, che spinge chi ne è affetto a bere sangue umano e ad espandere il contagio coi propri morsi; il finale sarà addirittura apocalittico. Secondo lungometraggio di David Cronenberg, che riprende tematiche già sfruttate nel film d'esordio (l'originale "Il demone sotto la pelle") per confezionare una sanguinosa commistione di vampirismo, zombie-movie e mutazioni corporee

RE-ANIMATOR
di Stuart Gordon

Ecco a voi il CULT della defunta casa di produzione Empire appartenuta a Charles Band. E' la storia di Herbert West (Jeffrey Combs) e della sua ossessione principale: riuscire a rianimare cadaveri. Lo scienziato ha inventato un fluido dal colore verde fosforescente, con il quale è in grado di riportare in vita le salme o parti separate di esse. Il problema principale è che queste ultime tornano in vita con un poco invidiabile istinto omicida furioso! Saranno guai, per lui e per un giovane che, suo malgrado, si trovera' a fianco del folle West. Un film girato praticamente tutto in interni, con un budget alquanto basso, ma che è dotato di assurdi ed ottimi effetti speciali splatter. Cadaveri senza testa che vanno in giro, budella che si ribellano al loro proprietario strangolandolo, teste mozzate parlanti e ferocissime, gatti morti e putrescenti che aggrediscono chiunque...questo e tant'altro nella pellicola in questione. Tecnicamente il film è ben costruito, dotato di ritmo e con una sceneggiatura carica di ironia e citazioni. Il film è tratto (moolto liberamente) dal racconto di H.P.Lovecraft "Herbert West professione reanimatore". Il successo di questo film darà origine ad altri due sequel di cui l'ultimo, di prossima uscita in america, intitolato "Beyond the reanimator".
Da vedere !
REAZIONE A CATENA
(BAY OF BLOOD)
di Mario Bava

Horror di uno dei piu' grandi maestri del genere. Anticipatore di VENERDI' 13 e di tutta la schiera dei suoi sequel, il film di Bava si distingue per uno stile di regia personalissimo, una fotografia eccellente ed una violenza grafica davvero scioccante. La vicenda ruota attorno ad una baita in riva ad un lago che scatenera' un vero e prorpio gioco al massacro per una questione di denaro, eredita' ed inquinamento ambientale. Memorabile la scena del polipo sul volto del cadavere rinvenuto sulla barca e la sequenza finale davvero allucinante.
Un grandissimo Bava!

REPULSION
di Roman Polanski

Improntato sullo stile horror psicologico che ha caratterizzato "Rosemary's Baby" e "L'inquilino del III piano", il film di Polanski racconta in un crescendo di tensione, la dicesa verso la follia della protagonista Carol. Questa vive con la sorella un rapporto di semi-soggezione psicologica e di attaccamento morboso che la spinge a detestarne l'amante con cui la donna intraprenderà un viaggio in Italia. Carol, rimasta sola, accentua la sua mania sessuofobica rifiutando uno spasimante con cui esce da qualche tempo, e combinando diversi guai sul lavoro (in un centro estetico), dove la vista del sangue sgorgato da una ferita volutamente provocata ad una cliente, fa saltare in Carol gli schemi mentali che ancora la tenevano ancorata alla reltà. Nell'ultima parte del film la protagonista, in preda ad allucinazioni che coinvolgono la stessa casa mutante di fronte ai suoi occhi, e un probabile ricordo di violenza sessuale subita, finisce con l'uccidere il suo spasimante e l'affittuario della casa dove vive, fino a ritorno della sorella e dell'amante che la trovano stesa in terra in uno stato di trance catatonica. Il film punta interamente sull'orrore psicologico e sulla lenta discesa agli inferi della mente della protagonista di cui il regista fa intuire e non rivela mai, un trauma trascorso che l'ha irrimediabilmente segnata.

RESIDENT EVIL
di Paul W. S. Anderson

Tratto dal famoso videogioco horror, “Resident Evil” si rivela un divertente prodotto che miscela orrore, azione e fantascienza. In un complesso sotterraneo segreto vengono compiuti esperimenti con un virus, destinato a diventare micidiale arma batteriologica. A causa di un incidente, la base viene contaminata ed il computer centrale ne sigilla le uscite condannando a morte tutto il personale. Immediatamente una squadra di specialisti viene inviata sul luogo per constatare l'entità del danno, il numero delle vittime e per cercare di eliminare il virus. Ma la spedizione si trasformerà in un incubo, poiché l'agente batteriologico ha tramutato i cadaveri in zombies famelici. Il cinema dei morti viventi, grazie a questo film, si riaffaccia alla ribalta cinematografica dopo anni di silenzio. Grazie a “Resident Evil” molte altre pellicole (“28 Giorni Dopo”, “Undead” ecc…) hanno ripreso a sfruttare il mito degli zombies, donando nuova linfa vitale al filone. Il regista Anderson riesce ad imprimere ritmo serrato alla vicenda e si mantiene in equilibrio fra i canoni del videogame e quelli del cinema action, creando un prodotto di puro intrattenimento che si appoggia agli ottimi effetti speciali e all'audio fragoroso. Numerose (e talvolta stucchevoli invero…) citazioni dal filone dei morti viventi “romeriano” (e proprio Romero, in origine, doveva dirigere il film in questione), dal “Cubo” di Natali e da opere di registi italiani quali Argento, Fulci e Lenzi e più in generale, tutto il film, deve parecchio ad “Aliens – Scontro Finale” di Cameron. Milla Jovovich si dimostra statuaria ed affascinante eroina, letale come un cobra e bella come la luna, ed è ben spalleggiata dalla grintosa Michelle Rodriguez. Se ci si lascia andare, durante la visione, e si è in vena di un film fragoroso ed un po' baracconesco, allora “Resident Evil” è perfetto. Molto bello il finale ed efficace la colonna sonora

RESIDENT EVIL : APOCALYPSE
di Alexander Witt

Nuova puntata della versione cinematografica del popolare videogioco della Capcom, che comincia direttamente dove il primo episodio terminava. Le conseguenze dell' incidente nei laboratori sotterranei dell' immaginaria metropoli di Raccoon City sono approdate anche in superficie a causa della leggerezza delle personalità preposte al loro contenimento: orde di zombi, e altre mostruose creature, si aggirano fameliche per le strade, uccidendo e contagiando la popolazione. Scampata al precedente massacro e successivamente sottrattasi agli esperimenti genetici della losca Umbrella Corporation, la combattiva Alice si unisce ad altri sopravvissuti nel tentativo di abbandonare la città, che scienziati e militari hanno provveduto a sigillare in attesa di raderla al suolo con un ordigno nucleare: ma anche in lei qualcosa sta inesorabilmente mutando... Il successo del primo “Resident Evil” ha spinto i produttori ad incrementare il budget di questo sequel fino a cinquanta milioni di dollari, che sullo schermo si vedono tutti: le numerose riprese acrobatiche e gli abbondanti effetti speciali, in computer grafica e non, garantiscono un ritmo incessante, gli attacchi dei morti viventi sono ricreati grazie all' impiego di centinaia di comparse, i direttori della fotografia accreditati sono addirittura due; anzi, considerati i mezzi a disposizione, era lecito attendersi persino di più: lascia perplessi, in quest' ottica, la presenza di tre soli lickers e di nulla più che uno sparuto gruppetto di cani mutanti. Ma la carenza più evidente è sicuramente rappresentata dalla sceneggiatura di Paul Anderson, il quale da l' impressione di averla abbandonata a metà per scappare in tutta fretta verso il set del più ambito “Alien vs Predator”: vistosi buchi, al di là del solito finale aperto, emergono specialmente nella parte conclusiva, e tutti i personaggi sono soltanto abbozzati. Il lavoro degli attori sembra risentirne vistosamente: Milla Jovovich, probabilmente strapagata, recita sulla falsariga dell' originale ma con minore convinzione, mentre la presenza di Thomas Kretschmann, già splendido psicopatico in “La sindrome di Stendhal” di Dario Argento, è addirittura sprecata. Non aggiungono molti punti le parentesi ironiche nello stile dei film d' azione interpretati da Schwarzenegger, che qui di rado colgono nel segno, nè le onnipresenti citazioni da altri zombi-movie, comprendenti ormai abusate suggestioni estrapolate dalla trilogia romeriana, rimandi troppo pedestri ai più recenti “28 giorni dopo” e “L'Alba dei morti viventi”, un apparente prestito, eccessivamente criptico, da “Paura nella città dei morti viventi” di Lucio Fulci, e pure un incongruente ed irritante omaggio a “Zombi 2” , sempre di Fulci, che prevede la resurrezione in massa dei putrescenti cadaveri seppelliti in un cimitero. Nonostante tutto, si tratta comunque pur sempre di cinema d' intrattenimento di prim'ordine, assolutamente adatto per trascorrere un' ora e mezza senza correre eccessivamente il rischio di annoiarsi. Meglio tenere presente, però, che una pellicola del genere perde inevitabilmente, al di fuori del grande schermo, oltre metà del proprio potenziale impatto.

RESURRECTION
di Russel Mulcahy

Clone di "Seven" che narra le gesta di un serial-killer che mutila le sue vittime ed usa gli arti prelevati per ricostruire il corpo di Gesù Cristo crocifisso. Un poliziotto, dal passato traumatico, s'incarica di risolvere il caso e darà caccia senza tregua allo psicopatico. "Seven" è di certo un ottimo esempio di cinema e, pertanto, ha generato uno stuolo di imitazioni che hanno cercato di accodarsi sulla scia del suo successo. Mulcahy, dopo il geniale "Razorback" ed il grande successo commerciale di "Highlander", sembra non azzeccare più un buon film. In questo caso la sua buona tecnica di regista è messa la servizio di una storia con pesanti buchi di sceneggiatura e con blandi colpi di scena (e risaputi se qualcuno di voi ha visto "Seven" di Fincher). Lo stesso regista fatica a trovare un ritmo coerente da imprimere alla storia e cosi' si perde fra sequenze nervose dallo stile videoclipparo e fra lunghi e piatti dialoghi. Le uniche cose riuscite completamente nel film sono la fotografia (che, per quanto ricalchi molto quella del film di Fincher, resta pur sempre pregevole) e l'aspetto gore davvero molto crudo. I cadaveri ci vengono mostrati con dovizia di particolari e spiccato gusto per il macabro. Christopher Lambert fornisce la solita piatta prova recitativa mentre assai curioso è il cameo, nei panni di un prete, del grande David Cronenberg. "Resurrection" è dunque un film non brutto ma di certo tutt'altro che entusiasmante che avrebbe, probabilmente, ottenuto esiti più felici se fosse stato meno "modaiolo".

RING
(RINGU)
di Hideo Nakata

Eccellente horror proveniente dal Giappone denso di cupe atmosfere e di sani momenti da brivido. La storia s'incentra su una leggenda che circola fra gli studenti delle scuole inferiori giapponesi. I ragazzi parlano dell'esistenza di un video, che appare a notte fonda in una rete privata, in cui una figura femminile minaccia chi lo vede. Subito dopo la fine del breve video il telefono di chi lo ha visto squilla ed una voce alla cornetta lo condanna a morire entro una settimana. Quando le prime morti iniziano a verificarsi, una giornalista si interessa del bizzarro caso ed inizia ad indagare. Vedrà anche lei il video e, da quel momento in poi, inizierà una disperata corsa contro il tempo per cercare di salvarsi la vita. Cercando una soluzione alla tragedia incombente la protagonista scoprirà quali orrori segreti si celano dietro il "video maledetto". La fotografia cupa e gelida commenta questa vicenda fatta di orrore suggerito e diretta con ottimo stile da Hideo Nakata. Il terrore s'insinua nella mente dello spettatore lentamente fino a progredire nel tesissimo finale. Non c'è splatter o effettacci di sorta in questa ghost story che si basa soprattutto sull'immaginazione di chi la sta vedendo. Il finale poi, è splendido ed agghiacciante. Campione assoluto d'incassi nel 1998 in Giappone, questo film ha dato origine anche ad un sequel (diretto dallo stesso regista del primo capitolo), un prequel (Ring 0), una serie tv in Giappone, uno pseudo remake Sud-Coreano ("Ring Virus") e, a quanto pare, anche un futuro remake da parte degli Americani (il film è stato, difatti , venduto assai bene anche nel mercato home-video degli USA). Aldilà di questo stuolo di epigoni, c'è da dire che i giapponesi hanno preso il meglio da film occidentali come "Scream" ( il telefono che squilla portando la morte), "Urban Legend" (le leggende metropolitane fra i giovani), "Blair Witch Project" (per le riprese disturbate che compongo il video maledetto ed alcuni flashback terrificanti che ha la protagonista) plasmandolo con classe ed evitando le banalità superficiali ed i clichè a cui questi prodotti americani ci hanno abituato.

IL RITORNO DEI MORTI VIVENTI 3
(RETURN OF THE LIVING DEAD PART 3)
di Brian Yuzna

Il migliore della saga. Questo terzo capitolo diretto del genio horror Yuzna è di certo superiore alle precedenti due pellicole per contenuti e per effetti speciali. La storia vede una coppia di fidanzati scoprire di nascosto un orrendo segreto militare. I due assistono ad un esperimento su di un cadavere che viene rianimato con la famigerata "trioxina" e che aggredisce degli scienziati sbranandoli. Il ragazzo scopre inoltre che il padre (un colonnello militare di ferro) è ampiamente coinvolto in tali esperimenti volti alla creazione di nuove armi belliche bio-meccaniche. I due fidanzati fuggono ma in un incidente stradale lei muore e cosi' in preda alla disperazioni il suo boy decide di reanimarla con il tremendo gas.Seguirà la resurrezzione di lei che prenderà coscienza della sua tragica situazione rendendosi conto di essere morta di essere morta a tutti gli effetti ma..con un'insaziabile fame. Finale tragico. Un ottimo film che riesce a mescolare situazioni drammatiche ad altre puramente splatter (ottimi gli effetti firmati da Steve Johnson). I morti hanno personalità e gli umani sono cinici poiché vogliono sfruttarli come armi da guerra. Yuzna riecse quasi a far passare in secondo piano la brutalità della fame primordiale dei morti facendola apparire più come un istinto che come volontà omicida. La ragazza risorta è tormentata dall'appetito zombesco ma fa di tutto pur di non cibarsi del ragazzo che ama. Si ferisce nutrendosi del proprio sangue e nel finale si martoria il corpo con pezzi di vetro e frammenti di metallo per placare il suo feroce istinto. Stupenda la scena in cui lei appare in tutto il suo terrificante body-piercing estremo. Riesce a suscitare un duplice effetto: orrido ed erotico al tempo stesso. Un bell'horror insomma che intreccia la tematica degli zombi-movie con una commovente storia d'amore. Eccellente

ROSEMARY'S BABY
di Roman Polanski

Potrei passare anche un paio d'ore a elogiare e onorare questo fantastico film di Polanski che qui raggiunge veramente uno dei suoi apici cinematografici di sempre, e, al di là di tutto, questa è sicuramente l'incursione nel mondo dell'horror migliore del regista, fino ad oggi. Datato '68 ma attuale e inquietante come poche pellicole di oggi lo sono, a tratti raggelante e visionario questo film si differenzia dalla mediocrità degli horror che seguono il filone "demoniaco" proprio per la parsimonia con cui il regista dosa scene da brivido e suspence, intramezzate da scene che hanno a che fare con la normalità più disarmante. Un'alchimia perfetta che lascia una sensazione strana, una consapevolezza che il Male (M maiuscola obbligatoria) si può annidare ovunque, anche in un bel condominio nel centro di una metropoli, nascosto dietro il viso di amabili vecchietti, all'apparenza cordiali vicini di casa. Ed è proprio in quel palazzo che Rosemary (Mia Farrow) si ritrova dopo essersi trasferita a New York con il marito, attore in erba. Rosemary rimane in cinta e il marito comincia ad avere ruoli più importanti, tutto va per il meglio ma col tempo la tranquillità di Rosemary degenera in paranoia, in allucinanti incubi notturni, ossessionata dall'idea che i suoi vicini stiano tramando alle sue spalle qualcosa di brutto. Veniamo trascinati negli abissi della mente di Rosemary fino al termine della gravidanza, il cui figlio però nasce morto. Non convinta riesce poi a scoprire la verità, il marito è entrato a far parte di una setta satanica e suo figlio è salvo, ma… Il finale è fantastico e non lo rovinerò certo qui a chi vorrà vedere il film, e sebbene criticato da molti, proprio le ultime sequenze regalano quella particolarità alla pellicola, ribadendo che il Male è dappertutto, che spesso prende le forme più innocenti e che è strettamente legato alla nostra quotidianità e non relegato nei castelli sui Carpazi o negli abissi dello spazio. Perfetti gli attori, soprattutto i vicini di casa (che tutto sembrano tranne ciò che realmente sono) e la stessa Mia Farrow, perfetto l'equilibrio della sceneggiatura, lenta e quasi monotona, costruita apposta per far sembrare deliri i sospetti di Rosemary e con un crescendo costante fino al gran finale. Da antologia del cinema la camminata col coltello di Rosemary, con una tensione più che palpabile. Niente altro da dire se non capolavoro.

ROSSO SANGUE
(ABSURD - ANTROPOPHAGUS 2)
di Joe D'Amato

Seguito poco fedele del cult movie "Anthropophagus",diretto sempre da Joe D'Amato,questa volta celatosi sotto lo pseudonimo di Peter Newton! La storia in realtà non ha molto a che vedere con il citato "Anthropophagus",tranne la presenza di George Eastman,ancora una volta nel ruolo di immortale "mostro" ma in questo caso,privato di ogni sfumatura e relegato a "massacrare e basta"! L'azione si è spostata dalla affascinante Grecia alla più sfruttata America. La trama: Un uomo inseguito da un prete,si ferisce sulle punte di un cancello che tentava di superare,e viene trasportato in ospedale in gravi condizioni. I medici rimarranno sconvolti nel vedere che l'uomo ha la possibilità di rigenerare i propri tessuti! Nel frattempo il prete "inseguitore" viene fermato dalla polizia per spiegare cosa stesse accadendo e questo non può far altro che confermare la terribile verità circa le potenzialità di quell'individuo. Il "mostro" è in realtà frutto di esperimenti segreti effettuati in Grecia(ecco un richiamo al film precedente)su una cavia umana,allo scopo di scoprire il segreto dell'immortalità. Ovviamente il "mostro" si risveglia e,perfettamente in forma(il fisico muscoloso di George Eastman,alto oltre 2 metri,incute timore solo a guardarlo!)scappa dall'ospedale dopo aver orrendamente ucciso una infermiera. Seminerà diversi morti sulla sua strada(tra cui un giovanissimo Michele Soavi,che nel film interpreta uno sfortunato motociclista)fino ad arrivare nella villa sul cui cancello era rimasto ferito. All'interno si trovano due bambini e la loro babysitter,che passeranno una notte "infernale" al cospetto del mostro,fino a quando..... I momenti splatter sono molti,ad iniziare da un uomo la cui testa viene trapanata crudelmente da Eastman in una scena che ricalca alla perfezione quella di "Paura nella città dei morti viventi",quando Venantino Venantini uccide Giovanni Lombardo Radice. Poi la povera babysitter(Annie Belle) viene soffocata nel forno e la sua faccia orrendamente ustionata! Non ebbe molta fortuna all'uscita cinematografica,nel 1982,ed è stato rivalutato col passare degli anni. Il cast non raggiunge il top come in "Anthropophagus" ma comunque oltre Eastman c'è da segnalare il mitico Edmund Purdom,nel ruolo del prete e Annie Belle,sexy stellina degli anni '70, nel ruolo della sfortunata babysitter. In definitiva un film più povero di emozioni rispetto al precedente,con meno emozioni e una sceneggiatura sfilacciata e che si rifà ad altri film,ma comunque un esempio di "slasher movie" vicino ad "Halloween" di Carpenter,adatto soprattutto ad un pubblico di giovanissimi amanti di horror "gore-body count" in stile americano, oltre che agli estimatori del maestro Joe D'Amato. Ultimamente è stato trasmesso su un canale privato romano,subito dopo "Anthropophagus"

SANTA SANGRE
di Alejandro Jodorowsky

Ecco un altro film difficile da catalogare ma che sicuramente non sfigura nella categoria horror, ad opera del maestro Jodorowsky, regista, e poliedrico artista cileno, autore di cult movie, oltre a "Santa Sangre" ovviamente, quali "El Topo" e "la Montagna Sacra". Forse sarebbe meglio definirlo un thriller a sfondo psicologico più che un horror, che fa dell'originalità della trama, e della suggestione di luoghi in cui si respira un'atmosfera cupa e disperata (non so quanti di voi abbiano visto film girati a Città del Messico ripresa per come è effettivamente) armi vincenti per catturare lo spettatore. Il film è ben diretto e montato, con attori ben calati nella parte; soffre forse un po' la complessità della trama articolata, anche attraverso diversi flashback, risultando quindi un po' ostico e necessitando di una certa attenzione da parte dello spettatore. Nel film il piccolo Felix è il figlio del proprietario di un circo, un americano alcolizzato e violento sposato con una donna fanatica religiosa che adora la statua di una bambina a cui furono mozzate le braccia. L'arrivo di un'altra donna stravolgerà il già labile "equilibrio familiare". Il piccolo ha, si può immaginare, un'infanzia tutt'altro che felice che terminerà in un tragico evento. Passano gli anni e ritroviamo Felix adulto in un manicomio da cui pero scappa per andare a commettere sanguinosi delitti, il perché lo scoprirete nel visionario finale della pellicola di cui non voglio anticipare nulla visto che proprio i minuti finali regalano le cose più interessanti.

SAW - L'Enigmista
di James Wan

Incipit: una stanza fatiscente, due personaggi che vi si ritrovano  incatenati senza sapere come possano essere finiti lì dentro. Uno di loro è un medico chirurgo con, alle spalle, una difficile situazione familiare; l'altro un giovane fotografo. Non capiamo quale sia la ragione per la quale i due siano stati fatti prigionieri e, soprattutto, chi è stato a rapirli e che cosa vuole da loro... Poi, progressivamente inizia il "gioco"...progettato dalla mente folle e allo stesso tempo geniale dell' "enigmista" citato nel titolo. Un lungo, estenuante "gioco", costellato da sconvolgenti rivelazioni e da sviluppi del tutto imprevedibili. Probabilmente qualche spettatore, dopo la visione di questa pellicola si sarà chiesto: "può un finale ridicolo, sbagliato e totalmente assurdo, rovinare quel che di buono il film ci aveva mostrato nella sua parte precedente?". Sinceramente non saprei trovare una risposta convincente a questo quesito. "Saw: l'enigmista", regge piuttosto bene per circa 3/4 della sua durata, con strizzatine d'occhio a "Seven" e a "Profondo rosso" e, per la parte iniziale a "Il cubo". L'efferatezza di alcune scene (da tempo immemore nessuno osava così tanto sfidando la censura), soprattutto nella prima parte, metterà a dura prova le coronarie dello spettatore medio, e lo sviluppo degli eventi caratterizzato da colpi di scena a ripetizione, rende vivo l'interesse della pellicola fino alla risoluzione del "mistero". Una volta svelatoci chi è l'"assassino" ( comunque, "parzialmente" riconoscibile senza eccessiva difficoltà...), la pellicola, incredibilmente, si sfalda, cade nel ridicolo, degenera in situazioni ampiamente "già viste" o talmente improbabili da raggiungere il ridicolo involontario . Probabilmente l'esordiente James Wan si è lasciato un tantino "calcare la mano", scegliendo un finale tanto efferato, quanto improbabile. C'è  comunque del talento ( la prima mezz'ora è da cardiopalma ) e gli attori, quasi tutti sconosciuti tranne il Danny Glover di "Arma letale", se la cavano dignitosamente; il film riesce effettivamente a creare una certa tensione e un forte senso di disagio e ogni tessera del mosaico, alla fine, è ricostruita con genialità e inventiva. Peccato, come detto, per gli ultimi 20 minuti, che fanno degenerare la pellicola da "piccolo cult" a "filmetto appena vedibile".

SAW 2 - La soluzione dell'enigma
di Darren Lynn Bousman

Dopo il successo del primo “Saw” era ovvio che arrivasse subito un sequel per narrarci nuove imprese del folle “Jigsaw” e, soprattutto, per cercare di sfruttare fino all'osso le possibilità d'incasso al botteghino. La storia si colloca poco dopo gli avvenimenti del primo capitolo, con un poliziotto violento e iroso che riesce a catturare il temibile serial-killer, dopo l'ennesimo delitto. Ma “Jigsaw” dimostra allo sbirro di essere volutamente caduto in trappola, poiché il figlio del poliziotto è nelle sue grinfie, assieme ad un gruppo di persone chiuse in una casa. All'interno della dimora, ognuno di loro ha respirato del letale gas nervino che lascia poche ore di vita e per trovare l'antidoto e l'uscita, dovranno cercare di seguire alcune regole, evitando trappole mortali. Lo stesso vale per il poliziotto, che dovrà restare di fronte al serial-killer, ascoltandolo con attenzione, per riavere il proprio figlio sano e salvo. Chiaramente la situazione, già estremamente tesa, finirà col precipitare. “Saw 2” conserva i pregi e i difetti del suo predecessore, nonostante il budget sia sensibilmente aumentato (4 milioni di dollari, contro il milione scarso del primo) e nonostante la sceneggiatura cerchi di offrire alcuni nuovi spunti. La regia di Bousman è veloce ed aggressiva, pregna di esplosioni di ritmo da “videoclip” e la fotografia è marcia, rugginosa, in grado di trasmettere angoscia e tensione. Aumenta la dose di violenza esplicita (e questo non va sempre a favore della qualità del film) ma l'intreccio della vicenda si fa forse troppo arzigogolato. La voglia e la necessità di stupire continuamente lo spettatore non colpisce sempre nel segno e va un po' a discapito della credibilità della storia intera. Inoltre la situazione dei prigionieri all'interno della casa ricorda fin troppo, per sviluppo e dinamiche psicologiche dei personaggi, “Il Cubo” di Vincenzo Natali. Ma nel complesso il film non annoia e riserva anche alcuni momenti “da brivido” azzeccati.

SCARECROWS
di William Wesley

Un manipolo di militari ruba tre milioni di dollari e si da alla fuga. Uno di essi decide di non spartire il bottino con gli altri e nasconde la refurtiva in un campo di grano. Gli altri si gettano subito all'inseguimento del traditore ma dovranno fare i conti con gli spaventapasseri che "vivono" nel campo. Questi ultimi , turbati dall'arrivo degli indesiderati intrusi, provvederanno ad animarsi per attuare una metodica strage. Esordio del regista Wesley che con un budget di 400.000 dollari imbastisce un interessante horror denso di tensione. Il buon uso della fotografia cupa e l'ambientazione inquietante sortiscono un ottimo effetto. Gli spaventapasseri puniscono gli intrusi per la loro avidità e memorabile è la scena in cui il cadavere di uno di essi viene imbottito di banconote. Ottimi gli effetti speciali che non lesinano un paio di scene crudelmente splatter. Inquietanti gli spaventapasseri i cui volti sembrano impressi, come diaboliche sindoni, sui sacchi di iuta che compongono la loro testa. L'azione è serrata e diversi brividi vengono strappati allo spettatore, che si trova coinvolto all'interno di una spirale d'incubo senza uscita. Nonostante il film tratti la tematica dello spaventapasseri assassino in slasher style, risulta assai diverso da "Night of the Scarecrow" di Jeff Burr. Entrambi comunque, sono film che vi consiglio vivamente di visionare.

SCHRAMM
di Jorg Buttgereit

Sarebbe troppo facile scrivere:"il film narra le vicende ricordate da un serial killer poco prima di morire...", e detto molto scarnamente potrebbe anche essere cosi' ma in realtà l'ultima opera (per ora...) di questo giovane regista tedesco rappresenta ben altro. Con lo scorrere della vicenda ci renderemo conto che la storia non si concentra affatto su omicidi o su scene estreme ,come si potrebbe pensare, il fulcro di tutto si condensa nella mente, nella psicologia contorta e nelle sue deviate sensazioni. Il protagonista di tale storia e' un uomo a cui mancano i bei ricordi, che non torneranno mai a galla nella sua vita, cosi' egli si rifugia in se stesso masturbandosi disperatamente ed ossessivamente. Dopo aver ucciso due testimoni di Geova si diverte a posizionare i loro corpi come statue possedute da un'entità sadomaso. Altro particolare presente in tutto il film è la presenza costante della "carne"sia come materia che come forma di pensiero. Ispirandosi evidentemente a Cronemberg, Buttgereit crea vsioni di carne malata, rancida, mutante generando un'aura allucinata.Il protagonista duella con la carne nella sua mente: ripensa alla sua gamba quando ancora poteva correre, si inchioda il pene come purificazione dall'eccessiva masturbazione, fa sesso con un moncone nauseante di bambola gonfiabile mentre ascolta i rapporti sessuali della vicina prostituta (Monika M. protagonista anche di "Nekromantik 2"). Questi sono gli ingredienti che fanno di Schramm un film che trasuda sofferenza, urla nello spirito il dolore della vita e si richiude nella follia pura. Schramm uguale a squarcio, forse è questo il segno indelebile che vi lascierà nei ricordi ...guardatelo...fatevi aprire piano piano da uno squarcio e...capirete.

SCREAM
di Wes Craven

Avete sempre sognato un film che vi tenesse incollati allo schermo dall'inizio alla fine? Un thriller dai continui colpi di scena che lasciano senza fiato? Scream è quello che cercate, coinvolgente e pieno di suspense rappresenta un vero e proprio cult del teen-horror. Continuamente imitato anche dalle recenti produzioni è divenuto un saggio di come si costruisce l'ansia su un set cinematografico. Straordinariamente diretto dal maestro dell'horror Wes Craven, questo film si colloca tra i più grandi successi degli ultimi dieci anni; ha incassato oltre cento milioni di dollari negli U.S.A. a riprova che l'horror di qualità non è un genere secondario. Ha avuto anche due sequel che, se pur non hanno avuto lo stesso successo, costituiscono insieme a "Scream" una delle più importanti trilogie di Hollywood. La celebre maschera dell'assassino di "Scream" ha fatto il giro del mondo insidiando i successi delle ormai famosissime maschere di Jason Voorhees (assassino in "Venerdì 13") e di Michael Myers ("Halloween") e figuratevi che persino nei campionati mondiali di calcio attualmente in corso in Giappone e Corea è stato più volte inquadrato uno spettatore con la maschera di Scream addosso. A proposito di serial killer, qualcuno nella tranquilla cittadina californiana di Woodsboro ha visto troppi film dell'orrore e si è fatto coinvolgere eccessivamente dalle loro gesta. Inizia così Scream, con un telefono che squilla, con un pazzo maniaco che si diverte a torturare le sue vittime chiamandole prima al telefono e poi rincorrendole e massacrandole senza possibilità di scampo. Fugace ma fondamentale l'apparizione di Drew Barrimore come prima vittima del maniaco all'inizio del film, la prima a rispondere al telefono ed a partecipare al crudele gioco telefonico di indovinelli cinematografici sui film dell'orrore; saranno i 5 minuti più famosi di tutta la trilogia. In particolare l'assassino si divertirà a torturare la povera Sidney Prescott (Neve Campbell), una sfortunata studentessa che, a distanza di un anno dalla brutale uccisione della madre in circostanze a dir poco agghiaccianti, verrà perseguitata fino all'esasperazione e si vedrà costretta a ritrattare le testimonianze che inchiodavano per questo delitto Cotton Weary (Liev Schreiber) in prigione proprio per colpa sua. Dal famoso saluto telefonico "Ciao, Sidney!" con il quale l'assassino inizierà a darle la caccia, comincerà un incubo che porterà la giovane ragazza a mettere in discussione chiunque le sia vicino, dal suo ragazzo (interpretato dall'affascinante ma ancora acerbo Skeet Ulrich) al preside della scuola (interpretato dal famosissimo Henry Winkler protagonista di Fonzie), dai suoi amici a suo padre. Tutti diventano possibili sospettati, ma nessuno apparentemente potrebbe essere davvero l’assassino. "Scream" è un film che si potrebbe definire geniale, in cui tutto viene continuamente analizzato, in cui niente è certo ed in cui, come già detto, tutti sono sospettati. Dietro tutto ciò sta una regia abile e sciolta che ci permette di godere di ogni visione, di ogni vicenda con la massima tensione ed angoscia. Preparatevi a tremare ed a guardarvi continuamente alle spalle. Sceneggiato dal grande Kevin Williamson (sceneggiatore anche di "Scream 2" e 3, di "I Know What You Did the Last Summer", "The Faculty", "Killing Mrs Tingle" e "Halloween vent'anni dopo") ed abilmente diretto dal maestro Craven questo film non vi darà respiro e non vedrete l'ora di gustarvi gli altri due.
Ricordatevi...chi urla muore!

SECRET WINDOW
di David Koepp

Thad Beaumont, Paul Sheldon, Jack Torrance…qualcuno di voi ricorda per caso questi nomi ? No? Un indizio…”La metà oscura”, “Misery” e “Shining” … Questa volta, lo scrittore di turno ad essere preso di mira dalle grinfie di “Re” King è tal Mort Rainey, autore di successo in crisi di identità soprattutto a causa del distaccamento dalla sempre adorata moglie…così adorata che nonostante nella vita di lei sia sbucata un'altra persona, Mort persiste a volersi rifiutare di firmare le carte per il divorzio. Ritiratosi in un grazioso chalet di montagna in attesa del ritorno di ispirazione per partorire un nuovo romanzo, un giorno riceve una sorprendente visita…no no tranquilli, non è la graziosa infermiera Annie Wilkes, ma un uomo che rivendica la paternità di un racconto fatto pubblicare dallo stesso Rainey anni prima… E da allora, per il povero scrittore frutto della perversa mente del Re del Maine, cominciano i guai, perché quest'uomo sembrerebbe avere intenzioni non proprio pacifiche ( ricordate forse la ferocia del  Max Cady di “Caper Fear” ? ).Tratto dal racconto “Finestra segreta, giardino segreto” contenuto nella raccolta “Quattro dopo mezzanotte”, questo “Secret Window” non è un brutto film anzi, si lascia vedere piuttosto volentieri fino al termine ( culminante con un “colpo di scena” che, forse, non è più neanche lecito considerarsi tale ) ma, probabilmente, ricorda un po' troppo altre vicende raccontate e portate sullo schermo dai romanzi di King. Al termine della pellicola non può infatti che venire in mente “La metà oscura” che, in sostanza, ricalca lo stesso tema di “Secret Window” cambiando solamente il luogo della vicenda ( la presenza nel film di Timothy Hutton, protagonista dello sfortunato film di Romero, è solo una coincidenza ? ). Aggiungiamo poi il che il film non conosce mai momenti di tensione o di paura particolarmente alti, mai un particolare “balzo sulla sedia”  e che, qua e là forse “zoppica”  ma la bravura degli attori riesce a colmare in parte queste pecche. Intenso, come sempre, Johnny Depp ma particolare merito va riconosciuto ad un agghiacciante, perfetto, John Turturro nella parte del “cattivo”.

IL SEME DELLA FOLLIA
(IN THE MOUTH OF MADNESS)
di John Carpenter

Splendido esempio di cinema Horror, un film dalle magiche ed inquietanti atmosfere permeato d'un fascino arcano e carico di oscuri simbolismi. La storia narra di un investigatore privato che parte verso la città di Hobbs'end (dal suono indubbiamente Lovercraftiano) alla ricerca dello scrittore di romanzi dell'orrore Sutter Kane. Il protagonista si troverà invischiato ben presto in una cupa ragnatela di orrori ed incubi fino a scoprire l'atroce verità: ciò che Sutter Kane scrive non è dettato dalla fantasia ma da visioni sul mondo dei Grandi Antichi. Ed ora "essi" stanno per tornare. Affascinante gioiello di Carpenter che ritorna ad altissimi livelli sfornando uno degli ultimi veri grandi capolavori della cinematografia horror degli anni 90. Un film ad incastro, labirintico nel suo essere profondamente gotico e perfettamente costruito.Una regia impeccabile,ottimi interpreti,grandiosa sceneggiatura ed effetti allucinanti nella loro dimensione astratta. Non ci sono scene da citare in particolare anche perché il film è bellissimo nella sua totalità anche se la sequenza che mi ha fatto rabbrividire paurosamente è quella in cui il rpotagonista viaggiando, in piena notte su di una stradina deserta ,con la macchina incrocia un mostruoso vecchio che corre su di una bicicletta d'adolescente. Una scena da incubo per un film che incarna l'incubo!

SESSION 9
di Brad Anderson

Dimostrazione, ennesima se mai ce ne fosse bisogno, di come si può girare un film in maniera intelligente, visivamente inquietante e oscuro senza pretendere Chissà quali budget, cast e altri tipici luoghi comuni che vedono un film incensato o bistrattato in partenza in base a fattori in fondo irrilevanti come questi. Irrilevanti se l'idea alla base è di valore e viene fatta fruttare con un serie di accorgimenti che trasformano un normale film horror in qualcosa sopra la media. E allora nasce Session 9, girato in digitale, in cui il numero delle locazioni e degli attori/comparse è esiguo, ridotto allo stretto necessario eppure da questa "povertà" nasce un film veramente superlativo, perchè esalta i concetti più puri dell'horror: suspence, ambientazioni morbose, intreccio elaborato, insomma quel senso di mistero e terrore che oggi latita in molte pellicole dove tutto è forzatamente mostrato per creare uno shock in realtà fasullo ed indolore perchè perfettamente prevedibile dallo spettatore. Ritorniamo in fondo, dopo anni ed anni di cinema al solito gioco del mostrare o non mostrare le cose, lasciarle immaginare, sospettare fino all'ultimo quando finalmente uno dopo l'altro i colpi di scena si susseguono e danno il tocco finale alla pellicola. Nella sua relativa semplicità è questo il "gioco" di Session 9, forse facile a dirsi ma di difficile realizzazione. Fortunatamente possiamo dire che qui è quasi tutto al posto esatto. Gordon è il titolare di una società di bonifica vicina al tracollo finanziario. L'ultima risorsa economica è aggiudicarsi l'appalto per la ristrutturazione di un manicomio abbandonato, in decadimento, ricco di residui di amianto. Una settimana da lavoro, cinque operai per finire l'opera tra le mura in sfacelo e i sinistri ed interminabili corridoi, celle per pazienti più simili a camere di tortura, scantinati avvolti nel buio. Il luogo isolato, malsano non fa che acuire paranoie, timori e screzi tra i protagonisti che lentamente cominciano a sentire strane cose all'interno dell'ospedale (struttura realmente esistente dalla forma di pipistrello, già inquietante nell'aspetto). L'intera pellicola gioca su un probabile follia indotta dal luogo ed una vera follia latente, esaminata metaforicamente attraverso le 9 registrazioni di un colloquio tra una ragazzina che soffre di sdoppiamento di personalità e il suo psichiatra. Costruito su questo dualismo tra le registrazioni audio delle sedute e il lento degenerare della situazione, temporalmente scandito dai giorni della settimana che volta per volta appaiono chiudendo un capitolo e aprendone un altro, il film trova la sua forza nell'ambiente realmente disturbante e nei giochi di inquadrature. La relativa lentezza con cui il film procede (per la verità non si percepisce molto perché lo stato di angoscia distrae da questo particolare) è dovuta all'analisi psicologica che il regista propone di ogni personaggio, senza addentrarsi troppo per non svelare troppe cose e magari filtrandola attraverso le parole di uno dei protagonisti. Abilmente vengono lasciati indizi che potrebbero ricondurre al finale ma più volte siamo depistati da eventi apparentemente inspiegabili. Nel finale, quando il ritmo cresce, la soggettiva dei protagonisti continua a tradirci finché non è lo stesso ospedale psichiatrico, anch'esso protagonista più di quanto possa sembrare, a svelarci cosa c'è dietro agli eventi. Visione più che consigliata.

SETTE ORCHIDEE MACCHIATE DI ROSSO
di Umberto Lenzi

Un assassino trucida due donne lasciando come firma sui loro corpi una mezzaluna d'argento. Una giovane riesce a scampare ad un agguato del killer ed in seguito si mette ad indagare assieme al marito. Mentre la polizia brancola nel buio più totale i due incominciano ad effettuare un'indagine a ritroso nel tempo. Vengono a scoprire che le mezzelune d'argento sono legate alla figura di un giovane americano di cui sembrano essersi perdute le tracce. Ci vorranno altri morti ed altri misteri svelati per giungere a smascherare l'insospettabile assassino. Lenzi firma nel 1972 questi giallo/thriller truculento dirigendo con mano assai ispirata. A parte qualche momento piuttosto lento e macchinoso, il film è abbastanza intrigante e possiede una buona storia. Gli attori danno il meglio rendendo credibili i loro personaggi. Bella la sequenza in cui la brava Rossella Falk viene annegata in una vasca da bagno (lo stesso Lenzi, in un'intervista, ha ammesso di essersi stupito per la capacità reale di restare in apnea dell'attrice). Molto truce il primo delitto in cui una prostituta viene ammazzata a bastonate in un canneto e memorabile l'uccisione mediante trapano elettrico di un'altra donna. Nonostante i palesi riferimenti all'allora imperante stile Argentiano, Lenzi usa lo zoom in maniera perfettamente narrativa e si dimostra abile nel confezionare delitti con un certo gusto visionario.

THE SHINING
di Stanley Kubrick

""Magniloquente, geniale e coinvolgente", così lo definisce Antonello Sarno nel suo breve saggio "Il cinema dell'orrore" (Newton & Compton, 1996), fermo restando che è davvero impresa ardua trovare le giuste parole per rendere giustizia a questo straordinario film. Del libro di Stephen King da cui è stato tratto resta ben poco, stravolto e riveduto dalla genialità di Kubrick nella veste di sceneggiatore, oltre che di regista e produttore dell'epocale lungometraggio. In pillole, la trama è basata sulla vicenda di uno scrittore che in cerca di tranquillità e di ispirazione, accetta un lavoro come guardiano di un albergo montano, nel quale passerà l'intera stagione invernale in completo isolamento con la moglie e il figlio, dotato di poteri extrasensoriali (la "luccicanza", in inglese The Shining, per l'appunto). L'intero film è caratterizzato dall'insano climax emotivo, che porterà il protagonista (interpretato da un Jack Nicholson davvero eccezionale) a tentare di uccidere la sua famiglia, come del resto fece, tempo prima e con successo, un precedente guardiano dell'albergo che massacrò moglie e figlie riducendole a brandelli. I tre anni di lavorazione non passano di certo inosservati: la scansione dei tempi narrativi, la fotografia, la precisione e la genialità delle inquadrature, bloccano letteralmente lo spettatore incollato allo schermo, coinvolgendolo e suggestionandolo con innumerevoli trovate memorabili, troppe per essere elencate in questa sede. Altro particolare originale è la colonna sonora del film, quasi totalmente affidata ai rumori. Da segnalare è anche la prova dei doppiatori italiani, in particolare Giancarlo Giannini, che dà voce al delirio di Nicholson, e con il quale si complimentò direttamente per lavoro svolto il grande regista scomparso. Psicologico, finemente malvagio, onirico e bizzarro: così The Shining si presenta a chi vi si avvicina e si fa avvolgere dall'orrore che lo pervade, e che costituisce l'essenza stessa di questo grande capolavoro.


SHOCK
( TRANSFERT - SUSPENSE - HYPNOS )
di Mario Bava

Ultimo capolavoro cinematografico del maestro del gotico Mario Bava,questa opera,vede anche l'esordio come aiuto regista del figlio Lamberto,in seguito regista di thiller e fantasy, che aiutò l'anziano padre a dirigere il film. Il film narra la storia di una donna (Daria Nicolodi, ex moglie di Dario Argento) che torna a vivere in una villa dove anni prima era avvenuto il suicidio del marito. Con lei si trasferiscono il figlioletto nato dal primo matrimonio e dotato di poteri paranormali (vedi Shining!!) e il suo attuale compagno (il grande caratterista inglese John Steiner,in seguito coprotagonista de "I due carabinieri" di Verdone e "Paprika" di Brass). Nella abitazione iniziano ad avvenire fenomeni inquietanti,e il bambino, che sembra interloquire medianicamente con il padre morto, si rende conto che il suicidio fu in relatà un omicidio..... Non svelo altro per chi non lo abbia già visto e ne consiglio la visione. Comunque l'arte di Mario Bava si vede nello scarso uso di effettacci e nell'abuso invece,di situazioni inquietanti sempre girate con gusto. Nel finale (gli ultimi 15 minuti) si sobbalza dalla poltrona più che in Profondo Rosso!!! L'ultima scena, con il bambino che "parla" con il padre nel giardino è realmente macabra! Le musiche sono dei Libra, un gruppo che contendeva ai Goblin la palma di rock band adattata alle colonne sonore, e che vedeva alla batteria Walter Martino che due anni prima, proprio con i Goblin, incise la splendida Profondo Rosso. Da ricordare che il grande Mario Bava collaborò pochi mesi prima della sua scomparsa al film Inferno di Dario Argento, curando gli artigianali ma terrorizzanti effetti speciali e la sequenza dell'apparizione della "morte" nel finale di "Inferno", realizzata proprio da Bava, ne è l'esempio. Vedere per credere...
IL SIGNORE DEL MALE
( PRINCE OF DARKNESS )

di John Carpenter

Qualcosa nell'aria, nell'atmosfera, sta cambiando.
Il sole pare non essere più lo stesso. Probabilmente colui che "vive dietro lo specchio", sta tornando...
L'equipe universitaria diretta dal professor Birack ( un grande Victor Wong ) viene chiamata da un religioso, padre Loomis ( stesso nome del personaggio, sempre interpretato da Donald Pleasence, che dava la caccia a Michael Myers... ) per cercare di svelare un mistero che sta "nascendo" all'interno di una cripta di una vecchia e abbandonata chiesa.
Qui è stato infatti ritrovato un antico contenitore cilindrico al cui interno un misterioso liquido verde sta girando vorticosamente e, in aggiunta, strani libri scritti in latino che alcuni ragazzi cominceranno a tradurre.
Il liquido che sembra non avere una sua origine "umana" vista la composizione assolutamente sconosciuta e il suo grado di acidità anomalo, dove, al suo interno, "qualcosa sta nascendo"...un animale...una malattia, non si sà bene cosa...
Nel frattempo, un gruppo di "barboni" capeggiati niente meno che da Alice Cooper impedirà ai ragazzi di uscire da quel luogo sacro.
Cosa potrebbe essere quel misterioso composto verdastro che la Chiesa, per milioni di anni, ha tenuto nascosto all'umanità?
Come mai tutti quelli che stanno all'interno della Chiesa cominceranno a fare sempre lo stesso, spaventoso sogno?
Chi è che tramite i cationi ( particelle subatomiche che viaggiano più veloce della luce ) riesce a entrare nei subconsci dei personaggi trasmettendo messaggi dal futuro?
Presto questi misteri verranno svelati...
Straordinario film di John Carpenter, probabilmente il più "celebrale" tra i film da lui diretti ( il regista è appassionato di temi di fisica quantistica ) ma atmosfere e situazioni da incubo.
Dopo una prima parte nella quale il regista prende tutto il tempo che vuole per creare al meglio il luogo dove far scatenare l'orrore, si contrappone una seconda dove l'azione e il terrore si fanno sempre più vivi, dove le musiche si fanno sempre più lugubri e frenetiche, dove i protagonisti rimarrano inesorabilmente intrappolati dentro la Chiesa ( un nuovo "fortino", come lo era il distretto di polizia 13...), fino a sfociare in un finale drammatico.
Straordinaria la colonna sonora firmata, come spesso accade nei suoi film, dallo stesso Carpenter.

SOCIETY - THE HORROR
di Brian Yuzna

Billy è un ragazzo con problemi piuttosto seri. Ha strane visioni e prova una sorta di terrore nei confronti della sua famiglia. Sospetta che i parenti partecipino a strani riti e nota, alle volte, bizzarri comportamenti da parte loro. E' solo l'inizio di un allucinante incubo nel quale il ragazzo precipiterà, giungendo alla scoperta di una società dominata dall'alta borghesia, che si accoppia in disgustosi riti orgiastici e che controlla l'intero stato Americano. Film d'esordio per Brian Yuzna : eccessivo, stupefacente e geniale. La società che il regista critica è quella capitalistica che nella sua corruzione domina le masse "dormienti" e soffoca qualsiasi possibile ribellione. Non c'è via d'uscita da questo sistema-trappola e lo si capisce molto bene nell'amaro finale di film. Agli effetti speciali, entrata in scena per il mago Screaming "Mad" George che crea corpi informi che si fondono durante le nauseanti orge. Creature impossibili,astratte, corrotte e mostruose. Indubbiamente c'è qualche problema di ritmo durante il corso della pellicola che, specie nella parte centrale, accusa un'eccessiva staticità. Ma la vena pessimista che avvolge il film è progressiva ed inesorabile, fino all'esplosione splatter dell'incredibile finale. Una convincente opera prima di un regista che, ha dimostrato poi con altre opere tutto il suo visionario talento in grado, spesso, di sfociare in una forma di eccesso assai costruttiva.

SOSPESI NEL TEMPO
(THE FRIGHTENERS)
di Peter Jackson

Prima di tutto una premessa: è innegabile che Peter Jackson sia una spanna sopra ai suoi colleghi registi, nel campo dell'orrore estremo: è riuscito a dare una sceneggiatura solida, senza punti morti o cadute di tono a "Splatters - Gli Schizzacervelli ", che diretto da Stuard Gordon (un nome a caso) non sarebbe stato altro che un'accozzaglia di effettacci, e si appresta a stupire tutti con la sua trilogia dedicata al "Signore degli anelli". Detto ciò, devo ammettere che "Sospesi nel tempo" non è certamente il suo miglior lavoro, sembra che per girarlo sia sceso a compromessi con la pacatezza dei toni tipica di Hollywood, quindi non aspettatevi particolari effetti gore e neppure molto sangue; ma il talento di Jackson brilla anche in questo film, così alla mancanza di suspence iniziale supplisce un'immensa ironia (ed una cosa rarissima, in questi tempi: un'assoluta mancanza di volgarità), e mentre il film avanza la mano del regista è tale da riuscire a coinvolgere il pubblico in un crescendo di tensione drammatico da lasciare stupefatti. Quello per cui un film come "sospesi nel tempo" spiazza, è proprio la sua capacità di mutare continuamente di atmosfera: parte come una parodia del cinema hollywoodiano, con tutti i suoi riferimenti a "full metal jacket" (il guardiano fantasma del cimitero è proprio il famigerato addestrato delle giovani reclute nel film di Kubrick), a "Ghost" o a "Linea mortale", poi ci si ritrova in un thriller da cardiopalma, con inquietanti flashback, quasi una versione più emozionante e meno allucinata di "Natural born Killers". La trama è piuttosto semplice: un giovane medium (M.J.Fox, a dire il vero un po' fuori parte), ossessionato dalla morte della moglie, si trova a combattere contro un serial killer, che dall'aldilà vuole continuare a mietere vittime per entrare nel guinnes dei primati; lo aiuteranno tre buffi fantasmi: un giudice ultracentenario (spassosa la scena in cui tenta un accoppiamento con una mummia, in un museo....), un topo da biblioteca ed un residuato degli anni 70 house. Come vedete la trama non è delle più avvincenti, ma qui sta la qualità di un regista: trasformare un film di basso profilo in un lavoro da applausi. E Jackson in questo non è secondo a nessuno.

SPLATTERS - Gli Schizzacervelli
(DEAD ALIVE - BRAIN DEAD)
di Peter Jackson

Incredibile splatter del regista neozelandese Peter Jackson che si scatena in tutta la sua strabordante ed allucinata immaginazione. La storia narra di un ratto mostruoso che è il frutto di un accoppiamento fra una scimmia ed un topo e che con il suo morso è in gardo di trasmettere il morbo dello zombismo. Lo schifoso essere in questione morde una donna contaminandola e lasciando cosi' al figlio di lei l'oneroso compito di nasconderla e frenare i suoi istinti cannibaleschi. Il ragazzo è sempre stato succube della personalita' possessiva della donna e passera' dei giorni da incubo a fianco della mamma-zombi che mordendo a destra e a manca diffondera' ancor piu' il disastroso morbo. Un film incredibile. E' questo l'unico commento che si puo' fare per questa pellicola carica di uno splatter esagerato e goliardico come nel tipico stile del regista. Demenzialità a go-go e scene raccapriccianti che si protraggono fino all'assurdo finale in cui il ragazzo, con tanto di falciatrice a motore in mano, farà a pezzi un'orda di affamati morti viventi.Geniale,scatenato e tecnicamente sorprendente "Splatters.." riprende alcune idee del precedente "Bad Taste" amplificandole e migliorandole grazie ad un budget nettamente superiore e grazie anche ad una sceneggiatura brillante e follemente intelligente. Un esempio: nella scena finale del film la madre ,che è diventata uno zombi di dimensioni gigantesche, dopo essere stata sventrata a colpi di motosega, ha un'ultima reazione disperata..apre il suo ventre squarciato come se fosse un utero gigantesco e tenta di abbracciare il figlio come se lo volesse fagocitare e riportare nel grembo materno. Una metafora di affetto possessivo materno resa nella maniera più cruda e folle possibile. Grande!

STRADE PERDUTE
(LOST HIGHWAYS)
di David Lynch

.Io adoro questo regista! Secondo me insieme a Cronemberg è colui che riesce a mettere e trasmettere più terrore, suspence e incubo in un film senza usare quelle noiose architetture cinematografiche che omologano i film, relegandoli ad una sterile variazione degli stereotipi classici. Comodo inserire i soliti cliches dell'horror per rientrare nella categoria, invece Lynch (come Cronemberg) si prende la briga di portaci un orrore più vero, più concreto, frutto della normalità e dell'ambiguità; più dei labirinti della mente che di ridicoli mostriciattoli. Lynch ha sempre avuto il coraggio di mostrare un cinema fortemente visionario, restando il più fedele possibile all'idea di film concettuale a costo di sacrificare la comprensibilità della trama in favore del puro impatto delle immagini dettate dalla sua mente. E qui fa ancora scuola. In questa pellicola Lynch si muove su un percorso che porta alla decontestualizzazione del gesto quotidiano, dell'oggetto in se (esattamente il contrario di ciò che fece Cronemberg con Videodrome, dove l'oggetto era protagonista, esempio lampante la scena del protagonista che frusta la televisione) costruendo una storia che porta questa idea perfino all'interno della trama. Così lo spettatore perde subito il contatto con il canovaccio; gli rimane impressa la prima frase del film "Dick Laurant è morto" che è l'inizio del film ma è anche la scena finale. Tutto il resto si muove delimitato da queste due scene che si completano vicendevolmente, lasciando in mezzo un incubo dove perde importanza persino il protagonista, Fred Madison (Bill Pullman), nell'opera di estraniazione che opera il regista. Infatti ad un tratto cambia l'interprete e il film comincia a narrare un'altra storia che però ha continui rimandi alla prima parte (il nuovo protagonista odia la musica che suonava il primo, si innamora di una ragazza identica ala moglie di Fred, i due hanno visioni del futuro/passato dell'altro). L'incredibile svolgimento del film è dato, oltre che da questi fattori, dal fatto che perfino il lasso temporale è continuamente alterato, in un gioco di rimandi tra presente e passato che lascia allo spettatore l'arduo compito di seguire il film e di riallacciare i legami tagliati di proposito tra le due storie: quella di un sassofonista tradito che uccide la moglie (Patricia Arquette) e quella di un meccanico che si innamora della donna (sempre Patricia Arquette) di un pazzo, personaggio che sa di autocitazionismo da "Velluto Blu". Arbitro di questo delirio visivo l'inquietante, assurdo, onirico personaggio interpretato da Robert Blake, che a tratti sembra rappresentare lo spettatore, in quanto presente in entrambe le storie, ma che al posto di guidarci ci abbandona in mezzo al deserto, lungo le strade perdute che percorriamo assieme ad "un"protagonista...ma nemmeno noi sappiamo quale.

SUSPIRIA
di Dario Argento

Due anni dopo il Capolavoro ("Profondo rosso"), Argento fece di nuovo centro con quello che forse è il suo film più terrificante: "Suspiria". Abbandonato il genre che lo rese famoso in tutto il mondo (il thriller o meglio ancora il "giallo"), si gettò nell'impresa di rinverdire i fasti del gotico italiano che molto successo riscosse in vari Paesi della Terra nel decennio prescedente, il qualle venne preso come esempio da mnolti registi stranieri. Già con "Profondo rosso" c'era stato un distaccamento con il thriller classico, avendo inserito nel film concetti e situazioni estranei al genere, basti pensare alla sequenza iniziale durante il congresso di parapsicologia con la sensitiva Helga che "sente qualcosa...qualcuno" o al pupazzo meccanico che fa da preludio all'omicidio del Professore Giordani, fino a tutto lo svolgimento della vicenda. Ora però in "Suspiria" non conta più la logica e la linearità della sceneggiatura: a farle da padronesono le immagini, i suoni, le musiche e le atmosfere da incubo. Il film è strutturato come una fiaba (terribile) già prima che inizi, con una voce fuori campo che apre la narrazione, come il "c'era una volta..." delle favole. L'ambientazione si rifà alle classiche e crudeli fiabe ("Hansel e Gretel" su tutte) anche perchè l'infernale accademia di danza si trova a Friburgo, nella Foresta Nera, terra di incubi innominabili. La stessa facciata dell'edificio maledetto è un modello di riferimento all'espressionismo tedesco degli anni '20-'30 ("Il gabinetto del Dott. Caligari", "Nosferatu") di cui Argento è un grande estimatore (è stato anche amico del compianto Fritz Lang, il grande regista di "Metropolis" oltre che di altri capolavori). Molta importanza è stata data alla fotografia, con delle sequenze ricche di colori innaturali (rosso acceso, blu profondo) che contribuiscono a rendere ancora più irreale l'atmosfera. Procedimenti oramai superati del technicolor Argento li ha riutilizzati, acquistando in Cina gli ultimi rotoli di pellicola Kodak usati negli anni Cinquanta per film di fantascienza, rielaborando i colori in laboratorio facendo così di "Suspiria" anche l'ultimo lungometraggio della storia ad avere avuto queste caratteristiche. Come in ogni suo film, grandissima importanza ha la colonna sonora anche qui eseguita dagli oramai famosissimi Goblin, dopo che quella di "Profondo rosso" ebbe un successo di dimensioni planetarie. Numerose sono le sequenze da antologia: dal massacro iniziale delle due allieve, a quella lunga ed estenuante in cui Sara, l'amica della protagonista Susy, per sfuggire all'assassino si infila in una finestrella ma cade in una stanza piena di grandi matasse di filo di ferro dove nel dimenarsi nel tentativo di liberarsi, si trova sempre più intrappolata, fino a che, arrivata all'uscita, la mano misteriosa le taglia la gola con un affilato rasoio: il pubblico soffre con lei fino al tragico epilogo. Molta importanza vengono dati agli animali, come era successo nei film precedenti: si va dai vermi che letteralmente piovono dalla soffitta sui volti delle ragazze, al pipistrello che assale Susy nella sua stanza, dall'autocitazione della sequenza finale dove accanto al letto in cui riposa la strega Elena Markos, è presente un soprammobile tipo "Uccello dalle piume di cristallo" che basilare importanza avrà nell'epilogo della storia, fino alla sequenza chiave del film dove il pianista cieco interpretato da Flavio Bucci dopo essere stato cacciato dall'accademia in seguito ad un alterco avuto con le insegnanti, in una piazza notturna e desolata viene azzannato alla gola e ucciso dal suo cane, apparentemente senza alcun motivo, come fosse animato da una possessione diabolica (sequenza tra l'altro citata da Fulci ne "L'Aldilà" il suo capolavoro). Il male quindi aleggia su tutto, nessuno dei protagonisti si può considerare al sicuro dato che può cadere qualsiasi certezza quando gli eventi starordinari sono pilotati da entità malvage ed inafferrbili. Argento quindi chiude con i fuochi d'artificio gli anni '70 con quello che sarà l'ultimo suo film del decennio, pronto però al secondo capitolo di una trilogia che non c'è mai stata (almeno fino ad ora).

TENEBRE
di Dario Argento

Era il 1982 ed Argento spiazzò ancora una volta il suo pubblico; in effetti, dopo "Suspiria" (1977) ed "Inferno" (1980), tutti si attendevano la chiusura di quella fantomatica "Trilogia delle tre Madri" con un episodio finale che per eccessi barocchi surreali ed estremizzazioni violente superasse i due illustri predecessori, ma così non avvenne (nè sarà mai avvenuto, almeno fino ad ora). Tornò infatti al thrilling - giallo più classicoche gli portò fama in tutto il mondo, già dal primo lungometraggio "L'uccello dalle piume di cristallo" (1970), con "Tenebre". Si rifece in effetti ai suoi primi tre film della "trilogia degli animali" (oltre al sopracitato, "Il gatto a nove code" - 1971 e "Quattro mosche di velluto grigio" - 1973) che non a "Profondo rosso" (1975), poichè abbandonò le atmosfere surreali ed irrazionali apparentemente in contrasto con le abituali tematiche appartenenti al genere thriller come invece tutti ammirammo con il suo capolavoro del 1975. In questo film il protagonista assoluto è l'omicidio (mai ce ne sonoi stati e mai ce ne saranno successivamente in un suo lavoro), estremizzato ed elevato ad arte estetica. Emblematico è l'inizio con una voce fuori campo (la stessa del regista) che legge dal libro "Tenebrae": " L'impulso era diventato irresistibile. C'era una sola risposta alla furia che lo torturava e così commise il suo primo assassinio. Aveva infranto il più profondo tabù e non si sentiva colpevole nè provava ansia o paura, ma libertà: ogni ostacolo umano, ogni umiliazione che gli sbarrava la strada poteva essere spazzato via da questo semplice atto di annientamento: l'OMICIDIO". Comincia così l'odissea delo scrittore americano Peter Neal (Anthony Franciosa) in viaggio in Italia per presentare il suo nuovo romanzo "Tenebrae", dove si trova invischiato in un incubo senza fine in cui vengono uccisi in modo efferrato personaggi tra loro sconosciuti, ma che riconduconosia perchè vengono ritrovati inserite nella bocca della vittima sgozzata di turno pagine del suo ultimo romanzo, sia nell'accanimento dell'assasino nei suoi confronti con minacce telefoniche e lettere anonime. Quando poi l'intricata matassa sebra poi sciogliersi con l'uccisione dell'assassino, nuovi inquietanti e sanguinosi delitti riaprono il caso fino all'ecatombe finale. Ci troviamo, come detto in apertura, di fronte un thriller nel più classico stile argentiano con infiniti colpi di scena ed efferratezze al limite del tollerabile, efficaci musiche di Simonetti e tematiche che sempre ritornano. Innanzi tutto il classico flash-back dell'assasino che si materializza sempre più all'avicinarsi all'epilogo, utile allo scioglimento dell'enigma, ma che inserito in questo film confonde ancor più lo spettatore, poichè esso perdura anche dopo la morte del primo assassino, dando un senso di smarrimento ma nello stesso di consapevolezza che il peggio deve ancora arrivare. A dispetto del titolo, il film è molto solare, con ambientazioni in ville asettiche, uffici dove predomina il bianco, a differenza dei lavori precedenti ("Suspiria" ed "Inferno") in cui i colori accesi e le atmosfere cupe creavano già il senso di disagioed incubo. Indicativo è l'omicidio dell'agente dello scrittore, ucciso in una piazza assolata e colma di gente, come se l'assassino (che conosceva bene la vittima poichè avevano un appuntamento) è ancora più imprendibile del male assoluto protagonista dei due precedenti film, dove nessuno può sentirsi al sicuro. Diversi sono gli stili di omicidio, perchè diverse sono le motivazioni dei due assassini: il primo, che colpiva coloro che riteneva pervertiti (cleptomani, lesbiche) tramite rasoiate come una sorta di purificazione, il secondo animato esclusivamente da vendette personali con furore ed estrema violenza tanto da indurlo a devastare i corpi delle vittime con un'ascia. Probabilmente il film più estremo di argento che mai fino ad ora (e neanche dopo), si è spinto così tanto nella sfera sessuale e le sue perversioni non più apparentemente celate come prima, con personaggi la sessualità deviata è apertamente sotto gli occhi di tutti e dove il flashback stesso di stampo espressamente feticista è stato interpretato dall'allora sconosciuto|a transex Eva Robbin's nei panni della ragazza con le scarpe rosse che più volte torneranno nello svolgimento della storia, dandole la sopracitata impronta di feticismo ed ennesima ossessione sessuale.

LA TERRA DEI MORTI VIVENTI
(LAND OF THE DEAD)

di George A. Romero

In un mondo ormai invaso da orde di zombi, i pochi umani superstiti hanno costruito delle città-roccaforte isolandosi dalla desolazione che li circonda: mentre i più agiati vivono in un “limbo” dorato come se niente fosse, la parte povera della popolazione è riversata nelle strade, tra fame e malattie; ma i morti si stanno organizzando, e l'ordine costituito è destinato al tracollo. Grandissimo Romero: a venti anni di distanza dall'ultimo capitolo della sua trilogia il “papà” di tutti gli zombi cinematografici è tornato per dire la sua, per porre la pietra tombale su di un genere che è vissuto di rendita grazie a lui. Ovvio, quindi, che tutto ciò che verrà dopo sarà solo aria fritta e basta. Il timore più grande era dato dalla seguente domanda: ha senso ancora oggi utilizzare la figura del morto vivente in chiave politica? A giudicare dal risultato, la risposta è assolutamente sì. La Terra dei morti viventi sta qui a testimoniarci che non è cambiato nulla, che non saranno sufficienti tutte le Apocalissi di questo mondo ( "Il Giorno degli zombi" ) per impedirci di ripetere gli stessi errori, e che se moriremo dentro una prigione - mentale o materiale che sia - sarà perché ce la saremo costruita da soli. In questo senso il film rappresenta un nuovo inizio, ed è questo il motivo per cui qualsiasi paragone con i tre titoli precedenti lascia il tempo che trova: LTDMV è talmente legato al nostro presente che lascia sgomenti; è un grido di rabbia e dolore e delusione nei confronti del mondo e degli uomini, nerissimo e senza luce (si ritorna, appunto, a "La Notte dei morti viventi" ) spietato ma non privo di speranza. L'immediatezza delle sue idee potrà sconcertare qualcuno, ma non si tratta mai di didascalismo facile o che altro: semmai, lo si può definire cinema didattico, nel senso più positivo del termine. Certo, non è un film perfetto: ci sono personaggi e situazioni che avremmo voluto vedere sviluppati ulteriormente, ma produce una major, e tant'è. Comunque la stringatezza diviene un valore aggiunto, un manifesto di secchezza da pura serie B: come il Dead Reckoning nell' inquadratura finale (che, per inciso, è tutto tranne un happy end), il film passa veloce e se ne va, sta a noi averne carpito il messaggio. Come Carpenter e, forse, pochissimi altri, Romero è ancora fermo nel credere nella potenza dialettica del genere: in tempi in cui l'horror si associa solo a remake e videogiochi, il suo film è l'unico che riesce a dire veramente ciò che siamo (diventati?). Rivoluzionario.

TERRORE CIECO
(SEE NO EVIL)

di Richard Fleischer

Sarah (Mia Farrow) è una giovane addestratrice di cavalli rimasta cieca a causa di una caduta da uno di essi. Un giorno, al termine della riabilitazione post-trauma, la ragazza decide di andare a stabilirsi dagli zii nella loro villa per lei piena di ricordi di quando era ragazzina e che per questo motivo molto familiare. Tutto era più o meno rimasto uguale e quindi per Sarah non era affatto difficile girare per la casa senza cadere o urtare ogni cosa. Oltre a rivedere gli zii e la cugina decide di rincontrare anche il fidanzato, anche lui addestratore di cavalli, e con il quale dal giorno dell'incidente aveva interrotto ogni contatto. I due escono per una lunga passeggiata e quando al ritorno Sarah trova la casa vuota non si preoccupa minimamente visti gli impegni serali degli zii e della cugina che presumibilmente li avrebbero tenuti fuori casa fino a tardi. Sarah, non potendo vedere nulla, non si rende conto che in realtà i suoi 3 familiari non sono mai usciti di casa perchè un misterioso assassino li ha trucidati lasciando i loro corpi e quello del giardiniere sparsi per le stanze. Tranquillamente si cambia e si mette a dormire ma l'orrenda scoperta viene solo rimandata all'indomani mattina quando la giovane si appresta a fare un bagno e trova il cadavere dello zio nella vasca. Inizia così la angosciante fuga piena di ostacoli di Sarah che, oltre agli altri cadaveri, trova in giro anche un misterioso braccialetto che forse appartiene all'assassino. Il suo fidanzato con l'aiuto degli amici cercherà di scoprire il perchè di quegli orrendi omicidi e soprattutto chi ne è l'autore. Un giallo davvero coi fiocchi questo "Terrore Cieco" ("See no Evil") di Richard Fleischer, confezionato nel lontano 1971, inizia forse un pò troppo lentamente per poi entrare nel vivo e mettere addosso un'ansia ed un senso di impotenza che sono le stesse sensazioni stampate sul volto della magistrale Farrow. Le inquadrature strette ed essenziali, che fanno intuire da subito qualcosa di strano e di sinistro ma non fanno vedere di cosa si tratta, sono incredibilmente d'effetto. Viene mostrato con grande abilità solo il minimo indispensabile proprio per non avvantaggiare lo spettatore rispetto al personaggio di Sarah che non vede assolutamente nulla di ciò che è accaduto intorno a lei. Il regista cerca in questo modo di dotare lo spettatore dello stesso "punto di vista" della non vedente (non potendo oscurare il video non gli rimane molto altro da fare); è infatti proprio nel momento in cui lei si accorge dei cadaveri dei suoi cari che lo spettatore potrà finalmente gustarsi i particolari in primo piano. Incredibilmente brava Mia Farrow che, tre anni dopo il grande successo di "Rosemary's Baby", film cult di Roman Polanski prodotto dal mitico William Castle, torna con la stessa verve ad indossare i panni dell'indifesa ed esile ragazza dal volto acqua e sapone alle prese con un'esperienza del tutto raccapricciante. Veramente un classico da riscoprire, caldamente consigliato a chi non avesse avuto il piacere di vederlo.

LA TERZA MADRE
(MOTHER OF TEARS: THE THIRD MOTHER)

di Dario Argento

Scavi effettuati lungo il perimetro di un vecchio cimitero della città di Viterbo (ricreata in realtà nei dintorni di Torino) portano alla luce reperti archeologici dall'infllusso nefasto: un pugnale, tre inquietanti statuette ed una polverosa tunica provocano infatti la successiva materializzazione di entità demoniache che uccidono spietatamente una studiosa di arte antica (la rediviva Coralina Cataldi Tassoni), prima squartata e poi garrotata coi propri stessi intestini; inosservata testimone del delitto, la collega Sarah Mandy (una inguardabile Asia Argento) riesce a fuggire, ma solo per andare incontro a nuovi orrori: i recenti ritrovamenti hanno infatti ridestato la sete di sangue di Mater Lacrimarum, unica sopravvissuta di una Triade malvagia, bramosa di riconquistare il mondo. Aggressioni, stupri, omicidi apparentemente immotivati ed atti di vandalismo contro luoghi sacri scuotono ben presto la città di Roma, mentre la Mandy ,sola contro tutti, si affanna per sciogliere il mistero e scongiurare un nuovo Medio Evo. Terzo conclusivo tassello di una serie iniziata col memorabile “Suspiria” (1977) e proseguita col sottovalutato “Inferno” (1980), “La terza madre” rappresenta l' ennesima conferma della prolungata e penosa agonia argentiana. Accantonata anni or sono dallo stesso regista in favore dell' ennesimo scempio di matrice thrilling (“Il cartaio”, 2003) e di un paio di interessanti episodi per la serie televisiva americana “Masters of horror”, la sceneggiatura del film fu riscritta in collaborazione con Adam Gierasch e Jace Anderson in vista di un' imminente realizzazione che prevedeva il coinvolgimento della statunitense Myriad Pictures; ma non meglio precisate traversie successive hanno riportato il progetto interamente nelle mani del solito duo costituito da Medusa Distribuzione ed Opera Film, e condotto ad una nuova rielaborazione dello script mediante contributi di Simona Simonetti e del montatore Walter Fasano. Alla resa dei conti, però, la storia sembra essere stata partorita, e poi scalettata in pochi giorni, dalla mente di un adolescente appassionato di cinematografia argentiana: trovate infantili e scivoloni nel cattivo gusto si susseguono senza sosta, punteggiati di quando in quando da spunti più riusciti (pochissimi, in verità) ma ben poco sviluppati, né tanto meno approfonditi; e non è purtroppo la cattiva scrittura l' unico macigno a pesare sul risultato finale: fotografia e montaggio sono di livello poco più che amatoriale, la qualità della recitazione è forse anche meno che dilettantesca (e le fugaci apparizioni degli svogliati Udo Kier e Philippe Leroy non salvano certamente la situazione), le musiche di Claudio Simonetti (coadiuvato da Dani Filth e dai Daemonia in occasione del martellante brano finale) non vanno oltre il diligente compitino, mentre effetti speciali di qualità altalenante smorzano in misura imbarazzante lo slancio gore del regista. Si potrebbe continuare, ma è inutile infierire oltre: malgrado i continui rimandi a “Phenomena” tentino disperatamente di rievocare i bei tempi (nel film compaiono infatti una diabolica scimmietta, l'impalamento di una donna per mezzo di un'artigianale lancia scomponibile in tre pezzi, ed un bagno finale della protagonista in una fossa straripante di putridi verminosi resti umani), basta citare i numerosi nudi gratuiti e le sequenze in cui carnevalesche streghe convergono su Roma a bordo d' aerei di linea per rammentare una volta di più che Dario Argento - quello vero - lo abbiamo perso ormai da un pezzo

TETSUO - THE IRON MAN
di Shinya Tsukamoto

Concedetemi, al fine di introdurre il film, qualche riga di commento senza le quali sarebbe arduo spiegare il perché di questa pellicola in un sito che tratta horror. Nell'ultimo decennio si è affinato ed esasperato quel processo di fusione che ha visto cadere i confini all'interno del mondo dell'arte: Cinema, letteratura, musica non possono più essere catalogati in generi precisi e ciò ha dato origine ad una nuova serie di ibridi in tutti i settori. Questo terremoto da un lato ha portato confusione, facendo cadere i punti di riferimento all'interno dei vari generi con il risultato di creare, a volte, solo sterili esercizi di sperimentazione senza arte ne parte; di contro ha fatto nascere una serie di movimenti animati da artisti innovativi che non hanno paura di "mischiare le carte" pur mantenendo uno scopo ed un controllo creativo sul prodotto. Tutta questa premessa per presentare Shinya Tsukamoto, uno dei registi più assurdi dell'avanguardia nipponica, che ci regala un film malato, sovversivo, violento dove la potenza delle immagini raggiunge livelli incredibili. La trama, non sempre comprensibile appieno "dovrebbe" essere questa: una giovane coppia investe con la macchina un ragazzo, spaventati i due fuggono abbandonandolo. Nell'incidente, una scheggia di metallo entra nel braccio del giovane, infettandolo e dando inizio ad una serie di mutazioni. Il ragazzo investito e' infatti dotato di poteri speciali: riesce a controllare il metallo e fondersi con esso. Il giovane vive in una fabbrica abbandonata, da dove dirigerà la sua vendetta contro lo sventurato impiegato. Dapprima gli escono pezzi di metallo dal mento, poi sotto la pelle delle braccia vede muoversi, gonfiarsi e contorcersi il metallo. Dai suoi piedi fuoriescono dei tubi che si rivelano essere razzi, attraverso i quali percorre a folle velocità le vie di Tokio. Durante la trasformazione anche il suo sonno e' disturbato; nei suoi incubi un demone femmina lo sodomizza con un lungo organo simile a un tubo da aspirapolvere. Da stra-cult la scena in cui il suo pene si trasforma in un enorme trapano, con cui riduce in pezzi la sua ragazza. Trasformato in un folle uomo-macchina, raggiunge il suo creatore nella fabbrica abbandonata dove i due esseri si scontrano, tra cavi elettrici, televisori, rottami vari. Il finale vede i due antagonisti fondersi (anche qui, come nelle scene dell'incubo, con esplicite allusioni sessuali, da sempre presenti nelle produzioni giapponesi) in un enorme carro armato a due teste, che si avvia a seminare la distruzione nel Mondo! Girato in B/N, montato in maniera velocissima (guardate le scene dove corrono!), ricco di inquadratura sconnesse e claustrofobiche, il film rievoca una società industriale grigia e degradata nella quale si muovono uomini-macchina in preda ad una follia distruttrice. Come precisato all'inizio non si può parlare di horror nel senso classico del termine; questa è una nuova frontiera che ingloba l'impatto e la violenza dell'immaginario horror fondendo il tutto con una forte critica sociale, andando, cinematograficamente parlando a richiamare il primo Lynch ma anche il vecchio cinema giapponese di fantascienza. Tutto però è sapientemente mischiato e proiettato nel futuro. I temerari che vorranno vederlo si troveranno di fronte a qualcosa che si imprimerà con devastante forza nelle loro menti, provocando fastidio, disgusto ma anche stupore ed ammirazione.

TOBBY
di Enrico Galli

Divertente cortometraggio che narra, in soggettiva, le gesta di un misterioso folletto col vezzo dell'omicidio. Quest'ultimo se ne va a zonzo all'interno di un appartamento lottando per aprire porte, troppo alte per lui, e accoppando chi gli capita a tiro. Fino al tragico finale. Simpaticissimo e pieno di inventiva, “Tobby” è un breve cortometraggio realizzato in assenza di mezzi ma con notevole senso del ritmo e con un uso continuo di piani sequenza che si aprono e si chiudono in modo efficace. Nonostante l'evidente velocità di realizzazione ed assembramento dell'opera in questione, non manca cura per alcuni dettagli ed una sceneggiatura, semplicissima, ma comunque valida ai fini dello sviluppo della vicenda. Spassosi i titoli di testa e la piccola sorpresa dopo i titoli di coda. Menzione a parte poi per la scelta azzeccata del commento musicale e sonoro, con tutti i buffi ansiti e gridolini del folletto, intento a vagabondare per l'appartamento. Galli è un tuttofare , spazia dalla regia alla grafica, passando per sceneggiature ed effetti speciali. Sicuramente un artista eclettico ed interessante (autore delle cover degli album della scatenata band romana dei “Prophilax” ed anche della cover del mio cortometraggio “Odio”).

LE TOMBE DEI RESUSCITATI CIECHI
( LA NOCHE DEL TERROR CIEGO )

di Amando De Ossorio

Uno dei migliori film spagnoli degli anni settanta. Dotato di una tensione sempre crescente che lo spettatore avverte scena per scena,soprattutto quando gli amici della prima vittima cercano di giungere alla verità. Ma i protagonisti assoluti della suddetta pellicola sono i templari: ordine religioso risalente all'undicesimo secolo, costituito da monaci cavalieri che portavano un mantello bianco con croce rossa. Furono perseguitati (accecati ed arsi vivi) per via della loro potenza e ricchezza che si andava pericolosamente espandendo,e perché ritenuti seguaci del demonio. L'inizio è coinvolgente con le musiche da ecatombe di Anton Garcia Abril (riutilizzate nel seguito "La cavalcata dei resuscitati ciechi"),e con la MDP che esplora le rovine di un monastero ove si officiavano i sacrifici di giovani donne da parte dei templari. Infine una mano scheletrica che sbuca d'improvviso ci avverte dell'incombente minaccia. Parecchio audace per l'epoca soprattutto nelle scene di sesso e violenza. I trucchi sono mediocri ma impressionanti allo stesso tempo,grazie alla mano sicura del regista, che impronta il film verso il pessimismo.I resuscitati ciechi si stringono intorno alle loro vittime e le mordono bevendone il sangue. Una breve scena causò a De Ossorio problemi con la censura, quella del volto di una bambina che viene macchiato dal sangue della madre uccisa da un resuscitato cieco. Finale inquietante.

TRAS EL CRISTAL
(IN A GLASS CAGE)
di Augustì Villaronga

Augustì Villaronga è, assieme a Nacho Cerdà, probabilmente il regista spagnolo più estremo dotato però al contempo , come il suo collega, di una tecnica di regia raffinata e coinvolgente. Il cinema di Villaronga scava nella psiche umana e sviscera i sentimenti più oscuri, gli istinti più deviati che mettono in una posizione estremamente scomoda lo spettatore. Questo perché ognuno di noi si ritrova a nervi scoperti, spiazzato e nudo. “Tras el cristal” è un film maledetto. E' un film scomodo, osteggiato da molti, paurosamente gelido nel mostrare l'orrore ed il bieco (ma terribilmente umano) sentimento della vendetta. Klaus è un gerarca nazista che nutre un'insana passione nell'abusare e nell'uccidere bambini. Nella sua follia, con la guerra agli sgoccioli e la conseguente caduta del reich, l'uomo decide di suicidarsi ma ottiene solo di restare paralizzato e di dover vivere all'interno di un polmone d'acciaio per il resto della sua esistenza. La moglie lo assiste, assieme alla figlioletta, in una villa dove la famiglia tedesca si è rifugiata per sfuggire al tribunale di guerra. Un giorno, d'improvviso, un giovane di nome Angelo si presenta nella casa e, spacciandosi per infermiere, riesce ad infiltrarsi pretendendo di prendersi cura di Klaus. Da questo momento in poi, si scatenerà una progressiva spirale di orrore e morte. Diretto e fotografato in modo impeccabile e con predilezione assoluta per le tonalità fredde, “Tras el cristal” è un film shockante, che colpisce gli occhi, la mente e lo stomaco. La tematica scabrosa è materiale incandescente fra le mani del regista che con eleganza e freddezza ci pone nella posizione di “dover/voler” guardare per forza gli eventi. Nulla è particolarmente esplicito, ma ciò che viene celato, o mostrato in modo più o meno velato, fa più male che se venisse sbandierato a tutto schermo. L'atmosfera corrotta si muove di pari passo con la corruzione delle anime dei personaggi, vittime e carnefici al tempo stesso, ognuno con un passato crudo che li marchia a vita. Klaus, larva umana, orrido carnefice del passato mai totalmente redento e Angelo , volto e corpo glabri, con un demonio che si dibatte all'interno del cuore. Solo, ed esclusivamente, per spettatori non impressionabili.

TRAUMA
di Dario Argento

E' il secondo film che Dario Argento realizza negli Stati Uniti. E per la prima volta chiama sua figlia Asia per il ruolo di protagonista. "Trauma" è un film insolito per Argento: è un film poetico, dolce. E' una grande storia d'amore. E l'amore coinvolge i personaggi, in tutte le sue sfumature: sensuale, tenero, passionale. Persino l'assassino è spinto ad uccidere per un sentimento d'amore, e per una volta si può anche provare pietà per un colpevole, quando si sono scoperte le sue motivazioni. Ma soprattutto c'è amore per Aura (Asia Argento), anoressica, lasciata a se stessa da una madre possessiva (una sempre grande Piper Laurie) e da un padre che vive nell'ombra. E quando i suoi genitori moriranno, trucidati dal folle e misterioso decapitatore, Aura sarà ancora sola, e sarà un altro emarginato, David, giornalista, ex drogato, che cercherà di aiutarla, e darle quell'affetto che da sempre Aura agogna. Poesia, quindi. Siamo lontani dagli eccessi sanguinari che condivano i film precedenti fino ad "Opera". Gli omicidi sono monocorde, fatto strano per Argento, eseguiti tutti con la stessa tecnica: un laccio metallico che scorre, grazie ad un motorino, stringendosi in un cappio di acciaio intorno al collo delle vittime, tutte legate tra loro ad un passato misterioso. Il killer uccide seguendo particolari condizioni: solo quando piove, e quando la pioggia manca, non esita a crearsela da solo. "Trauma" è il primo film italiano ad essere montato in elettronico, con le scene registrate su particolari laser disc che hanno permesso un montaggio perfetto al secondo, facendo risparmiare notevoli dosi di tempo. Ma in "Trauma" ci sono anche delle cose che non funzionano, e una di queste è proprio Asia Argento. L'accento romanesco nella sua recitazione non aiuta certo alla credibilità del personaggio, una rumena trapiantata negli Stati Uniti, e proprio le scene di omicidio, dopo alcune volte, fanno affiorare un senso di già visto che è alquanto fastidioso. Si salva l'omicidio del dottor Lloyd, quando, rotta la piccola ghigliottina meccanica, viene decapitato in altro modo (che ricorda un po' "Profondo rosso"), in una scena molto forte, dove sembra essere tornato l'Argento dalle coreografiche morti, scena che ricorda anche una analoga (ma per motivi diversi) di un incubo di James Stewart in "La donna che visse due volte". Ma in mezzo a tutto questo ci sono sempre le "zampate d'Argento", i momenti in cui riaffiora il genio visionario del regista: la sequenza della bacca allucinogena, o quella della stanza dei veli nella casa dell'assassino, nel finale del film. Ci sono poi due scene geniali, e simili tra loro: Aura, David e il killer che si muovono nello stesso spazio (prima nella casa di Aura e poi in un ospedale), senza mai incontrarsi, tutti e tre vaganti in piani diversi. E in questi momenti la tensione sale. Comunque un film consigliato per apprezzare anche il lato poetico di Argento.

I TRE VOLTI DELLA PAURA
(BLACK SABBATH)
di Mario Bava

Non me ne vogliano gli estimatori dei vari Craven, Hooper o Carpenter, se dico che Mario Bava è la storia del cinema Horror, maestro d'arte cinematografica in Italia e all'estero, e non solo per le sue collaborazioni con registi del calibro di Tourneur o per gli apprezzamenti di affermati cineasti contemporanei; in questa pellicola, datata 1963, il regista sanremese dimostra infatti tutto il suo talento di "alchimista" filmico. "I tre volti della paura" sono la rappresentazione di altrettanti racconti del terrore e del soprannaturale scritti da Cechov, Tolstoi e Maupassant, che hanno per titolo "Il telefono", "I Wurdulak" e "La goccia d'acqua". In veste di presentatore, oltre che di attore nel secondo episodio (il più debole dei tre, ma non certo per la sua prestazione) troviamo uno che non ha sicuramente bisogno di presentazioni: Boris Karloff, interprete di molti dei numerosi mostri in bianco e nero, che terrorizzavano le platee a partire dagli anni '30. Inutile dire che fotografia di questo film è semplicemente eccezionale, latrice di atmosfere cupe e rarefatte, cesellate da un maestro delle luci e delle ombre come Mario Bava. Nella conclusione spicca una nota ironica, che non guasta la resa complessiva del film, anche se effettivamente, come dice lo stesso Karloff: "Coi fantasmi c'è poco da scherzare, perché si vendicano!".

IL TUNNEL DELL'ORRORE
(THE FUNHOUSE)
di Tobe Hooper

Un gruppetto di ragazzi in cerca di una serata all'insegna del divertimento folle restano di nascosto all'interno di un luna park durante l'orario di chiusura. Non sanno però che gli zingari che gestiscono il parco di divertimenti celano un orrendo segreto. Difatti il figlio del padrone è un essere deforme che durante la notte seminerà morte e terrore. Un buon film di Tobe Hooper che mescola bene ritmo e tensione coinvolgendo lo spettatore. Ottimo il make-up di Rick Baker e ben realizzate le scenografie cupe del tunnel dell'orrore. Il regista è abile nel gestire una storia piuttosto esile e schematica riuscendo però a renderla dinamica e divertente. C'è qualche sano brivido ben congegnato qua e là e il finale (con il mostro che si aggira fra una serie di catene pendenti dal soffitto) è molto avvincente. Infine ottima la scelta di ambientare la pellicola all'interno di un luna park che si tramuta in una trappola mortale..un luogo che è la sede del divertimento e delle luci colorate e che diviene ,al calar delle tenebre ,un vero e proprio mattatoio..

L'UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO
di Dario Argento

Lasciati alle spalle gli splendidi (cinematograficamente parlando) anni '60 in cui la cinematografia italiana continuava a dettare legge nel mondo, anche dopo l'esaurimento della vena neorealista, grazie all'affermarsi della cosiddetta "commedia all'italiana" (da non confondersi con le schifezze odierne paratelevisive) e con registi scoperti dal grande pubblico con opere innovative e coraggiose (Leone e Bava su tutti), nel 1970 il mondo del cinema vide affacciarsi all'orizzonte un regista (Dario Argento) che proprio dai precedentemente citati Maestri ebbe l'input realizzativo, anche se in modi differenti: con Leone poichè prese parte alla realizzazione, assieme a Bernardo Bertolucci, del soggetto di "C'era una volta il West" (1968) da molti considerato il capolavoro del Maestro; riguardo a Bava, nonostante non collaborarono mai, in ogni suo film, sia thriller che horror, aleggia l'ombra del Buon Mario, anche se bisogna dire che già dal suo primo lavoro "L'uccello dalle piume di cristallo" (1970), Argento improntò la sua opera con uno stile sia narrativo che figurativo talmente personale e geniale che non tardarono ad arrivare i cloni. L'estetica della violenza che già con Leone e Bava era un fattore importantissimo, con Argento viene accentuata fino ad elevarla ad opera d'arte, la stessa con cui il protagonista del film (un grande Tony Musante) inizia la sua indagine-incubo, poichè è testimone involontario di un'aggressione alla moglie di un proprietario di una galleria d'arte, teatro della violenza. E' con questo film che iniziano le tematiche care al regista, le quali si ripercuotono sempre in ogni sua opera: il protagonista -testimone chiave dell'accaduto che diventa eroe suo malgrado o, come accade in "Tenebre" (1982), addirittura omicida efferato lui stesso; il particolare rivelatore sotto gli occhi di tutti (gli spettatori) che all'inizio non assumerà nessuna importanza ma che si rivelerà determinante per lo svolgimento dell'enigma. C'è quindi uno stravolgimento visivo-uditivo che mai fino ad allora era stato utilizzato e che tornerà spesso nei suoi lavori: l'ultima immagine impressa nella retina della vittima in "Quattro mosche di velluto grigio" (1973); il volto dell'assassina riflesso nello specchio in "Profondo rosso" (1975); le parole incomprensibili gridate dalla prima vittima sotto un tremendo acquazzone in "Suspiria" (1977); il verso registrato di uno strano uccello ne "L'uccello dalle piume di cristallo" (1970); i rumori fuori sincrono nella tremenda apnea in "Inferno" (1980). La figura dell'assassino come entità astratta e del male ma che si rivela (dopo molte peripezie) correlato ai "buoni" più di quel che sembri (tranne in un paio di casi, ma siamo lì già dalle parti del soprannaturale) è raffigurata vestita completamente di nero, con cappellaccio, mantello e guanti, cose che già aveva fatto prima di lui Mario Bava nel "Sei donne per l'assassino" (1964) e dove ogni arma impropria può costituire micidiale macchina di morte, anche se inusuale (un ferro arroventato per Bava, degli spigoli per Argento). Torna quindi ciò che è stato accennato prima: l'estetica della violenza, in cui ogni omicidio, anche se ben amalgamato con lo svolgersi della trama, diventa un caso a sè stante, un quadro dentro un'ottima cornice. Quadro che ne "L'uccello dalle piume di cristallo" scatena la follia omicida dell'assassino , ricordandogli un passato di violenza carnale e superficialmente nascosto (e mai dimenticato) nei meandri della sua mente turbata. L'immagine della donna, altro elemento importante nello stile del regista romano, posta come vittima sacrificale in ogni thriller o giallo che si rispetti, diventa feroce assassina in molte opere di Argento, rendendo tutto ancora più agghiacciante o. come in questo caso, la ragazza di Tony Musante assediata nel suo appartamento diventa potenziale assassina, scagliandosi con il coltello verso il foro nella porta provocato dal suo assalitore. La riuscita del film sta poi, oltre che nel perfetto montaggio, nelle musiche di Ennio Morricone il cui sodalizio durerà per i successivi due film "Il gatto a nove code" e "Quattro mosche di velluto grigio" fino ad interrompersi per poi sublimare quello ancora più vincente con i Goblin. D' ora in avanti assisteremo a rapporti pseudo-feticisti con gli strumenti di morte: i coltelli dell'assassino luccicanti di una lugubre luce ed avvolti in un panno (sequenza che oltre che ne "L'uccello..." troveremo citata in "Non ho sonno") ed usati nei modi più bizzarri; dettagli macroscopici di oggetti insignificanti i quali visti sotto la sua ottica dotati di tremenda inquietudine (le bamboline e gli occhi pesantemente truccati in "Profondo rosso"). Tutti questi elementi, ma non sono i soli, porteranno alla nascita del cinema Argentiano che si evolverà fino alla metà degli anni '80, dove da qui in avanti subirà una tremenda ma inevitabile involuzione. Comunque, a parte questo, grazie Dario

THE UGLY
di Scott Reynolds

Simon Cartwright non è un serial-killer. Simon non è un pazzo ma sente delle voci. Simon spesso riceve delle visite nella sua mente, visite da parte delle sue vittime. Simon è confuso ed ha paura. Simon sa essere spietato e mortale. Tutto questo e molto di più è Simon e ben presto se ne accorgerà la dottoressa Carol incaricata di tracciare un profilo psicologico di tale omicida internato in un allucinato manicomio criminale. Come può nascere un assassino? Cosa può spingere ad uccidere? La solitudine e l'opprimente società forse, oppure una sensibilità incompresa e derisa. Cosi' fra le pieghe della memoria di Simon incominciamo a viaggiare a ritroso. Fra omicidi ed un'infanzia triste, fra le mura della sua camera e lo sguardo gelido della madre. Senza un padre e senza un amico solo con un pallido amore nell'adolescenza ben presto interrotto. Questo e la violenza quotidiana creano Simon Cartwright e lo rendono rabbioso col mondo intero. Rabbioso e condannato ancora una volta di più a restar solo. Non serve raccontare nel dettaglio gli eventi che nel film accadono poiché ciò che veramente magnetizza è la figura di Simon magistralmente interpretata dal nostrano Paolo Rotondo. L'importante è aggrapparsi ben saldi alla poltrona per non rischiar di perdersi nel blu e nel rosso dell'allucinata fotografia, per evitare di farsi trascinare nel vortice di dolore che nella mente di Simon si muove. La fragilità dell'assassino e la sua spietatezza costituiscono un binomio mai cosi' ben delineato come accade in questo film. Impossibile non provare un profondo senso di pietà nei confronti di Simon cosi' come impossibile non spaventarsi dinanzi alla ferocia che poi esplode di colpo. Quanti di noi si sentiranno per brevi attimi vicini a lui, vicini al suo tormento e alla sua dolcezza calpestata. Quanti sentiranno fremere dentro la paura prima che egli scatti con il suo rasoio ed uccida. Se in "Maniac" di Lustig il serial-killer era brutalità e misoginia allo stato puro e se in "Henry - Pioggia di sangue" di Mcnaughton l'assassino è mostrato nella maniera più documentaristica possibile, qui in "The Ugly" l'unica cosa che conta è la mente stessa del folle. Guardando il film vi perderete nella confusione, nel dolore, nella paura e nei brevi attimi di gioia che Simon ha provato. Uno dei più grandi horror degli anni '90 in assoluto

L'ULTIMA CASA A SINISTRA
(LAST HOUSE ON THE LEFT)
di Wes Craven

Ecco il primo film di Wes Craven, colui che inventerà la figura di Freddy Krueger in "NIGHTMARE" e l'assassino seriale di "SCREAM", colui che è sempre stato in grado , con intelligenza e scaltrezza, di riportare in auge il genere Horror nei suoi momenti di crisi inventiva. Questo primo film ( fatto nel 1972) è anch'esso importante per il cambio generazionale dell'horror poiché rappresenta la mutazione in carne e violenza pura del genere assumendo un tono freddo e documentaristico. La vicenda narra di una coppia di ragazze piuttosto disinibite che decidono di passare una serata all'insegna del divertimento e delle droghe leggere. Purtroppo le due giovani s'imbatteranno in un gruppo di sbandati evasi dal carcere il cui crudele capo Krug è uno psicopatico misogino sanguinario. Seguira' una serie impressionante di violenze, stupri,umiliazioni, torture che raggiungeranno il climax con la morte delle due ragazze. Ma la storia non termina qui poiche' gli aguzzini in fuga si rifugeranno all'interno di una villa che appartiene ai genitori di una delle due giovani. Il padre e la madre riusciranno per vie traverse (uno dei criminali porta al collo il foulard della figlia) a capire che sono stati loro gli artefici della morte dell'amata figliola e provvederanno ad una cruda e metodica vendetta. All'inizio del film appare una scritta che mette in guardia i giovani dicendo che chi usa droghe ed alcool puo' benissimo incappare in vicende allucinanti come queste ed inoltre l'avvertimento prosegue dicendo che il film in questione è stato proiettato nelle scuole superiori e nelle università americane!!! Tralasciando questo falso messaggio che serve solo a pubblicizare il prodotto dandogli scalpore e tralasciando il fastidioso e squallido moralismo della pellicola (le violenze sono esplicite e volutamente messe in mostra per il gusto sadico dello shock e non per dare alcun insegnamento valido..) si può dire che il film resta impresso nella mente per l'interpretazione allucinante di David Hess nel ruolo di Krug.

L'ULTIMA ONDA
(THE LAST WAVE)
di Peter Weir

Un giovane avvocato di Sydney assume la difesa di alcuni aborigeni accusati di omicidio, proprio mentre l'Australia tutta viene colpita da una serie di inspiegabili perturbazioni climatiche. Con il proseguire delle indagini scoprirà che la tribù degli imputati lo considera un mulkurul , ossia il profeta della fine di un era, e non potrà che assistere impotente all'incedere del cataclisma… Generalmente sottovalutato, L'Ultima Onda è un film di grande fascino e impatto emotivo; come buona parte della filmografia di Peter Weir, il tema è quello del confronto/scontro tra culture diverse: mondo civilizzato e civiltà aborigena, uomo e natura. E si tratta di una natura selvaggia, pericolosa, sfuggevole, perché più la si cerca di comprendere, più essa sfugge al nostro controllo. Weir ci conduce attraverso un viaggio angosciante verso la fine del mondo e delle nostre certezze: se non si può dire che tutto sia messo a fuoco benissimo (specie nella seconda parte) , allo stesso tempo non si può negare che sia un film diverso da qualsiasi altra cosa, inquietante e stimolante, che ripaga completamente del tempo che gli si dedica.

L'ULTIMO UOMO SULLA TERRA
(THE LAST MAN ON EARTH)
di Ubaldo Ragona

Questo, come molti altri film ("La casa dalle finestre che ridono" di Pupi Avati tanto per citarne uno a caso), è la dimostrazione lampante che non sono le super produzioni a rendere unica e affascinate una pellicola. Girato nell'EUR romano sfruttando pochissime risorse economiche, ma con perizia e maestria notevoli, "L'ultimo uomo sulla terra" può essere considerato un vero e proprio B-movie, dato che è stato inspiegabilmente messo da parte, ed essendo sconosciuto ai più. Una strana epidemia colpisce tutti gli abitanti del pianeta trasformandoli in apatici vampiri; sopravvive a questa catastrofe un solo uomo, un tempo brillante scienziato, ora costretto ad una vita misera ed angosciante: di notte deve difendersi dagli attacchi dei ributtanti esseri, che cercano in tutti i modi di farlo diventare uno di loro, mentre nelle ore diurne li va a scovare e uccidere nelle loro tane, senza comunque mai smettere di sperare di trovare qualcuno che, come lui, non sia stato colpito dalla terribile malattia. Questa sostanzialmente la trama del film e di "I'm a legend", il libro di Richard Matheson da cui è tratto. Ad interpretare( grandiosamente, questo è fuor di dubbio) l'ultimo sopravvissuto è addirittura il mai dimenticato Vincent Price, attore sopraffino ed icona del cinema Horror. Ottimo il montaggio e più in generale la struttura del film, semplicemente angosciante la fine. Di certo non vi farà saltare dalla poltrona per un thrilling veloce e serrato, ma sicuramente resterete affascinati dalla spietata e inesorabile lentezza di questa misconosciuta perla cinematografica

UNDEAD
di Michael & Peter Spierig

Questo horror australiano del 2003 si rivela una piacevolissima sorpresa densa di situazioni spassose e trovate piuttosto originali. Una pioggia di meteore investe una tranquilla cittadina australiana. Le pietre piovute dallo spazio hanno un effetto assolutamente spiacevole quando entrano in contatto con gli umani poiché li tramutano in zombi affamati di carne umana. IN poco tempo si scatena il caos e i pochi superstiti si trovano a lottare strenuamente per evitare di morire o, peggio ancora, essere contagiati. La vicenda avrà un’evoluzione inaspettata. Strizzando l’occhio, fin dai titoli di testa, all’horror e alla fantascienza anni’50 e senza celare riferimenti al cinema di Peter Jackson e Sam Raimi (alcune immagini riportano addirittura allo stile di Tim Burton !), “Undead” sorprende e diverte senza mai cadere nella banalità tipica di molti zombi-movies. I fratelli Michael e Peter Spierig, ,attivi in precedenza con cortometraggi in Super 8 e spot pubblicitari e qui al loro esordio cinematografico, hanno prodotto, scritto, montato e diretto la pellicola curandone,addirittura, molti degli effetti in computer grafica. Hanno saputo abilmente scavalcare la ristrettezza dei mezzi usando creatività, ironia e abilità in sede di regia, dimostrandosi virtuosi in taluni casi e giustamente essenziali in altri. Anche lo splatter è usato in maniera intelligente e mai gratuita, atto a suscitare risate più che disgusto, ed il make-up degli zombies è ben realizzato. Gli Spierig Bros. buttano nel calderone anche alcuni momenti in “bullet-time” stile “Matrix” con l’intento però di parodiare l’abuso che si fa attualmente di questa tecnica (basta vedere l’assurda scena in cui l’eroe di turno tira fuori , in continuazione, pistole dai pantaloni e piroetta in aria in modo assolutamente esilarante). Il finale di film è un abile gioco di “rimonte” con una serie di colpi di scena originali e ben congegnati. Da vedere.

THE UNTOLD STORY
(BUNMAN: THE UNTOLD STORY - YAN YUK CHIA SIU BAD)
di Herman Yau

Sconvolgente film di Hong Kong che narra le gesta di un serial killer, traendo ispirazione da un fatto di cronaca realmente accaduto. Un uomo dalle manie psicotiche, con un omicidio alle spalle, si rifugia a Macao dove lavora in un ristorante. Ma il vizio di ammazzare persone non gli è certo passato e cosi’ inizia a mietere vittime durante i suoi attacchi di furia incontrollabile. Poi elimina i cadaveri facendoli a pezzi e cucinandoli al posto della carne di maiale. La polizia è sulle sue tracce e riesce a prenderlo. Ma il maniaco non vuole confessare e cosi’ i poliziotti iniziano a torturarlo brutalmente nella speranza di fargli firmare una dichiarazione di colpevolezza. Prodotto da Danny Lee (“Dr. Lamb”) il film è ottimamente interpretato dallo stesso Lee e da Anthony Wong che veste alla perfezione i panni del folle omicida. “The untold story” è una terrificante miscela di orrore, violenza e humor nerissimo dove non esistono personaggi buoni e dove ogni forma di tenerezza è bandita. Il concetto di “vendetta” è esasperato a tal punto da rendere tutti possibili vittime e carnefici, confondendo le carte in tavola e spiazzando deliberatamente lo spettatore. Il film è diretto molto bene, montato in maniera dinamica e dotato di una fotografia fredda e tagliente. Agghiaccianti gli effetti splatter, davvero insostenibili nella scena in cui il maniaco massacra un’intera famiglia (bambini compresi) con mannaie e cocci di bottiglia. Non sono da meno, in quanto a crudeltà ed impatto visivo, le parti in cui la polizia (e non solo….) attua le torture ed i feroci pestaggi. “The untold story” è un film disturbante, morboso e cattivo che potrebbe turbare gli spettatori più sensibili.

URBAN LEGEND
di Jamie Blanks

Neo-slasher sulla scia inaugurata da "SCREAM" di Wes Craven che manca di originalità ed è privo di quella tensione che in un film del genere dovrebbe essere quantomeno costante. La storia parte davvero bene con un inizio al fulmicotone pieno di brividi, ma poi si spegne lentamente fino allo stanco e banale finale. Si narra di un campus americano dove i giovani vengono decimati da un assassino incappucciato che uccide in base alle cosiddette "leggende urbane"(ad es. la leggenda che si tramanda fra i giovani americani che bere pepsi-cola assieme alle caramelline frizzanti causa conati mortali di vomito, oppure la leggenda che vede la ragazza in macchina che attende l'arrivo del fidanzato e che sente tonfi sordi provenire dal tettino dell'auto scoprendo alla fine che si tratta della testa mozzata del suo boyfriend che viene sbattuta ripetutamente da un assassino!). Alla fine si scoprirà che il killer sarà la consueta(è una lei..ebbene si'!) insospettabile che uccide per vendetta. Un'idea di partenza davvero ottima è vanificata da una sceneggiatura banale e piatta nonostante la tecnica del regista ( proveniente dal mondo dei video-clip) sia ottima. Manca l'innovazione che ha portato "Scream" e durante il corso della storia si ha un senso piuttosto spiacevole di "già visto" e di "già sentito". Peccato davvero perche' questo è il classico film che poteva diventare Cult-movie se avesse evitato certi clichè davvero stra-usati. Dopo il buon successo commerciale segue immancabile sequel dal titolo "Urban Legend 2 - Final cut".

UZUMAKI
di Higuchinsky

Se c'è una cosa di cui si può rendere atto alla scialba versione americana di The Ring è di aver gettato finalmente un raggio di luce sul poco seguito cinema orientale. E' infatti notevole il successo non tanto del remake americano quanto degli originali, improvvisamente riscoperti tanto da creare un “caso” che ha già portato in Italia il Ring0, Ring2, The Spiral, The Eye e ancora ne arrivano e speriamo arriveranno...augurandoci che il successo di The Ring non sia un caso isolato ma la nascita di un interesse costante verso un cinema veramente stracolmo di inventiva ed idee, in opposizione ad un filone, quello horror, ma non solo lui, che langue sonni beati soprattutto negli USA…dove al massimo ci danno cloni di Nightmare e Venerdì 13 (a proposito, basta per carità!).
Il cinema Giapponese, (per lo meno il filone che ci stanno propinando a gogo adesso) è più bislacco, ragionato, è un crescendo costante che esaspera per lentezza progressiva, incuriosendo per l'evolversi solitamente assurdo, fatto di eventi spesso tenuti assieme da tutt’altro che la logica eppure mostruosamente intriganti proprio per la volontà di uscire dai soliti confini.
Questo Uzumaki (vortice), la cui storia è tratta da un manga, rientra in pieno nella descrizione di poc’anzi, presentandoci una sceneggiatura assolutamente fantasiosa e sopra le righe, fin troppo piena di particolari per poter essere esplicata nei 90 minuti circa del film.
Centro della vicenda è la figura simbolica della spirale, che ossessiona gli abitanti di un villaggio, di cui la protagonista ci narrerà la storia, in un vortice di pazzie e trovate geniali. Il film è idealmente diviso in 4 atti, separati in maniera non specifica nel tempo, aventi sempre per fulcro il piccolo villaggio che sempre più velocemente si avvicina all’ipotetico centro della spirale, attraverso una incredibile sequela di eventi, la dove, si potrebbe dire, l’influenza è più forte e gli effetti più devastanti. E attarverso l’apparentemente normale routine quotidiana di una studentessa scopriamo, primi sintomi di una catastrofe, un alienato padre di famiglia che passa il suo tempo a filmare ed osservare tutto ciò che è spiraliforme (finendo poi per morire in una maniera assurda quanto originale…), per arrivare poi alla comparsa di spirali nel cielo, alla trasformazione di due allievi in uomini-lumaca e c’è dell’altro visto che ogni particolare personaggio subirà un influsso della spirale, a suo modo.
E’ un continuo girare in questo vortice e ad ogni passaggio le bizzarrie aumentano, i disastri si moltiplicano, le persone coinvolte si ritrovano ad un passo dall’assurdo, fino al tragico finale…che in realtà è di nuovo un inizio…
Filmato nel perfetto stile orientale, lentamente, senza mai eccessivamente rendere satura la scena di inquadrature fulminanti da attacco epilettico, il film è veramente un gioiellino di originalità, di follia e divertimento in un certo senso, perché sfocia nell’improbabile ben più di una volta. Ben presto ci si trova rapiti da una narrazione brillante, da personaggi assolutamente pazzeschi, talmente calati in un contesto creato appositamente per loro da sembrare plausibili!
Immagini stupende, visione coinvolgente, trama eccellente…imperdibile

VAMPIRES
di John Carpenter

E' vero, il peggior Carpenter vale sempre molto, e nel western horror, francamente, nessuno è ancora riuscito a battere questo regista; tuttavia "Vampires" è proprio un film di basso profilo, che accenna a vari temi trattati in questi anni sui vampiri ma non ne sviluppa alcuno: così se in Valek (T. Griffith), il crudele vampiro, c'è una forte componente sessuale questa rimane sopita, nonostante l'inizio sorprendente, in cui il succhiasangue morde una prostituta in prossimità del pube, la componente splatter è al minimo (anche qua c'è solo da registrare una carneficina iniziale a base di mutilazioni) e la qualità di recitazione...da dimenticare: sia J. woods (il cacciatore di vampiri) che T. Griffith sono esagerati, nelle loro parti, troppo sopra le righe. L'atmosfera potrebbe ricalcare quella di "dal tramonto all'alba", soprattutto per gli esterni girati in centroamerica, mentre la storia (un cacciatore di vampiri vede la sua squadra sterminata da un antico succhiasangue proveniente dalla cecoslovacchia, e scopre alla fine che il Vaticano è implicato malignamente in questa storia) porta alla mente "Stigmate", che già un bel film non era. Pochi, pochissimi gli spunti interessanti: persino la musica, importantissima nei film di Carpenter qui è banale; un vero peccato, vedere toppare questo regista.

VENERDI' 13 -(Friday the 13th)
di Sean S. Cunningham

Ecco il capostipite di una delle saghe in assoluto piu' lunge della storia dell'horror. La storia narra di una serie di efferati omicidi che avvengono a Crystal Lake, un campeggio estivo per teen-ager. Il camping in questione fu in passato luogo di un tragico incidente: un bambino deforme, di nome Jason, annego' nel lago senza che nessuno dei presenti si accorgesse di lui e corresse in soccorso. Gli omicidi ovviamente sono legati a questo fatto del passato e nel finale, carico di tensione, si verra' a scoprire che prorpio la madre di Jason e' l'assassino, impazzita dopo la triste scomparsa del figlio. Il film, alla sua uscita nelle sale cinematografiche, ottenne un grosso successo commerciale dando poi appunto origine ad altri nove capitoli! Aldila' delle qualita' effettive del film, tra l'altro fortemente debitore di una pellicola di Mario Bava dal titolo: "REAZIONE A CATENA"(specialmente nel secondo capitolo della saga, "L'assassino ti siede accanto". Ben due omicidi vengono letteralmente copiati dal film italiano...la scena degli amanti impalati assieme con un arpione e la scena della mannaiata in volto!) bisogna dar atto al regista S.Cunningham di esser stato abile ed assai intuitivo. Dare ai teen-ager americani un prodotto del genere e' stato un colpo di genio! Difatti il genere slasher (cosi' vengono denominati questi film con un serial-killer che falcidia incauti e stupidi ragazzoti) esplodera' con tutta una serie di imitazioni piu' o meno decenti. La genialita' di S.Cunningham sta nell'aver creato un genere di pellicola per la quale non serve particolare sforzo d'intelligenza e nemmeno troppa attenzione...tutto quel che serve e' fame di effettacci e di sesso giovanile! A differenza di Carpenter( che nel suo "HALLOWEEN" creo' uno slasher assai piu' complesso ed innovativo) al regista di "VENERDI' 13" non interessano introspezioni psicologiche, tant'è che i teenagers del film sembrano macchiette in attesa di esecuzione. Bisogna dire tuttavia ,che ci sono discreti attimi di tensione ed il colpo di scena finale e' piuttosto ben congegnato.
VENERDI'13: CAPITOLO FINALE
(Friday the 13th Part 4: Final chapter)
di Joseph Zito

La saga raggiunge con questo film il quarto episodio e la trama si riduce ancora piu' all'osso se possibile…Jason dopo esser stato abbattuto alla fine della precedente pellicola viene recuperato dal coroner che lo porta direttamente all'obitorio in una bella cella frigorifera in attesa di essere seppellito.Dopo un breve periodo di giacenza nella cella il mostro si rialza e fa fuori tutti i paramedici e gli inservienti dell'obitorio!Poi guidato dalla sua sete di sangue e vendetta Jason torna a Crystal Lake dove eseguira' un altro bel massacro a regola d'arte,fino a quando un ragazzino e sua sorella riusciranno ad ucciderlo spaccandogli il volto a meta' con un colpo di machete. La saga dimostra di aver esaurito quel sottile filo di trama che possedeva agli albori ed ormai punta tutto su omicidi in serie e cliche' tipici del genere. A differenza pero' dei due capitoli precedenti in questo "Capitolo Finale" il regista Zito crea un'atmosfera molto piu' cupa e ,grazie agli effetti speciali eccellenti di Tom Savini , riempe il film di effettacci Gore di ottima qualita'.Il finale e' all'insegna dello shock ed ha un buon impatto ed un ottimo ritmo. Ovviamente il sottotitolo "CAPITOLO FINALE" fù inserito per attirare una maggior quantita' di pubblico nelle sale curioso di veder la conclusione del serial. E' scontato dire che non fu un vero capitolo finale poiche' un anno dopo usci l'immancabile quinto episodio della serie!

VENERDI'13: IL TERRORE CONTINUA
(Friday the 13th Part 5: A new beginning)

di Danny Steinmann

Quinto capitolo dell'interminabile saga di Venerdi 13 girato e distribuito esattamente un anno dopo il falso "Final Chapter".La vicenda ha per protagonista Tommy il ragazzino che fece fuori Jason nel precedente film e che ora e' cresciuto e vive in una comunita' per malati mentali.Poco dopo il suo arrivo un assassino incomincia ad uccidere a ripetizione.Il killer ha le fattezze di Jason ed indossa la sua maschera ma… Il regista Steinmann tenta la carta "innovazione" in questa pellicola infarcita comunque di una quantita' massiccia di omicidi,ma il film risulta molto debole, poco teso e con un finale piuttosto ridicolo nella sua esagerazione. Dopo questo film il binario dei "nuovi" colpi di scena verra' abbandonato rapidamente per tornare alla piu' classica immagine di Jason ovvero: un morto-vivente massacratore d'adolescenti senza pieta',sentimenti e senza fantasia!

VENERDI'13 Parte 6:JASON VIVE
(Friday the 13th Part 6: Jason lives)

di Tom Mcloughlin

Jason e' morto e sepolto. Fine direte voi..see come no!Tommy(il ragazzo gia' presente nei precedenti due episodi) per vincere l'ossessione che lo tormenta decide di scavare dove il gigante killer e' sepolto per distruggere i resti del cadavere.Il ragazzo pianta un palo di ferro nella salma disseppellita ma guarda caso un fulmine la colpisce e riporta in vita Jason!!!! Il massacro a Crystal Lake e' inevitabile…la fine risaputa. Il sesto capitolo della serie si avvale di una regia abbastanza professionale come quella di Mcloughlin ma indubbiamente la vicenda ristagna nella totale mancanza d'idee. Il tasso splatter e' bassissimo in confronto ai precedenti sequel e lo stesso Jason sembra fuori allenamento..troppo "politically correct" poiché risparmia bambini e bambine e si permette troppe escursioni nell'ironico.

VENERDI'13 Parte 7:IL SANGUE SCORRE DI NUOVO
(Friday the 13th Part 7: The new blood)

di John Carl Buechler

Jason contro Carrie! Lo so..lo so,sembra assurdo ma vi giuro che e' vero! Una ragazza dai forti poteri mentali e cinetici risveglia per errore Jason che si trovava legato ad un masso sotto la superficie del lago di Crystal Lake.Ovviamete il "nostro" riprende a far a fette tutti quelli che si aggirano nei dintorni fino allo scontro finale con la "Carrie dei poveri". Buechler e' un ottimo effettista che ai tempi del film faceva parte della factory di Charles Band ma si dimostra un pessimo regista firmando il capitolo piu' ridicolo della saga senza un briciolo di splatter e di tensione. Lo scontro finale e' da morir dalle risate…la ragazza con i poteri mentali(che adopera quasi come noi usiamo il telecomando per la televisione) lancia tutta sorta di oggetti in testa al mostro,lo fa inciampare e gli fa pure prendere la scossa! Un disastro totale!!

VENERDI'13 PARTE 8:INCUBO A MANHATTAN
(Friday the 13th Part 8: Jason takes Manhattan)

di Rob Hedden

Il nostro mostrone mascherato e putrefatto approda a Manhattan nell'ottavo capitolo della serie.Dopo essersi risvegliato dall'eterno riposo sale su di una nave che pullula di(indovinate un pò?) adolescenti in gita scolastica.Sulla barcona Jason provvedera' a mietere vittima in perfetto slasher-style fino a quando(dopo essere arrivato a New York) non verrà sciolto da un'ondata di liquami tossici nelle fogne!Ma invece che veder rimasugli d'ossa e carne bruciacchiata i due superstiti troveranno il corpicino fumante di Jason-bambino!!Cambia lo scenario ma la solfa e' più o meno la stessa di sempre ed Hedden fa ben poco per cambiarla.Comunque la parte a New York è simpatica e tutto sommato, a mio parere, l'ottavo capitolo non e' fra i peggiori della saga.Certo oramai il Gore è quasi utopia(questo per via della censura che dalla meta' degli anni 80 si accani' contro l'horror in maniera spaventosa) ma la pellicola non fa sbadigliare eccessivamente.Dopo questo film tutti pensavano che fosse finita..che il cattivone avesse definitivamente tirato le cuoia..INVECE NO!Il nono capitolo si fa attendere per quattro anni ma poi arriva...

VERSUS
di Ryuhei Kitamura

Scatenato film giapponese che commistiona horror, action e commedia. C'è una leggenda che sostiene esistano 666 porte dell'inferno sparse nel globo terrestre. Una di esse, la 444 per l'esattezza, è sita in Giappone nella cosiddetta "foresta della resurrezione". Qui i morti tornano in vita posseduti da forze demoniache. Un giovane evaso di prigione si troverà suo malgrado nella suddetta foresta e dovrà affrontare zombies, killer della yakuza ed un cattivissimo capo mafioso che pare possedere poteri soprannaturali. Solo dopo innumerevoli lotte, e grazie all'aiuto di una giovane ragazza, il protagonista riuscirà a comprendere che c'è, in realtà, un'importante missione da compiere. Ritmo sfrenato per questo film che sembra la trasposizione di uno dei tanti giochi iper-violenti ed iper-frenetici della Playstation. I personaggi del film volteggiano in aria, sferrano calci velocissimi e poderosi e affettano zombi in quantità industriale. Il regista Kitamura ci da dentro con steadycam, movimenti di camera assurdi, montaggio serrato ed arti marziali a profusione. Il film nonostante sia piuttosto povero nei mezzi ha qualche buon effetto speciale (il make-up degli zombies mi è piaciuto) e degli ottimi stuntmen, veri e propri artisti del kung-fu. L'unico problema è che "Versus" dura 120 minuti ed ha un plot che ne può reggere solo 70. Pertanto, dopo essere rimasti colpiti da i primi 30 velocissimi minuti d'azione, si rischia di sbadigliare un po' nell'attesa del finale di film. I combattimenti, a lungo andare, diventano tutti piuttosto simili poiché girati sempre con lo stesso stile e la comicità insita nella pellicola è (come spesso capita nei prodotti del "sol levante") a tratti stucchevole. Spesso il film perde i suoi tratti orientali scimmiottando il nostro cinema d'occidente (ci sono un paio di scene alla "Matrix" ed altre in stile "Highlander" piuttosto fuori luogo a parer mio).A parte queste piccole sbavature, resta comunque il fatto che "Versus" è un prodotto divertente e spettacolare che dimostra ancora una volta come gli orientali siano dei grandi realizzatori di cinema d'azione

VIDEODROME
di David Cronenberg

Probabilmente il capolavoro del regista canadese. In anticipo di almeno dieci anni sul panorama cinematografico mondiale, David Cronenberg collauda in VIDEODROME le potenzialità dello strumento televisivo. In Max Renn ci sono sia le caratteristiche del dirigente arrivista e vittima degli ascolti che quelle dello spettatore teledipendente. Un gioco che porta in fretta all'assuefazione, al delirio di un membro ormai appartenente alla setta e sottoposto alle prove d'accesso. Di culto la scena in cui James Wood, grande nei panni dell' incredulo e drogato direttore di rete, frusta la televisione simbolo del suo incubo ad occhi aperti. Renn è accecato dalla trasmissione come i bambini possono esserlo dalla pubblicità della casa di Barbie e le madri dalla batteria da cucina in offerta. E non si può essere che sorpresi nell'accorgersi che a produrli ci sono migliaia di professor O'blivion . VIDEODROME è ogni ora e su ogni canale. Prima controlla la tua mente , poi distrugge il tuo corpo. Lunga vita alla nuova carne!!! Chissà se gli occhiali di "THEY LIVE" potrebbero tornare utili? Buona visione a tutti.

THE VILLAGE
di M. Night Shyamalan

Una comunità ottocentesca vive nei boschi, in un'atmosfera di pace e serenità. Apparentemente. Difatti nei boschi circostanti il villaggio, vivono strane e mostruose (a detta dei testimoni oculari) creature le quali hanno stretto un patto di pace con la comunità. Quest'ultima dovrà far si che nessun suo membro varchi i confini segnati del bosco. Come ulteriore monito, c'è il fatto che i pochi che, in passato, hanno intrapreso il viaggio per raggiungere la città oltre la foresta, luogo di morte, violenza e perdizione, non hanno mai fatto ritorno. Ma un drammatico evento spingerà una ragazza, per amor del suo futuro sposo, ad attraversare i confini del bosco. “The Village” funziona a tratti ed è dotato di atmosfere efficaci e plumbee ma anche di cadute di tono evidenti, specie dopo la prima mezz'ora. Miscela di diversi generi, fa dell'horror una sorta di “specchietto per allodole” poichè quest'ultimo, dopo metà film, cede il passo a sviluppi da dramma a tinte sentimentali. Personalmente apprezzo lo stile di regia di Shyamalan, il suo continuo uso di “rimonte” e piani sequenza, la predilezione per le cupe scenografie ed anche il modo in cui dirige gli attori, peraltro ottimi. Sicuramente forte il messaggio che passa dalla pellicola. Riflessione sulle angosce della società americana odierna (post 11 settembre, tanto per intenderci…) e sul bisogno di fuggire (o semplicemente tapparci gli occhi) di fronte alla violenza e l'orrore della cosiddetta civiltà.

VIOLENT SHIT
di Andreas Schnaas

Andreas Schnaas è un regista amatoriale tedesco che assieme a Jorg Buttgereit è da considerarsi come uno dei fondatori del movimento indipendente di videoamatori tedeschi. Tuttavia la strada che questo regista intraprende è assai diversa da quella dell'autore di "Nekromantik" poiché egli ignora l'aspetto psicologico dell'orrore e predilige unicamente il lato splatter estremo. "Violent shit" è il primo film di Schnaas ed è un prodotto malato e violentissimo. La storia (si fa per dire..) narra le gesta di Karl "The butcher", uno psicopatico che a causa di un'infanzia traumatica (addirittura da bambino ha parlato col demonio in persona!?!) si diletta a macellare chiunque gli capiti a tiro. In un momento clou del film, Karl in preda ad un delirio mistico, farà a pezzi anche Gesù Cristo in croce per poi infilarsi all'interno del suo grembo squartato!!! Il finale poi è la summa del morboso-delirante…difatti Karl, dopo aver ammazzato a più non posso, finirà con l'autoflagellarsi, squartandosi e partorendo un neonato! Uno dei più disgustosi film che ho mai visto, un affastellamento di delitti brutali,evirazioni,squartamenti con motosega e mannaia. Realizzato direttamente con una videocamera VHS-C a mano, il film è pieno di effettacci rozzi ma efficaci. Peccato però che la regia sia praticamente nulla e che l'uso dell'effetto strobo nelle scene sia eccessivo e nauseante. In sostanza "Violent shit" è probabilmente uno dei film più spaltter della storia, ma è anche uno dei peggio girati in assoluto. Riprese sballate,sequenze futili ed interminabili, attori improponibili e sceneggiatura totalmente assente. Solo tanta perversione, crudeltà e folle delirio.

VIOLENT SHIT 2 - MOTHER HOLD MY HAND
di Andreas Schnaas

Schnaas ci riprova! Sequel del famigerato e truculentissimo "Violent Shit", girato in 8mm su nastro magnetico. La storia (poco più che un debole pretesto s'intende…) vede il figlio del serial-killer cannibale del primo episodio ancor più impegnato del padre a macellare cristiani e donzelle. Karl "The butcher" jr. (questo è il nome dello psicopatico) obbedisce ciecamente agli ordini della madre folle e perversa che nel finale verrà decapitata dal ,defunto e reanimato, maritino!? Il tutto ci viene narrato da due giornalisti in vena di scoop e che sono interessati a riaprire il caso irrisolto di Karl "The butcher". Questo film è un vero massacro! Evirazioni, sbudellamenti,torture, testicoli strappati con ganci, vagine richiuse con spillatrici, cannibalismo, decapitazioni chi offre di più? Schnaas supera se stesso in violenza ma il film è diretto male e senza eccessivi progressi rispetto al precedente "Zombi 90". Nonstante goda di un montaggio migliore e di un supporto video migliore l'unica parte ben diretta è quella iniziale con un duello in hong-kong style fra degli spacciatori e Karl "The butcher" jr. Per il resto tanta telecamera a mano senza precise idee di ripresa e con traballamenti continui. Comunque un MUST per tutti i GORE-FANS!!!

VIOLENT SHIT 3 - INFANTRY OF DOOM
di Andreas Schnaas

Terzo capitolo della saga di Schnaas..ma qui le cose cambiano e si comincia a far sul serio! In un futuro non precisato un qualche cataclisma deve aver sconvolto la terra poiché un gruppetto di persone sono su di una nave nell'oceano alla ricerca di isole con segni di vita umana. Sfortunatamente i tipi naufragano e finiscono in un isola dove lo zombi Karl "The butcher" e suo figlio Karl "The butcher" Jr. imperversano. I due cannibali-assassini hanno costruito un vero impero sull'isola, un'armata composta da tanti loro cloni ed adepti (tutti rigorosamente con maschera al viso) che si dilettano nell'uccidere traditori,seviziare,sbudellare ecc… I naufraghi saranno loro malgrado le prede di una sanguinosissima partita di caccia! Ecco a voi il kolossal di Andreas Schnaas. Girato in digitale ad ottima risoluzione, con molte comparse e con un'ambientazione suggestiva il film si avvale di eccellenti effetti ultra-splatter. La mano di regia si è fatta più sicura e la prima parte della storia è diretta molto bene, poi si passa un po' troppo alla telecamera a mano e le idee latitano un pochino. Comunque il risultato finale è davvero stupefacente (visto e considerato che viene da Schnaas..famoso per le sue assurde sciatterie registiche) ed il film è una continua ed esasperata citazione di tutti i trash orientali! Ci sono duelli fra ninja ed un finale in stile Godzilla. Il lato splatter è davvero estremo,realistico,brutale. Ad un uomo viene infilato un gancio nel sedere e da li' gli viene estratta l'intera spina dorsale! Un altro viene squartato in stile "Hellraiser" e poi ancora mutilazioni,sevizie e chi più ne ha più ne metta!

VISITOR Q
(BIZITA Q)
di Takashi Miike

La disgregazione della famiglia, conseguente al disgregamento dell'intero tessuto sociale. Miike dipinge, con il suo tipico tratto surreale ma anche brutale, questo concetto cosi attuale, e non solo per quanto riguarda la società giapponese. “Visitor q” è infatti un film che scava esplicitamente nelle nevrosi del nostro mondo e che, in modo più sottile ma non meno efficace, mette alla berlina tutte le nostre debolezze frutto di una progressiva spersonalizzazione. La famiglia protagonista del film è composta da padre, madre e figlioletto. Ognuno di loro vive la vita nella totale repressione interiore, covando ambizioni talmente vaghe da diventare lontane, nebbiose e irraggiungibili. Questo processo genera continua insoddisfazione che sfocia nella deviazione più abbietta degli istinti: violenza, abuso di droghe, aberrazioni sessuali. Ogni via è lecita purché possa stordire, distruggere e far dimenticare il proprio presente. In questo contesto deviato s'inserisce l'enigmatica figura di un ospite che s'introduce nella casa della famiglia e che saprà mostrare una via d'uscita dall'oscuro tunnel in cui è precipitata. Dotato di un budget ai minimi storici, Miike riesce a sfruttare proprio questa mancanza come carta vincente, girando in video l'intera vicenda. Difatti l'intero impianto del film prevede un avvicinamento alla realtà, talmente diretto e crudo, da rendere l'uso del video , piuttosto che la pellicola, molto più adatto ed espressivo. I movimenti dei personaggi, i colori, l'atmosfera stessa del film viene resa, attraverso il supporto digitale, in modo naturale e al tempo stesso fortemente estraniante. Il ritmo lento scandisce la progressione verso l'orrore e poi verso la catarsi ed il senso di alienazione resta a lungo all'interno dello spettatore, impossibilitato ad una qualsiasi forma di empatia e messo di fronte a quesiti che scuotono il senso morale e gli istinti più taciuti : “ L'hai mai fatto con tuo padre?" , “Hai mai picchiato tua madre?". Estremo.

WEEKEND
di Maurizio Gambini

Ambizioso cortometraggio realizzato, con notevole sforzo produttivo, dalla filmhorror che s'ispira a “ La Casa ” di Raimi, omaggiando i b-movies degli anni '80. Una coppia di cacciatori spara, per errore, a “qualcosa” che all'apparenza sembra un bambino. I due, colti dal panico, cercano una soluzione per liberarsi del cadavere e scoprono che non si tratta però un essere umano ma piuttosto di un cucciolo di qualche sconosciuta creatura. Portato il corpo nella baita, dove li attende la moglie di uno dei due, gli incoscienti si troveranno asserragliati da un essere mostruoso, intenzionato più che mai a vendicare la morte del suo pargolo. Sfruttando la tematica, poco fortunata nel cinema horror, del “Wendigo” (il mostruoso demone della mitologia indiana) il corto si muove sui binari dell'azione serrata. Dotato di una fotografia curata e di suggestive locations, “Weekend” è diretto con mano salda dal regista Gambini anche se purtroppo non sempre riesce a tener alta la tensione. La linearità del plot risulta una lama a doppio taglio, poiché da un lato rende il corto diretto ed immediato mentre dall'altro causa una certa prevedibilità negli eventi. Buono il reparto recitativo e notevole il make-up del wendigo che ha un ottimo impatto, ogni qualvolta entra in scena. La prima parte dell'opera è probabilmente quella più riuscita, con un clima d'attesa e tensione crescente, mentre nel finale c'è un calo generale, con colpi di scena che non sempre colpiscono nel segno. Resta comunque il fatto che “Weekend” è un cortometraggio di tutto rispetto nonché un tentativo ed un investimento coraggioso che può far davvero ben sperare per il futuro del cinema horror indipendente italiano. Primo premio all'Alienante Film Festival nel 2005.

THE WICKER MAN
(ANTHONY SHAFFER'S THE WICKER MAN)
di Robin Hardy

Il sergente di polizia inglese Neil Howie (Edward Woodward) riceve una missiva anonima in cui si comunica la misteriosa scomparsa di una giovane ragazza sull'isola scozzese Summerisle. Recatosi li, si trova di fronte una popolazione diffidente ed un'atmosfera di totale omertà. Nessuno sembra neanche conoscere la ragazza scomparsa. Lentamente il poliziotto scoprirà che in realtà tutti stanno nascondendo la verità e che l'unica religione dominante nella comunità è una sorta di paganesimo celtico. Ma l'incubo è appena iniziato… Esordio fulminante per il regista Robin Hardy, che purtroppo lavorerà ben poco al cinema in seguito, dirigendo solo un interessante thriller/horror quale “The Fantasist” (pare, che stia lavorando quest'anno al remake di “The Wicker Man”, il cui titolo annunciato è “May Day”). L'atmosfera fiabesco-malsana che permea il film in questione lascia lo spettatore in uno stato sospeso fra fascino e repulsione mentre un sottile filo d'angoscia diviene sempre più spesso e tangibile con lo spiegarsi degli eventi. L'ottima e colta sceneggiatura di Anthony Shaffer crea il giusto alone di mistero basandosi fedelmente su antichi riti pagani e mettendo in contrasto mondi religiosi opposti. Difatti il sergente Howie è un puritano, fervente cristiano che ha una solida morale ed una fede di ferro, mentre la comunità capitanata da Lord Summerisle (Christopher Lee) crede nella reincarnazione ed in divinità pagane, legate al mondo della natura, ed è estremamente libera in fatto di sessualità. Entrambi credono ossessivamente nei loro dogmi ed entrambi sono convinti di possedere la verità assoluta. “The Wicker Man” è un film che non risparmia nessuno, che infrange con classe molti tabù e può essere anche interpretato come una riflessione al vetriolo sulla cecità delle religioni. Confezionato abilmente con un'ottima regia, un montaggio curato (nonostante siamo nel 1973, ha un taglio molto moderno e dinamico), affascinanti musiche folk ed una fotografia suggestiva (tutti i fatti più inquietanti accadono in pieno giorno, sotto il sole, senza che questo fattore ne sminuisca la carica shockante), il film si avvale anche di un ottimo cast fra cui spiccano le eccellenti interpretazioni di Edward Woodward e Christopher Lee. Al momento dell'uscita, il film scandalizzò non poco i censori inglesi, soprattutto per via della sua provocatoria carica sessuale. Questi ultimi gli hanno reso maledetta l'esistenza, bloccandone la distribuzione e facendolo circolare, in seguito, in versioni censurate e snaturate. Più volte, inoltre, il film è stato tagliuzzato indecorosamente per raggiungere la durata necessaria all'inserimento nei “double bill” dei drive-in (ossia le visioni di due film al prezzo di uno). Reperitelo e guardatelo, ne vale assolutamente la pena. CULT.

WITHIN THE WOODS
di Sam Raimi

Il regista americano Sam Raimi è diventato famoso alle grandi platee grazie al sublime "Evil Dead", in italia conosciuto come "La Casa", uno dei pilastri del cinema dell'orrore degli anni '80.
Questo "Within the woods" è, diciamo, il prequel, o forse è meglio definirlo come la genesi, le "prove tecniche" del grandissimo film appena citato.
Diretto nel 1979, avente una durata di poco più di mezz'ora, ha molte caratteristiche che poi vedremo in "La casa" e anche in "La casa 2".
Il corto inizia con 4 giovani, due ragazzi e due ragazze ( nel film vero e proprio verrà aggiunto un altro elemento ) che stanno trascorrendo il fine settimana in una villetta sperduta tra i boschi. Essa stessa meno decrepita di quella che vedremo in "Evil Dead"; dall'esterno ricorda anzi l'abitazione vista nel pessimo "La casa 5".
Dopo aver ritrovato in un prato alcuni oggetti, tra i quali un misterioso pugnale, uno dei due ragazzi, interpretato da Bruce Campbell viene posseduto dalle "forze del male".
Tornerà nella casa per cercare di "far unire a loro" anche gli altri tre ragazzi ma incontrerà pane per i suoi denti...
Bellissimo cortometraggio, nel quale potremo "rivedere" alcune inquadrature che poi ammireremo nel film vero e proprio. Anche lo spaventoso "join us", in italiano "unisciti a noi", lo sentiremo pronunciare da Campbell ormai diventato mostro quando comincerà ad attaccare i suoi amici...

WILD BEASTS - BELVE FEROCI
di Franco Prosperi

In una città tedesca gli animali presentano segni di squilibrio e divengono mortalmente aggressivi. Uno scienziato cerca una soluzione al dilemma quando le belve di uno zoo si liberano della prigionia delle gabbie ed incominciano a sbranare tutti i disgraziati che incontrano per strada. Si verrà a scoprire che l'origine del male è nell'acqua inquinata che provoca la pazzia. Ma ora, non sono solo gli animali ad averla bevuta… Prosperi, dopo una lunga esperienza nel campo dei mondo-movies ("Mondo Cane", "Africa Addio", ecc…) si cimenta con questo horror che si inserisce nel filone degli animali assassini. Il film è diretto con mano solida e, nonostante ai tempi della sua uscita sia stato un flop, colpisce per il suo catastrofismo spettacolare. Il messaggio ecologico di fondo passa in secondo piano per lasciare spazio ad impressionanti scene di aggressioni animali ai danni degli uomini. Da segnalare la sequenza in cui due amanti vengono divorati dai topi di fogna e quella in cui un gruppetto di bambini se la deve vedere con un orso polare inferocito. Bellissima anche la scena finale del film in cui un cadenzato rallenty rende alla perfezione l'idea della follia dilagante. Gli effetti speciali di Maurizio Trani sono ben realizzati e molto splatter. "Wild Beasts" è un buon prodotto italiano di genere che merita d'essere riscoperto e che non deluderà gli amanti dell'horror.

THE WIZARD OF GORE
di Herschell Gordon Lewis

Il mago illusionista Montag esegue i suoi spettacoli facendo intervenire e rendendo partecipe il gentile pubblico. Gli spettatori sul palco verranno tagliati a metà, fatti a pezzi, smembrati e ,insomma, squartati in ogni modo possibile ed immaginabile. Qualsiasi persona sottoposta al trattamento dell'illusionista ,ed uscita apparentemente incolume dallo show, dopo qualche ora si ritroverà maciullata proprio come nella magia fatta poco prima!!! Difatti Montag ipnotizza il pubblico e le sue vittime e le massacra realmente dando però l'illusione che nulla sia realmente accaduto. In questo caso Lewis fa un film abbastanza curioso, la storia è introspettiva a modo suo ed interessante. E' un gioco parallelo tra realtà e illusione, si fondono entrambe tra di loro. Lo spettacolo di Montag può essere accostato al teatro parigino del Grand Guignol, rappresentazione di atrocità e nefandezze di ogni tipo che un tempo erano molto in voga. Il tutto giostra sul potere ipnotico del mago e sull'effetto incredibile della suggestione. "Wizard of Gore" non è un film chiuso nello splatter, tutt'altro, da esso fuoriesce un messaggio sulla realtà e sulla finzione, su quello che vediamo realmente e quello che desidereremmo vedere. Una metafora sul cinema stesso di Lewis

WOLF CREEK
di Greg McLean

I dati elencati durante i primi secondi sono eloquenti: diverse decine di migliaia di persone risultano disperse ogni anno in Australia, e quasi tutte vengono rintracciate entro il primo mese; di qualcuno, però, non si saprà mai più nulla. Considerata anche una seconda (e molto familiare) didascalia in base a cui gli eventi narrati nel film sarebbero ispirati a fatti reali, risulta quasi impossibile non aspettarsi il solito svolgimento di routine vedendo un ragazzo, in compagnia della fidanzata e di un amica di quest' ultima, avventurarsi nel desertico entroterra australiano a bordo del proprio trabiccolo. Ma se i primi quaranta minuti in classico stile teen-horror-comedy sembrano dare ragione ai più pessimisti, occorre attendere la seconda parte per assistere a qualcosa di veramente diverso dal solito clone dei vari “Non aprite quella porta”, o da uno dei tanti pseudo-remake di “Le colline hanno gli occhi” che si sono succeduti nelle sale con largo anticipo rispetto all' uscita di quello ufficiale. A differenziare questo sorprendente “Wolf Creek” da un “Wrong turn” qualunque, o dai pur pregevoli exploit di Rob Zombie, è essenzialmente la sceneggiatura scritta dal regista (e produttore) Greg Mc Lean, che rivitalizza clichè ormai logori grazie a meccanismi narrativi finalmente inediti: il fatto che una nazione nota per essere tra le più tranquille ed ospitali al mondo rappresenti lo scenario della terribile storia, il modo brusco ed inaspettato con cui una quotidianità allegra e spensierata lascia il posto al peggiore degli incubi ad occhi aperti, e l'attribuzione di sanguinosi misfatti ad un uomo apparentemente mite e gioviale, anzichè alla solita cricca di esseri lunatici o deformi (la cui psiche distorta risulta sempre in qualche modo accettabile, proprio in virtù della loro infelice condizione), sono tutti fattori che concorrono a rendere la pellicola spiazzante, e genuinamente disturbante. Nulla a che vedere coi grossolani (e fallimentari) tentativi di sconvolgere recentemente operati dai realizzatori di filmati quali “August Underground” ed “August Underground's Mordum”, caserecce brutture nelle quali il concetto di sporcizia pervade quasi esclusivamente una tecnica che si basa su inquadrature traballanti ed immagini sgranate; qui, al contrario, atmosfere genuinamente malate sono ricreate grazie ad uno stile esemplare, che ha nella fotografia il proprio fiore all'occhiello: gli inquietanti spazi desertici, lungo i quali il killer bracca inesorabilmente le proprie vittime, esprimono tutta la loro ampiezza e maestosità sotto l'accecante bagliore del sole, mentre un uso della luce quasi sempre perfetto dona un'invidiabile definizione alle claustrofobiche riprese notturne.

ZOMBI
(DAWN OF THE DEAD)
di George A. Romero

La pestilenza degli zombi sta dilagando a dismisura, il mondo intero si sta inchinando all'impossibilità di arrestare questo contagio. Oramai i per i pochi sopravvissuti è dura riuscire a restare in vita. Nella vicenda quattro superstiti troveranno rifugio in un gigantesco centro commerciale, oltre che dagli zombi, questi saranno aggrediti da teppisti (uno dei quali è interpretato dal grande Savini!!!) e solo due ce la faranno a scappare con l'elicottero verso una meta non ben definita, ma comunque lontano dall'incubo dei morti ambulanti. Seconda tappa dell'immortale trilogia sugli zombi. Romero in questo episodio non rinuncia ad inondare i nostri schermi con ricchi e sanguinosi effetti speciali, il tutto curato dal grande Tom Savini che con i molteplici splendidi make-up si lancia nell'olimpo dei professionisti mondiali degli fx anni 80. Il successo della pellicola dilaga (come la pestilenza eheh) in tutto il mondo e questo lo si deve anche al contributo di Dario Argento, qui in veste di produttore. Se ne "La notte dei morti viventi" i vivi potevano,in qualche modo, giostrare meglio la situazione in questo caso sono quasi certamente carne da macello, per loro la sopravvivenza è ancor più difficile. Difatti non c'è una progressione di orrore nella vicenda poichè già nelle prime scene il disastro è mostrato in tutta la sua incommensurabilità. Il procedere dell'apocalisse è già in atto. I politici (nelle scene iniziali) e gli scienziati si perdono in inutili discussioni riprese in tv (ma ormai sono pochissimi quelli che stanno davanti agli schermi...) senza giungere mai a rimedi né tantomeno a decisioni, presi come sono solo a litigare ancora per i loro interessi. Da focalizzare è, senza ombra di dubbio, la metafora che Romero delinea sulla figura del centro commerciale. E' il luogo consumistico per eccellenza che porta i viventi (ed anche i morti) verso l'autodistruzione. I cadaveri conservano ancora memoria dei gesti quotidiani e si recano nel supermercato come automi, chiaro riferimento alla totale massificazione che pervade la società odierna. Un tema molto attuale , basti pensare alla globalizzazione ed alla lotta contro i Mc Donald. Questi problemi erano già stati colti da questo regista nel lontano '79, peccato che la stragrande maggioranza della gente non abbia afferrato questa riflessione sul mondo...comunque "Zombi" resta sempre un film imperdibile.

ZOMBI 2
(ZOMBIE FLESH EATERS - ZOMBIE:THE DEAD ARE AMONG US)
di Lucio Fulci

Correva l'anno 1979 ,quando i produttori italiani Fabrizio De Angelis e Ugo Tucci, decisero di seguire la scia del successo che il film "Zombi (Dawn of the dead)" di George A.Romero stava ottenendo in tutto il mondo. Cosi' i due optarono per un tentativo di rip-off del film statunitense e riposero inizialmente le loro speranze nel regista Aristide Massaccesi (alias Joe D'Amato). Poi le loro attenzioni si spostarono su Fulci, il quale fino ad allora aveva diretto soprattutto thriller. Affidato il progetto finale nelle mani del regista romano "Zombi 2" divenne un clamoroso successo al botteghino e soprattutto segnò la nascita di un soldalizio (Fulci & De Angelis) che diede origine ad alcuni dei più bei horror italiani degli anni '80. Uno scienziato sparisce in circostanze misteriose e la figlia si reca nelle isole Antille per ritrovarlo. Giunta li' verrà a sapere che il genitori era divenuto uno zombi a causa dei riti voodoo praticati dagli indigeni. Inoltre nell'isola c'è anche un mad doctor che esegue esperimenti su cavie animali ed umane. Mentre gli zombi si diffondono ovunque i pochi superstiti resisteranno ad un tremendo assedio da parte dei cadaveri famelici e riusciranno a fuggire con un'imbarcazione. Ma una volta giunti in prossimità di New York si accorgeranno che il contagio dello zombismo si è diffuso fin li'…è l'inizo della fine per l'umanità. Con il suo stile molto personale, Fulci dipinge una storia dal tratto fumettistico ed ingenuo ma al tempo stesso densa d'azione e di effettacci Gore. Ci sono momenti molto suggestivi ed inquietanti (le prime apparizioni degli zombi nel villaggio) ed altri estremamente ripugnanti (la scheggia che s'infila nell'occhio di Olga Karlatos). Ottimo il make-up di Giannetto De Rossi che realizza zombi putrescenti, con orbite vuote da cui emergono bianche larve. Splendide anche le musiche di Fabio Frizzi e molto suggestiva l'ambientazione. A differenza degli zombi romeriani quelli di Fulci decretano un ritorno alle origini della figura leggendaria del morto vivente frutto di riti voodoo. E' assente dunque l'aspetto metaforico e di protesta sociale nello zombi che ridiventa un cannibale antropofago brutale e tribale. Il successo di questo film causò anche un contenzioso fra Fulci e Argento (che era produttore e distributore in Europa dello "Zombi" di Romero) che decretò un lungo periodo d'inimicizia fra i due registi italiani.

ZOMBIE HONEYMOON
di David Gebroe

Interessante horror indipendente, distribuito in Italia dalla Gargoyle Video, che narra la tragica e , al tempo stesso grottesca, vicenda di una giovane coppia di sposini che passeranno una luna di miele terrificante. Difatti i due, dopo il matrimonio, si recano in spiaggia per godersi un po' di sana vacanza quando, all'improvviso, una sorta di zombie esce dalle acque e aggredisce il giovane sposo. Ricoverato d'urgenza, il “nostro” resta morto per dieci minuti per poi risvegliarsi, apparentemente, più sano di prima. I due tornano a casa ma presto la sposa si renderà conto che il compagno sta cambiando: la sua pelle va in necrosi, la mente vacilla ed ha un appetito insostenibile per la carne umana. Da qui in poi inizierà un'odissea per tentare di salvare il matrimonio e, soprattutto, arginare la fame del marito-zombie. Mix di horror, commedia e dramma “Zombie Honeymoon” è un prodotto che gode di una buona confezione, nonostante il budget sia molto contenuto, e sfrutta una sceneggiatura interessante, seppur non esente da falle. Il regista David Gebroe, alla sua seconda regia (tra l'altro il suo primo film “The Homeboy”viene ironicamente citato in una scena), dimostra buona cura formale e, anche se talvolta risulta un po' acerbo nel definire le psicologie dei personaggi, adotta spesso un interessante taglio nelle inquadrature. Buona anche la fotografia e le prove degli attori, semi-esordienti con alle spalle un po' di televisione e qualche cortometraggio, ed infine sufficiente il lavoro di make-up ed effetti speciali curato da Joe Macchia. Se l'aspetto tecnico del film è di buona fattura, non sempre invece risulta dello stesso livello il tentativo, anche un po' pretenzioso, di mantenere in equilibrio horror, commedia e situazioni drammatico-sentimentali. Indubbiamente ci sono momenti di buon impatto (il colloquio nell'agenzia di viaggio, che degenera in bagno di sangue, l'ossessiva sequenza del “pasto” che riecheggia nella mente della giovane sposa) alternati però ad altri in cui il dramma dell'amore ad oltranza, ostinato, disperato ed anche profondamente egoista, viene trattato in modo piuttosto superficiale, perdendo di spessore. Va dato atto a Gebroe però, che l'argomento non era sicuramente semplice da rappresentare e quindi va fatto un applauso al suo coraggio ed alla sua inventiva. Tra l'altro, lo stesso autore, ha dichiarato in un'intervista di essersi ispirato per il film ad un triste evento personale. Una visione, “Zombie Honeymoon”, la merita sicuramente.



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permalink | inviato da gruppoweb2lab1 il 12/12/2007 alle 17:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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